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27) Ernst.H.Gombrich Economia della visione (parte quarta) capitolo quarto da "Il Senso dell'ordine" titolo originale:"The Sense of Order. A Study in the Psychology of Decorative Art" (1979) "I Saggi" Giulio Einaudi editore (1984) |
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5. Informazione visiva. Occorre sempre una buona dose di cautela nel trasferire tecniche e terminologie, sviluppate per la soluzione di un particolare problema, ad altri campi della ricerca ed è ormai ben noto che tale circospezione è talvolta mancata quando il nuovo strumento della teoria dell'informazione si è trasformato in un nuovo giocattolo. Termini come "ridondanza" o "aleatorietà" sono diventati parole del gergo critico che hanno lasciato nella loro scia una certa quantità di confusione. La confusione non sorprende, se rammentiamo che l'origine di tali interessi sta assai al di fuori del campo dell'attività artistica. Essi sono sorti nello studio scientifico della trasmissione di messaggi, nel quale gli ingegneri elettrotecnici investigavano quale fosse il modo più economico di inviare e ricevere informazioni mediante segnali. La fondamentale situazione di cui si occupavano era quella della comunicazione lungo un canale relativamente rumoroso e tutti i canali sono "rumorosi", nel senso che è probabile vi si verifichi una qualche interferenza elettrica casuale. Lo scopo di qualsiasi messaggio, in questo modello idealizzato, è di ridurre lo stato di dubbio in cui il ricevente si era trovato ed è appunto questo stato di dubbio che anzitutto si può esprimere in termini di incertezze e di probabilità. S'immagini la situazione dell'ansioso genitore che attende il messaggio, se si tratti di un bambino o di una bambina. Prima che esso arrivi, la sua probabilità sarebbe più o meno di 50/50, o, più esattamente, dipenderebbe dalle statistiche delle nascite. Tutto quel che occorrerebbe per rimuovere il suo dubbio sarebbe uno fra due segnali, se fosse stato predisposto preliminarmente un codice. In tali ordinarie situazioni dell'esistenza il codice prioritario è offerto dal linguaggio che è comune alla sorgente e al trasmittente. Rigorosamente parlando tutto ciò che l'economico ingegnere dovrebbe trasmettere a un parlante di lingua inglese in questa situazione sarebbe una "b" per "boy" o una "g" per "girl" che risolverebbe questo dubbio particolare. Potrebbe risparmiarsi di trasmettere il resto delle lettere, poiché esse non aggiungono alcuna ulteriore informazione. Se egli trasmette invece l'intera parola è precisamente perché il canale può essere rumoroso ed egli non può sconfiggere tali differenze casuali se non raddoppiando la sicurezza. Se "g" va perduta, c'è sempre "irl" per risolvere l'incertezza paterna. Se il contesto fosse meno definito dalla situazione, occorrerebbero altre lettere aggiuntive per garantire una ricezione sicura. Questa tecnica di garanzia mediante l'inclusione di elementi che risponderebbero all'attesa e che pertanto non trasmettono ulteriore informazione è quanto gli ingegneri chiamano uso della ridondanza. Possiamo deplorare la scelta di questo termine, poiché esso, in estetica, è divenuto la fonte di una confusione non necessaria. Per la maggior parte della gente il termine "ridondante" reca la connotazione di superfluo, se non quella più sinistra di essere dichiarato ridondante. Nella teoria della comunicazione non si hanno, ovviamente, simili risonanze valutative. Le ridondanze non sono superflue perché il messaggio deve superare il rumore e la forma più semplice di ridondanza è quella della mera ripetizione, a noi familiare da chiamate come "prova, prova, prova" o più seriamente dal messaggio di disastro, sos, sos, che si sforza di garantire che l'ascoltatore casuale lo raccoglierà. È facile comprendere come la nostra comprensione del linguaggio ordinario si avvantaggi di alte ridondanze. Possiamo permetterci di non cogliere o fraintendere singoli suoni o persino parole senza perdere il significato. Parlando o scrivendo possiamo alterare forme ed articolazioni ed omettere di mettere il puntino sulla "i" o di tagliare la "t" senza timore di diventare subito inintelligibili. Leggendo spostiamo gli occhi secondo movimenti bruschi, detti saccadici, da punto di fissazione a punto di fissazione per cogliere il significato, e si ha una notevole attività d'ipotesi e anticipazione continua, mentre "seguiamo" il nostro autore. È facile dimostrare il ruolo delle ridondanze nel nostro cogliere un testo attraverso un indovinello. Se si presenta ad un soggetto un messaggio incompleto, si potrà scoprire quanto egli possa indovinarne attraverso la sua conoscenza di ciò che è probabile in un contesto dato. Chiunque può tentare un esperimento simile coprendo parte di un testo stampato e indovinandone il completamento. Meglio si conosce la lingua ed il contesto, più facile risulterà il gioco e più lettere di una singola parola restano in vista, più l'ipotesi convergerà verso la certezza: purché il nostro partner giochi onestamente e non ci metta di fronte ad un errore di stampa o ad una sequenza priva di senso. ![]() L'illustrazione che riprendo da un manuale di psicologia dimostra brillantemente la forza di questi principi. Pochi fra noi troverebbero difficile leggere la parola in parte cancellata da una macchia (WORK), ma la maggior parte di noi sarebbe sorpresa dalla dimostrazione della nuda evidenza di ciò su cui si basava la nostra lettura. Fino ad un certo punto ogni lettura rapida ricorda un simile gioco a indovinare. Contiamo sulla nostra coscienza immagazzinata non soltanto delle singole lettere alfabetiche, ma anche del linguaggio e dell'attesa sequenza di parole e significati. ![]() Nel complesso scorriamo lungo questi binari prestabiliti con tanta poca attenzione che addirittura manchiamo di notare lacune o refusi. Dobbiamo questa sicurezza precisamente alle ridondanze. Un messaggio in codice, ove ogni carattere ha importanza, non si potrebbe leggere rapidamente, mentre una lista di numeri va considerata in modo ancora diverso. Queste osservazioni tratte dal senso comune spiegano perché sembri tanto affascinante applicare la nuova disciplina della teoria dell'informazione allo studio della percezione. Né è difficile vedere perché tali tentativi abbiano incontrato difficoltà. La teoria, qual è originariamente concepita, è una teoria matematica che ha lo scopo di misurare la quantità di informazione necessaria a ridurre il dubbio del ricevente a proposito di alternative date. Per applicarla dobbiamo essere in grado di fissare il numero di alternative esistenti e il tipo di segnali necessari a ridurlo. È ben noto che lo si può fare mediante una semplice serie di risposte sì o no, che consente all'interrogante di collocare un'espressione su una griglia data, come nel gioco delle venti domande. Nell'applicazione di questa teoria ai messaggi del linguaggio ordinario, essa ha dovuto venire considerevolmente estesa, ma il linguaggio almeno ha, come abbiamo veduto, il vantaggio di operare con una serie finita di regole e all'interno dei limiti del suo vocabolario. Una persona di lingua italiana che vede una parola che comincia per "q" sa che la lettera successiva dovrà essere una "u", ed ha anche una ragionevole gamma di aspettative circa le parole che probabilmente potrà incontrare. Ogni lettera ulteriore ridurrà questa gamma e se il messaggio significa che la seduta è stata sospesa per mancanza di un certo q.u.o.r.u.m. ogni lettera successiva si può dire sia sempre più ridondante. Anche in questo caso, però, siamo passati da qualcosa di strettamente misurabile ad una concezione più soggettiva di ciò che un lettore particolare probabilmente troverà ridondante: non tutti conoscono l'espressione "quorum" e si potrà persino disputare se essa faccia parte della lingua italiana. Non può esservi nessuna rigida teoria matematica per questo tipo di conoscenza ed aspettativa preliminare, dovremo rassegnarci ad un'analogia meno stretta tra la percezione del linguaggio nella vita quotidiana e la trasmissione dell'informazione all'interno di sistemi chiusi. Se quest'approccio, tuttavia, si è dimostrato fruttuoso, il motivo è semplice: esso ha contribuito a liberare la teoria della percezione da un'altra vaga analogia, dimostratasi ancor più sviante. Intendo l'analogia tra occhio e macchina fotografica. Si è dimostrata tanto sviante precisamente perché sembrava tanto plausibile. Dopo tutto la macchina è costruita sul modello dell'occhio e vi è una somiglianza stretta tra lastra fotografica e retina, dato che ambedue reagiscono alla distribuzione delle energie luminose che, tutte insieme, formano l'immagine. Tale confronto è pure responsabile della pronta accettazione dell'idea dell'"occhio innocente", che ho dovuto tanto sforzarmi di combattere nel mio libro Arte e illusione. Essa postula che possiamo e forse dobbiamo, considerare tutti i messaggi che l'occhio riceve dal mondo visibile con imparzialità neutrale, poiché rendere selettiva l'attenzione introduce un pregiudizio e pertanto una distorsione della verità oggettiva. Abbiamo ora visto perché tale esigenza sia del tutto illusoria. La nostra attrezzatura visiva ha in comune con la macchina fotografica il fatto che il suo fuoco di visione netta è limitato e che può soltanto campionare in modo più preciso, in un momento qualsiasi, una parte della distribuzione luminosa. Che lo vogliamo o no, dobbiamo essere selettivi, perché l'occhio lo è. Ma, prescindendo del tutto dalla struttura dell'occhio, oggi sappiamo che una selezione assai più spinta, un vaglio maggiore ed un'elaborazione dei messaggi si verifica ai diversi stadi dei percorsi neuronici dalla retina alla corteccia visiva, quella parte del cervello che riceve i messaggi dal mondo visibile. Né è possibile che sia questo l'ultimo stadio della trasformazione della luce in percetti. Poiché, esattamente come esiste una focalizzazione fisica al momento dell'assunzione, c'è qualcosa come una focalizzazione mentale nel processo misterioso dell'attenzione, che la psicologia non ha per il momento affatto districato. Senza questa selezione finale saremmo inondati da messaggi fino al punto di distrazione. Non potremmo trovare la strada attraverso il mondo se di esso non potessimo, in qualsiasi momento, dare per già letta una gran parte. Appunto a causa di questa caratteristica della percezione l'analogia con l'elaborazione dei messaggi investigata dalla teoria dell'informazione si è dimostrata fruttuosa, per quanto occorra badare a non esasperarla. Poiché è un fatto che gran parte del nostro ambiente può essere considerato tanto pienamente anticipato che l'occhio scrutante lo può trattare in modo assai simile a come tratta le parti ridondanti di un testo. J.J. Gibson ha proposto di studiare quelle caratteristiche del nostro mondo che normalmente diamo per scontate, come parte di un'"ottica ecologica". Di solito, ad esempio, accettiamo come naturale che la luce provenga dall'alto o che le varie zone di un'acqua ferma siano sullo stesso piano. Queste e consimili aspettative, con le quali noi affrontiamo il mondo visibile, ci offrono l'opportunità di effettuare immense economie, per la riduzione della quantità di informazione cui dobbiamo specificamente porre attenzione. Tali economie si accrescono progressivamente se ci troviamo di fronte ad un ambiente familiare, ove gli oggetti che incontriamo si conformano alle aspettative.(continua) |
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