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17)Ernst.H.Gombrich

Le condizioni dell'illusione  (parte quinta)

capitolo settimo

"Arte e illusione"
- titolo originale:"Art and Illusion. A Study in the Psychology of Pictorial Representation" (1959)
"I Saggi" Giulio Einaudi editore (1965)
È bene però tener presente che questo dare e prendere non avviene solo nei sacri recinti dell'arte.
Dovunque l'immagine sia usata a fini di comunicazione, è possibile vedere questa valutazione di una probabile intenzione e le prove di coerenza che portano all'interpretazione e all'illusione. Non è necessario pensare a nulla di solenne: bastano i normali fumetti, che presentano un buon numero di difficoltà a chi non abbia familiari le loro convenzioni.01
Il pubblico impara a conoscere i personaggi che ricorrono di solito e a ravvisarli al minimo segno. Analogamente i cartellonisti ci hanno abituato a comprendere ed assimilare le immagini più astruse. Grazie alla loro audacia e alla loro inventiva, abbiamo imparato che i limiti della nostra comprensione delle immagini possono estendersi ben oltre la semplice indicazione delle apparenze naturali.
Rientra tra le funzioni del cartellone di attrarre l'attenzione del pubblico con l'improbabile e di trattenerla prolungando il processo di decifrazione. Pertanto uno studio dei cartelli che incontriamo andando in ufficio o del materiale pubblicitario ci insegnerà parecchie cose intorno ai processi interpretativi che siamo venuti analizzando in questo capitolo.
Se infatti terremo d'occhio le nostre reazioni ci troveremo di fronte a una sorta di ripresa al rallentatore del meccanismo che entra in azione ogni volta che cerchiamo il significato di un'immagine.02
Pochi indizi, presentati con sufficiente vivacità e chiarezza, ci permetteranno di trovare la soluzione dell'indovinello che l'immagine ci sottopone. Senza esitazioni noi trasformiamo le file di sigarette del cartellone di Abram Games (alto, sinistra) in due visi ammiccanti.
Accettiamo la ciminiera che finisce in un cappello come un industriale che legge il " Financial Times " (destra).
Dov'è il viso? Non appena ce lo chiediamo ci accorgiamo di star esaminando il cartellone in cerca di indicazioni cui ancorare la nostra proiezione. La piazziamo in qualche punto e un'immagine fantomatica tenuissima si sovrappone alla ciminiera e ne trasforma la natura figurativa. Indubbiamente resta una ciminiera, ma è anche un viso, a seconda del modo in cui la guardiamo.
La natura dell'illusione è difficile a descriversi e può variare da persona a persona. Ma se non esistesse, per divertirci e intrigarci, cartelli di questo genere non avrebbero la popolarità che hanno.03
La migliore occasione per studiare questo processo di allegra trasformazione, che si compie attraverso l'azione del contesto e dell'attesa, ci è fornita dalla pratica pubblicitaria di impiegare degli stereotipi, dei simboli sempre uguali che dobbiamo riconoscere in montaggi diversi.04
Per qualche decennio la London Passenger Transport Board ha fornito al pubblico un esperimento del genere sui processi della visione.
La compagnia ha adottato come suo simbolo il cosiddetto " occhio di bue " che all'inizio era semplicemente lo schema grafico fisso usato per mettere in evidenza i nomi delle stazioni. In uno dei cartelloni della compagnia, disegnato da E. C. Tatum, il simbolo molto discretamente funge da bottone sulla manica dello sposo (destra).
In un altro appare (sotto, sinistra)sul pendio remoto della collina, enorme e misterioso come una di quelle immagini preistoriche di cavalli scavate nel terreno che meravigliano chi percorre l'Inghilterra.05
Ma i più istruttivi, anche se artisticamente non sono forse i migliori, sono i cartelli in cui l'emblema ricorre in un contesto di palese rappresentazione. L'occhio di bue, per esempio, funge da testa.
Quando la figura guarda verso di noi, la sbarra traversale diventa un ghigno allegro e le due sporgenze laterali diventano gli orecchi (basso, sinistra).
Dove il contesto porta ad attenderci un profilo il ghigno scompare e la sporgenza anteriore risulta un naso (basso, centro). È abbastanza istruttivo osservare quel che accade nei disegni meno riusciti, nei quali il contesto è un tantino più difficile da afferrare.
Forse ci vuole una frazione di secondo per rendersi conto di come si suppone il bambino stia, e solo quando abbiamo capito la sua posizione gli spunta un naso convincente, mentre la sporgenza opposta della sbarra si sottrae alla nostra attenzione (basso, destra). Abbiamo proiettato un viso nella forma e ci vuole qualche sforzo per separarla di nuovo e recuperare l'interpretazione frontale.
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I simboli si comportano alla lettura come i caratteri a stampa, che cambiano significato a seconda della situazione d'insieme.09
Anche a questo proposito la London Transport ci fornisce un esempio. Su una copertina di libro l'occhio di bue si trasforma in una " O " essendo noi già orientati a classificarlo come una lettera anziché una forma che rappresenti qualcosa.
Ciò che importa in questa esperienza non è tanto la flessibilità delle nostre interpretazioni quanto il loro carattere esclusivo.
È facile vedere l'occhio di bue come una testa vista di fronte, come un bottone o una lettera dell'alfabeto; quel che è difficile (in realtà impossibile) è vedervi tutte queste cose insieme.
Non siamo consapevoli dell'ambiguità in sé, ma solo delle varie interpretazioni: è nel passare dall'una all'altra che scopriamo come forme diverse possano essere proiettate entro lo stesso contorno. Possiamo imparare a cambiare la marcia più rapidamente, possiamo, in pratica, oscillare tra diverse interpretazioni, ma non possiamo dare contemporaneamente interpretazioni contrastanti.
VIII.10
L'ambiguità (coniglio o papero, sinistra) è evidentemente la chiave dell'intero problema della lettura dell'immagine.
Come abbiamo visto, essa ci consente infatti di trovar conferma all'idea che una tale interpretazione presuppone una proiezione sperimentale, un tiro di prova che se risulta centrato trasforma l'immagine.
Proprio perché siamo così ben esercitati in questo tiro a segno e di rado manchiamo la mira, non abbiamo coscienza, di solito, di questo atto d'interpretazione. Sono pochi quelli che si rendono conto che un disegno a puro contorno di una mano è ambiguo.11
È impossibile dire se si tratta di una mano destra vista dall'alto o di una sinistra vista di sotto. Pure, di fronte a disegni del genere, la scoperta di questa inattesa deficienza d'informazione ci stupisce.
Mani ambigue come queste escono dalla nostra sfera d'esperienza e molto probabilmente dovremo ricorrere alle nostre stesse mani per avere un termine di confronto, cercando di farle combaciare con l'immagine e di proiettare le diverse soluzioni fino a che non saremo convinti dell'ambiguità. Solo allora ci renderemo conto che è stato per puro caso che si sia adottata per prima una soluzione piuttosto che un'altra.
Per isolare la proiezione, una volta che è avvenuta, dall'immagine dobbiamo ritornare all'alternativa anteriore. Non c'è altro modo per noi di renderci conto dell'ambiguità.
L'esempio illustra, credo, ciò che intendo per "prova della coerenza": cioè se esista o meno la possibilità di classificare il complesso di un'immagine in una possibile categoria d'esperienza. Questo può suonare astratto; vediamo allora in concreto ciò che accade quando l'artista ha escluso una tale interpretazione.12
C'è un delizioso disegnino di Saul Steinberg, in cui si vede una mano in atto di disegnare che disegna un'altra mano anch'essa in atto di disegnare, e quest'ultima disegna per l'appunto la prima.
Non abbiamo alcun indizio per stabilire quale delle due è stata intesa come reale e quale come immagine; ogni interpretazione è ugualmente probabile, ma, proprio per questo, nessuna è probante. Se ci fosse bisogno di una prova della similarità che intercorre tra il linguaggio figurativo e quello della parola, questo disegno potrebbe fornirla.
In realtà l'effetto ambiguo di questo circolo senza uscita è assai simile a quello dei paradossi cari ai filosofi, sul genere di quello del cretese che afferma che tutti i cretesi sono mendaci, o della semplice lavagna con l'unica frase: "La frase che è su questa lavagna è non vera". Se è vera, essa è non vera e se è non vera è vera.
C'è un limite all'informazione che il linguaggio può convogliare senza bisogno di ricorrere a espedienti come i segni di citazione che distinguono tra ciò che i logici chiamano "linguaggio" e ciò che chiamano "metalinguaggio".
C'è un limite a ciò che le immagini possono rappresentare senza giungere a creare una distinzione tra ciò che è proprio dell'immagine e ciò che è proprio della realtà cui si riferisce.
Non è un caso che questo esempio sofisticato ci venga da Saul Steinberg.
Tra gli artisti viventi nessuno forse, meglio di questo umorista, ha penetrato la filosofia della rappresentazione. Egli sa che la prova della coerenza può indurci a trasformare ogni linea a seconda del contesto. In un suo recente disegno egli fa in modo che una linea retta cambi funzione e significato in una serie di successive situazioni, trasformandosi da pelo dell'acqua in corda del bucato, da marciapiede a deserto, da binario della ferrovia in soffitto del salotto.
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Oppure si vedano i suoi gatti in gabbia in The Passport.14
Di solito siamo portati a ignorare il fondo quadrettato di un foglio da disegno, ma, una volta intesa la posizione dei gatti, ci rendiamo conto che l'unica ipotesi che faccia al caso è quella che essi stiano arrampicandosi lungo le pareti di una gabbia di filo di ferro e immediatamente la quadrettatura si trasforma per noi nell'immagine di una gabbia.
Ma un tipo analogo di carta, del genere di quello che si usa abitualmente negli studi degli architetti, si trasforma nell'immagine di un grosso grattacielo attraverso la semplice aggiunta di pochi suggerimenti elementari che ci informano del suo significato e ne trasformano il carattere visivo.
Dopo i molti e ponderosi volumi che sono stati scritti sulla resa dello spazio nell'arte, le trovate dei disegni di Steinberg vengono opportunamente a ricordarci che non si rappresenta mai lo spazio, ma le cose consuete in date situazioni.
Questa formulazione richiede tuttavia una rettifica, che ci viene fornita anch'essa da Steinberg. Fra cose familiari che possiamo riconoscere nelle figure nessuna può essere più importante di altre figure. Quella che costituisce il tema del Passport è un'impronta digitale.15
Noi non la interpretiamo come un viso, ma piuttosto come la fotografia di un viso; non la classifichiamo in termini di realtà, ma come un tipo di rappresentazione già esistente.
In un altro disegno l'impronta digitale sembra immensamente ingrandita grazie alla presenza di qualche indicazione di rapporti.
Ancora una volta essa appare come una figura che l'omino sta dipingendo. E, se guardiamo più da vicino, docilmente intervenendo con la nostra facoltà proiettiva, scopriamo che l'impronta digitale può essere interpretata come un paesaggio reale con un albero all'orizzonte e un campo arato che s'allontana in profondità, mentre una siepe scura si disegna lugubre contro un ciclo a magiche spirali.
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19La rispondenza è così stretta che non sono possibili dubbi: l'impronta del pollice è inequivocabilmente un van Gogh.
È un po' sacrilego riprodurla accanto all'originale in quanto proprio il processo insueto della proiezione può portarci a vedere van Gogh in termini steinberghiani, che è poi l'intento e il risultato di ogni parodia. Tuttavia il confronto non è così futile come potrebbe sembrare. Steinberg scopre qui che si può vedere l'impronta di un pollice come un'impronta di pollice, oppure come un van Gogh.
La scoperta di van Gogh è stata beninteso, infinitamente maggiore. Ha scoperto che si può percepire il mondo visibile come un vortice di linee. A molti di noi è accaduto che i campi di stoppie e i cipressi richiamassero van Gogh.
La rappresentazione è sempre una cosa a doppio esito. Crea un legame insegnandoci come passare da una interpretazione all'altra. (fine)
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