documenti
indietroindiceavanti
28) Ernst.H.Gombrich

Economia della visione  (parte quinta)

capitolo quarto

da "Il Senso dell'ordine"
titolo originale:"The Sense of Order. A Study in the Psychology of Decorative Art" (1979)
"I Saggi" Giulio Einaudi editore (1984)
6. Attesa ed estrapolazione.

Non vi è alcun motivo per il quale questa struttura delle nostre aspettative non vada studiata con le medesime tecniche che si sono dimostrate tanto potenti nella teoria dell'informazione. Possiamo giocare con le immagini delle cose il medesimo tipo di gioco a indovinare che usiamo per i testi, coprendo una parte della rappresentazione e chiedendo al soggetto di completarla. Per rendere più sistematico il procedimento, il professor Attneave ha usato immagini semplificate che definiscono silhouettes nere di oggetti familiari su uno sfondo chiaro. Sovrapponendo all'immagine una griglia e scoprendone un quadrato per volta, chiedeva ai soggetti di indovinare se il prossimo quadratino sarebbe stato bianco o nero, pieno o vuoto. Trovò che tali ipotesi sono naturalmente assai lontane dall'essere casuali, perché abbiamo certe aspettative giustificate quando ci troviamo di fronte ad immagini di cose familiari, come una casa, un albero o un animale.01
Quando a tali aspettative non si corrisponde, registriamo sorpresa e il grado di tale sorpresa può assimilarsi alla quantità d'informazione, nel senso in cui il termine è impiegato dalla teoria. Saremmo meno sorpresi scoprendo che il tetto della casa è più ripido di quanto supponevamo, di quanto lo saremmo scoprendo che si conclude con un elemento terminale a fiore.
Laddove si tratti di percepire oggetti, possiamo spiegare tale reazione facilmente mediante la conoscenza preliminare da parte della persona che indovina e che si può dire conosca esseri umani, case o alberi in modo molto simile a quello in cui conosce le parole del proprio linguaggio. Ma che dire della nostra capacità di percepire configurazioni e forme astratte, di cui questo libro specificamente si occupa?
Non vi è limite teorico, come abbiamo visto, alla combinazione e permutazione di disegni puramente formali.
È vero che in una cultura data alcuni disegni o motivi risulteranno più familiari di altri. Vi sono stili ornamentali che mostrano una certa analogia con il linguaggio. Se così non fosse, i restauratori non potrebbero reinserire pezzi mancanti di cornici o di un motivo decorativo con tanta fiducia.02
L'Alhambra apparirebbe assai diverso, non fosse per questa facilità con la quale si possono restaurare schemi ripetitivi.
Non vi è dubbio che tale effetto di familiarità svolge anche un ruolo nelle nostre reazioni a diversi stili ornamentali, ma il problema che dobbiamo porre è di tipo assai più fondamentale.
Come percepiamo gli elementi di patterns che non abbiamo mai veduti prima?
Quale ruolo, se esiste, può svolgere l'anticipazione nella necessaria selettività che dobbiamo esercitare?
Gli psicologi hanno scoperto che in realtà ci accostiamo a tali patterns con certe aspettative, per quanto sia difficile giustificarle razionalmente.
Impiegando, una volta di più, il medesimo gioco a indovinare, Attneave ha mostrato che se a un soggetto si presenta un semplice schema, quale una sequenza di alternanze, a, b, a, b, a, b, egli tenderà a giocare d'azzardo scommettendo sulla continuità della medesima sequenza e pertanto qualsiasi alterazione causerà una sorpresa maggiore.
Si è tentati di impiegare il medesimo termine di ridondanza per la continuazione della sequenza, sebbene si debba ammettere che qui l'analogia si assottiglia pericolosamente.
Dopo tutto non esiste in realtà alcuna ragione logica per credere che l'alternanza debba proseguire indefinitamente.
Precisamente a causa di quest'obiezione l'esperimento ci porta direttamente al centro del problema della percezione dei patterns: mi riferisco al ruolo che dobbiamo assegnare all'estrapolazione del nostro commercio col mondo esterno.
Il concetto di estrapolazione è abbastanza cruciale, a questo proposito, da indurci a soffermarci sulla sua definizione data nell'Oxford Dictionary:
"L'azione o il metodo di trovare, mediante un calcolo fondato sui termini noti di una serie, altri termini di essa, precedenti o seguenti".
Un certo numero di avvistamenti di una cometa, ad esempio, che ne fissi la posizione in dati punti, potrà così venir utilizzato per costruirne l'orbita fra questi punti e per predirne le comparse future. (A rigore, il "completamento" del tratto di orbita tra punti osservati andrebbe descritto come "interpolaziene", ma questo termine ha tanti significati che può causare confusione).
Ora può suonare alquanto inaspettata l'attribuzione al nostro sistema percettivo della capacità di eseguire questo tipo di calcolo, ma chiunque guardi una partita di tennis dovrà ammettere che i giocatori devono essere capaci di fare mediante l'istinto e l'allenamento quanto fanno gli astronomi mediante il calcolo.
Devono estrapolare dalle loro osservazioni della palla dove essa si troverà a un certo momento futuro e devono sapere per esperienza se potranno raggiungere quel punto con la racchetta. Tanto l'istinto che l'allenamento, tanto le doti innate quanto quelle acquisite dovranno aver parte delle capacità richieste al giocatore.
Il necessario raffinamento della percezione e del movimento deve costruire una reazione della quale siamo in possesso fin dalla nascita.
C'è una gradazione tra i primissimi movimenti conativi dell'occhio e della mano da parte del neonato fino a quelli del giocatore impacciato e successivamente del campione, le cui anticipazioni saranno sempre più precise.
Può suonare pertanto un poco paradossale parlare delle sue "anticipazioni" dei propri stessi movimenti, ma un minimo di autoosservazione ci convincerà che di norma non possiamo predire e di fatto non prediciamo esattamente come eseguiremo un certo movimento intenzionale.
Né la cosa è necessaria.
Cercando una matita possiamo guidare visivamente la mano giusto quanto basta per esser certi che non fallirà lo scopo. Soltanto se non la raggiungiamo la cosa viene segnalata al cervello come un'avaria che richiede attenzione.
L'affinarsi delle abilità consiste nel restringere la latitudine consentita alle nostre estrapolazioni inizialmente vaghe. L'apprendimento della percezione procede nella medesima direzione.
Quanto poi si spinga innanzi questo processo, dipende dal fine.
In un capitolo su Illusione ed arte, che ha costituito il mio contributo ad un volume curato congiuntamente dallo psicologo Richard Gregory e da me, ho argomentato con una certa ampiezza a favore del "carattere prognostico della percezione".
Ho impiegato l'esempio di una creatura immaginaria attrezzata con un perfetto apparato di registrazione capace di mappare completamente l'ambiente in qualsiasi momento dato, ma privo del potere di estrapolazione.
Come potrebbe anche soltanto attraversare una strada senza rischiare di essere travolto?
Ciò che avrei dovuto aggiungere, rammentando le asimmetrie di Popper,è che per attraversare una strada l'unica cosa importante è predire dove non vi sarà alcun veicolo nel momento cruciale. Alcuni di noi preferiscono non correre rischi, mentre altri confidano che le loro anticipazioni siano abbastanza precise da fare un tuffo nel traffico.
Né nei nostri movimenti né nelle nostre percezioni siamo normalmente consapevoli dei calcoli che sottendono le nostre anticipazioni. Seppure penetrano nella nostra coscienza, lo fanno nella forma di percetti fantasma.03
Vediamo dove la palla da tennis o l'automobile saranno ed è appunto su questa capacità di aspettativa che i prestigiatori spesso contano per ingannarci. Non solo, però, i prestigiatori. Quanto definiamo potenza suggestiva di un artista, la sua capacità di mobilitare ciò che in Arte e illusione ho chiamato la " parte dello spettatore" si fonda su questo meccanismo percettivo. Forse la raffinatezza necessaria a rispondere in questo modo a un rapido schizzo o a un quadro impressionista è pur essa una capacità acquisita, ma tale comunque da sviluppare una capacità innata. Poche destre pennellate di uno dei disegni veneziani del Guardi bastano alla maggior parte di noi per "vedere" un gondoliere, poiché comprendiamo dal contesto che questo appunto esse devono rappresentare.
Ma in tutti questi casi si potrebbe, ed anzi si deve, argomentare che è l'esperienza ad avere sviluppato questa capacità interpretativa.
Sappiamo qualcosa circa i disegni e circa i gondolieri e la suggestione, se non lo sapessimo, mancherebbe di operare.
Ammesso questo, potremo precisare con maggiore esattezza il problema di questo libro.
Poiché, non vi è dubbio, noi pure estrapoliamo, attendiamo ed anticipiamo in casi in cui questo tipo di esperienza deve mancare.04
Così, Kanisza ha mostrato che una forma incompleta si trasforma in un triangolo fantasma precisamente perché estrapoliamo o interpoliamo il perimetro mancante fra i vuoti. Perché lo facciamo?
Perché vediamo un contorno continuo che non esiste?
Si potrebbe rispondere che, in quanto prodotti di una civiltà tecnologica, siamo ormai tanto condizionati dalle linee rette e dalle forme geometriche del nostro ambiente artificiale, che estrapoliamo o " completiamo" il triangolo in base ad esperienze passate di forme simili.
Ma questo tipo di spiegazione si rivela inadeguato a render conto della tendenza universale di cui ci occupiamo, la tendenza che, nei termini più generali, può descriversi come ipotesi della continuità.
Ci attendiamo che le cose non mutino, salvo prova contraria. Senza questa fiducia nella stabilità del mondo non potremmo sopravvivere.
I nostri sensi non potrebbero affrontare il compito di mappare di nuovo l'ambiente ad ogni istante. Essi piuttosto servono alla nostra rappresentazione interna, nella quale inseriamo certe osservazioni e presunzioni con cui operiamo finché e a meno che non vengano falsificate.
È questa l'applicazione dell'"asimmetria di Popper" cui ho fatto cenno nell'introduzione.
Tutto il nostro apparato sensoriale è fondamentalmente predisposto per evidenziare il cambiamento inatteso.
La continuità, dopo un certo tempo, non viene più registrata e ciò è vero sia a livello fisiologico che psicologico. Fissando l'occhio su una configurazione data, come oggi si può fare mediante un apparecchio connesso allo stesso globo oculare, il percetto svanirà in assenza delle oscillazioni incessanti che compiamo.
Qualsiasi sensazione corporea, visiva o sonora, affonderà al di sotto della soglia dell'attenzione. Il fruscio del vento e dell'acqua, lo stormir delle foglie, il ticchettare dell'orologio e persino il frastuono del traffico fuori della finestra diverranno puro sfondo e verranno ignorati, salvo che interferiscano con altri suoni.
La prova migliore che abbiamo, peraltro, del fatto che continuiamo ad udire quanto non notiamo più, proviene dalla ben nota osservazione che ci rendiamo conto di quando il suono muta o si arresta. Dobbiamo averlo "monitorizzato" inconsapevolmente tutto il tempo.
Questa monitorizzazione della continuità può essere instaurata dal sistema in molti modi.
Il pilota allenato noterà l'insolito mutamento nell'intensità del rumore, la madre ansiosa il cambiamento nel respiro del bimbo malato.
D'altro lato, le discontinuità possono a loro volta venir trascurate, basta che siano attese: i battiti dei quarti d'ora sull'orologio del villaggio posson presto passare inosservati. Sembra, di fatto, che l'aspettazione possa portare a un doppio risultato, a seconda del modo in cui siamo "disposti".
La discontinuità può insorgere e darci una scossa, interrompendo il nostro procedere (come accade quando si tenta di discendere un gradino inesistente). Ma può anche far sì che noi completiamo con l'immaginazione quanto siamo giunti ad aspettarci.
Esistono simili esperienze nella sfera dell'ascolto, quando ad esempio siamo indotti a completare un immaginario basso continuo che lo strumentista non può in realtà suonare; forse il senso della visione è più disposto a questo tipo di proiezione, che si approssima ad un'allucinazione.
Il contorno fantasma della figura di Kanisza torna qui a proposito. Ho menzionato la sua parentela con la maniera in cui completiamo una figura schizzata, ma possiamo ora inoltre vedere perché i due fenomeni simili non vadano confusi.
L'attesa della continuità non si apprende, è il risultato di quanto ho chiamato monitorizzazione della continuità. Senza di essa, come abbiamo visto, non potremmo vivere, ma quest'economia di sforzi comporta ovviamente anche rischi.
Dovendo risparmiare l'attenzione per quando compare una novità, giochiamo d'azzardo sulla continuazione ogni volta che il monitor non riceve alcun messaggio in contrario. È per questo motivo, io ritengo, che "vediamo" linee inesistenti.
Esse compaiono perché c'è uno schermo vuoto che ci consente di proiettarvi la nostra aspettativa provvisoria. S'introduca una prova positiva di discontinuità, e lo spettro subito si dissolve. (continua)
torna su
indietroindiceavanti