| 02) impariamo a vedere articolo personale |
|
|
Quando ci accingiamo a fare una fotografia, cerchiamo di catturare uno scorcio
di realtà che ci è sembrato particolarmente significativo
o che ci soddisfa per qualche misteriosa ragione. Quando realizziamo una qualsiasi opera grafica, ci comportiamo nello stesso modo: isoliamo uno scorcio di realtà che esiste dentro o fuori di noi e cerchiamo di cristallizzarla nel tempo. Perché scegliamo una inquadratura piuttosto che un'altra e perché una volta riusciamo a dar vita a qualcosa che ci soddisfa e talvolta, non ostante sforzi immani e tentativi ripetuti, l'effetto finale è e rimane inesorabilmente inaccettabile? o perché magari un nostro lavoro ci piace alla follia, ne siamo proprio innamorati, ma nessuno reagisce a tale meraviglia come ci aspetteremmo? Un' esame oggettivo del proprio lavoro, permette di consapevolizzare la correttezza tecnica e, perché no ?, approfondire la conoscenza di sé. Mentre si lavora infatti, in genere, l'attenzione è rivolta a valutare l'efficacia delle immagini nel suscitare un'emozione simile a quella percepita oppure se risulta necessario intervenire apportando qualche modifica per raggiungere l'effetto. Vengono alla luce quindi due aspetti fondamentali di una opera che utilizzi le immagini per esprimersi: da un lato l'aspetto per così dire psicologico e dall'altro l'aspetto tecnico che chiama in causa la percezione visiva. Esaminiamo velocemente il primo. Il primo approccio, in un corso di comunicazione, consisteva nel compilare una carta d'identità che potesse illustrare agli altri la nostra persona. Poneva alcune domande cui rispondere velocemente (da dove vengo, dove vado ) e prevedeva la creazione di un disegno, il più libero possibile, capace di sostituire la fotografia di identificazione. L'analisi seguente di questa fotografia permise la comprensione dell'immagine che ciascuno aveva di se stesso. Quelle foto furono estremamente rivelatrici anche per chi le aveva realizzate: l'immagine o le immagini tracciate avevano sempre un significato preciso e chiaro leggendole nel modo appropriato. Ricordo che nessuno, su dodici persone, aveva riportato semplicemente la sua faccia: chi la sua casa, chi i suoi hobby o ciò che amava di più, (la musica, i cani, i viaggi ) e quando aveva disegnato una faccia aveva avvertito la necessità di circondarla delle sue passioni più grandi per caratterizzarla meglio e non, come sarebbe stato più ovvio, definendola semplicemente con i tratti somatici più caratteristici che rendono un viso unico fra tanti. Il disegno utilizzato come mezzo per conoscere la psicologia di un individuo di qualsiasi età, lo rende utile a fini psichiatrici, come. ad esempio, nel test di Rorschach, dove il paziente attraverso l'osservazione di macchie d'inchiostro speculari intravede, nel gioco dei chiaroscuri, immagini più o meno reali che suggeriscono al medico le sfaccettature della sua personalità. Le scelte che facciamo affrontando un disegno sono spesso obbligate dalla nostra parte più profonda che, se sappiamo guardare, può rivelarci aspetti imprevisti di noi stessi. Questo .risponde alla prima domanda in quanto molto probabilmente il piccolo capolavoro incompreso ci suscita sensazioni tali da essere solo nostre e così profonde da risultare incomunicabili. Se qualcuno vuole approfondire questo aspetto può attingere alla ricca bibliografia che si occupa della psicologia della comunicazione, ricordiamoci comunque che ogni nostro disegno è sempre una piccola confessione anche se non ce ne accorgiamo. Approfondirò maggiormente l'aspetto della percezione per rispondere anche alla seconda domanda. Sono stati scritti fiumi di parole su questo argomento e vorrei ricordare a questo proposito alcuni autori che mi hanno insegnato aspetti della percezione che ormai fanno parte del mio modo di vedere la realtà: Kandinsky, Klee, Arnheim. Gombrich. Credo che chiunque si accinga a utilizzare il disegno come mezzo espressivo non possa esimersi da studiarli, meditarli e capirli; farli entrare a far parte di se stesso al punto da costringersi a guardare meglio la realtà per vederla. Certo non voglio mettermi in competizione con loro infatti, avendone riletto alcuni scritti per farne un riassunto da proporre, ho desistito per la loro perfezione concludendo che vanno letti e basta. Quindi cercherò di esaminare alcuni aspetti della percezione attraverso tre miei lavori che mi sembra possano esemplificare bene il discorso. Mi scuso di proporre opere personali che non sono certo all'altezza di quadri famosi, ma il timore di violare il temuto copyright mi costringe ad utilizzare quello che ho più facilmente a disposizione e che comunque dovrei conoscere meglio. Non ho mai amato spiegare un mio quadro, perché ho sempre pensato che un quadro che necessita di spiegazioni, è un cattivo quadro in quanto evidentemente non è riuscito ad esprimere il pensiero che gli dava vita. Infatti cercherò di esaminare queste due composizioni solo da un punto di vista tecnico. Tramonto Se dovessimo definire come la composizione suddivide lo spazio del 'foglio', direi che il taglio principale è dato dalla diagonale che collega l'angolo inferiore sinistro con quello superiore destro e che si identifica con la catena montuosa e le prime nuvole rosa nella parte superiore. Quella stessa diagonale , sul lato sinistro alla base delle montagne, si sdoppia a formare un triangolo il cui vertice si perde nelle nuvole sopra citate. È innegabile che questo gioco di linee e angoli crea l'illusione di profondità, di movimento verso il fondo del quadro che ci spinge verso l'orizzonte: movimento che si presuppone corrispondere allo sguardo del personaggio in primo piano che potrebbe essere inscritto in un triangolo isoscele la cui base contribuisce alla solidità e alla stabilità della composizione creando un trampolino da cui saltare verso l'orizzonte. Immaginiamo che la catena montuosa orizzontale superiore non ci sia, al primo momento potremmo pensare che la spinta verso il fondo risulterebbe ulteriormente accentuata. La linea orizzontale, creando un equilibrio di peso con la figura in primo piano, dapprima rallenta il movimento poi ne accentua la velocità attraverso la retta creata dal colore rosa e dalla forma delle nuvole oltre i monti con l'effetto di spingere lo sguardo in profondità piuttosto che in altezza. È come un attimo di sosta prima di lanciarsi definitivamente verso l'infinito. Quella breve sosta drammatizza e quindi sottolinea lo slancio finale. La figura in primo piano e le montagne creano due mezze lune che si compenetrano a vicenda formando un vortice che ammorbidisce il movimento della diagonale. Questo gioco è esaltato dal colore giallo ricorrente nei due soggetti, che mettendoli in comunicazione, trascina verso il fondo, trasformando il movimento da rettilineo in 'a spirale'. Il disegno è molto stretto, per le misure della fotografia di partenza, caratteristica che accentua la spinta verso l'alto, ma potrebbe suscitare una sensazione di costrizione mentre l'autore vuole suggerire la dilatazione dello spazio. Utilizzare la luce solare può risolvere il problema. Se ci troviamo in una stanza chiusa, al buio e attraverso un buco nel muro, guardiamo all' esterno, abbiamo l'impressione dello spazio aperto anche senza vederlo. Qualcosa ci fa percepire come i confini siano estremamente più vasti di quelli che vediamo effettivamente. Se noi quindi facciamo entrare la luce del sole dall'esterno, cioè oltre i confini effettivi del foglio, costringiamo la mente a rivivere quell'esperienza di 'aperto' suscitando nello spettatore la percezione di spazio e di respiro come ci eravamo prefissati. Il sole diventa a tutti gli effetti protagonista fondamentale per l'economia del quadro pur rimanendo all'esterno dell'inquadratura. La cooperazione tra linee di forza, colore (la luce viene rappresentata dal colore) deve essere totale e questi elementi devono lavorare in armonia e sinergia. Un colore può accentuare un movimento, ma se non è ben scelto può smorzarlo. La prima legge che mi hanno insegnato è stata che un colore freddo si allontana e uno caldo si avvicina: penso non sia così semplice. Ogni quadro ha la sua storia ed è indispensabile mantenere sempre una tale flessibilità da riuscire a percepire la scelta giusta in ogni situazione. L'occhio percepisce il rapporto tra i colori per cui una adiacenza studiata, anomala, può creare l'effetto opposto. Per rendere più chiaro questo concetto, riporto alcune righe tratte dal capitolo 'Il colore della luce' in Arte e illusione di Gombrich. " così noi siamo sensibili agli intervalli luminosi, quelli che sono stati chiamati "gradienti" piuttosto che alla quantità misurabile di luce rimandata da un dato oggetto ..il termine che la psicologia ha coniato per indicare la nostra relativa impermeabilità alle vertiginose variazioni (ai nostri occhi arriva solo un turbinio di puntini luminosi che stimolano le fibre nervose) che avvengono nel mondo intorno a noi è 'costanza'. il colore, la forma e il grado di luminosità delle cose rimangono per noi relativamente costanti, anche se possiamo avvertire che qualcosa cambia col variare della distanza, dell'illuminazione, dell'angolo visuale e via dicendo. La nostra stanza rimane la stessa dall'alba al crepuscolo e gli oggetti in essa contenuti conservano la loro forma e il loro colore. Solo quando ci troviamo di fronte a compiti particolari che implicano una precisa attenzione a questi aspetti prendiamo coscienza delle nostre incertezze ma normalmente la nostra capacità di adattarci e compiere induzioni sulla base dei soli rapporti, è sorprendente. ...Ogni volta che ci troviamo di fronte a un tipo di trasformazione che non ci è famigliare, c'è un breve momento di choc e un periodo di adattamento per il quale esiste in noi il meccanismo adatto." Tornando all'analisi del disegno, direi che pur non essendo un capolavoro, ha una sua dignità e correttezza anche se, come sempre, il fruitore sarà l'unico a poter esprimere un giudizio. Personalmente sono contenta se riesco a 'colpirlo' anche se per motivazioni molto diverse da quelle che prevedevo. La consapevolezza dei meccanismi della percezione visiva ci permette anche di violarli a nostro piacimento, sempre con il necessario equilibrio, nel tentativo di destabilizzare lo spettatore e spingerlo, forse dopo un primo momento di perplessità, a cercare di capire maggiormente il messaggio. India A questo punto vorrei presentare un altro disegno, che divide lo spazio in modo completamente diverso e forse esemplifica il senso di destabilizzazione. L'India è il paese forse più destabilizzante che abbia mai visitato: tanto rumore, movimento, tanto scintillare di colori, Dei estremamente terreni, profumi, puzza, povertà e ricchezza estreme; un paese che graffia e stordisce, ma profondo e affascinante. In primo piano la figura di un transessuale tratta da un servizio di D di Repubblica e in secondo piano una divinità e un elefante, presenza importante e ricorrente. Il colore è il soggetto principale di questo lavoro: troppo forte, troppo scintillante, ma l'India è troppo di tutto. Nello schema constatiamo che lo spazio è suddiviso prima in due colonne, poi in quattro rettangoli di cui, quelli inferiori, senza base. La figura principale è la divinità, non perfettamente centrata nel foglio, che rappresenta la base solida della composizione. L'indiano occupa tutto il lato destro e tende ad uscire dal quadro (spinta avanti e a destra) allargando i confini dello stesso, compito che svolge sull'altro lato l'elefante dimezzato in basso a sinistra. L'accorgimento delle figure incomplete per espandere una composizione utilizza la capacità del cervello di completare attraverso le sue esperienze precedenti una figura incompleta. è però necessario, a che si inneschi questo meccanismo, rendere visibile una parte sufficientemente estesa per non cadere nell'effetto opposto (di entrata dall'esterno). Nel primo caso la forza espande (esce) nel secondo comprime (entra). La forza a raggiera, che parte dai petali del loto, allarga la parte superiore sinistra, quella creata dal disegno del sari porta l'attenzione al centro della composizione e non al centro del foglio, gli sguardi della divinità e dell'elefante contribuiscono a convogliare l'attenzione sullo sguardo dell'indiano che guarda direttamente lo spettatore andandogli incontro e allontanandosi ulteriormente dallo sfondo. Come ultimo esempio, riporto l'immagine, arricchita delle ormai note linee di forza, di quello che chiamo 'il file di Natale2001'. Non è certo una composizione serena, ma gli eventi hanno reso, a mio parere, le festività di quest'anno un po' particolari. ![]() Non volendo dilungarmi troppo dirò soltanto che la caratteristica più evidente della composizione consiste nella netta suddivisione tra primo piano e sfondo, che raffigura due mondi diversi ed incapaci di comunicare tra loro. Lo sfarzo dell'occidente, rappresentato dalla luce eccessiva sul lato sinistro, proietta in avanti il protagonista principale della composizione, il bambino tibetano, anche se caratterizzato da colori scuri (il colore scuro non sempre spinge verso il fondo). Le linee della struttura architettonica da un lato e dall'altro il quadrato sulla sinistra accentuano questa spinta. Il profilo femminile sottolinea la distanza tra i due mondi, sia perché è praticamente in bianco e nero, sia perché crea un sipario trasparente, ma solido, per mezzo della direzione dello sguardo. La linea del braccio a destra, trascinando l'attenzione dello spettatore verso le figure infantili sullo sfondo, rappresenta l'unica comunicazione tra i due piani del disegno. Ogni composizione ha un'anima geometrica che la sostiene, come una struttura su cui distribuire forme e colori. Come ogni costruzione, però, essa crollerebbe miseramente se non avesse quel sostegno. È ovvio che tutto quello che ho riportato, è un opinione strettamente personale maturata nei miei anni di studio e lavoro e anche di vissuto e non pretende di essere esauriente o condivisa, ma spero possa essere di stimolo per approfondire maggiormente l'argomento. |
|
