documenti
indietroindiceavanti
32) Ernst.H.Gombrich

Ordine e finalità nella natura (parte prima)

Introduzione

da Il Senso dell'ordine
- titolo originale:"The Sense of Order. A Study in the Psychology of Decorative Art" (1979)
"I Saggi" Giulio Einaudi editore (1984)
Prima negli animali e nei bambini, ma più tardi anche negli adulti, ebbi a osservare la potenza immensa del bisogno di regolarità: quel bisogno in forza del quale essi ricercano le regolarità.
K. R. Popper, Conoscenza aggettiva

1. Ordine e orientamento.

La mia fede in un "senso dell'ordine" deriva dalla medesima teoria della percezione cui ho fatto ricorso nell'analisi della rappresentazione.
In sintesi, tale teoria respinge la concezione della percezione come processo passivo, l'approccio che Sir Karl Popper ha soprannominato la "teoria della mente come recipiente".
Come lui, io credo in quanto egli ha giustamente definito la "teoria della mente come lampada", concezione che sottolinea l'attività costante dell'organismo nell'analizzare ed esplorare l'ambiente.
I termini nei quali ho appena formulato tale teoria dovrebbero dire al lettore che essa si fonda su una concezione evoluzionistica della mente. Io ritengo, con Popper, che una simile concezione sia divenuta inevitabile dopo Darwin, ma anche se così è, gran parte della psicologia dei manuali reca ancora le tracce di una visione che, in ultima analisi, risale a quasi duecento anni prima di Darwin, alle teorie empiriste di John Locke.
Fu Locke a lanciare la "teoria del recipiente", col suo postulato che la mente del bambino appena nato vada considerata una tabula rasa, una lavagna vuota; nulla potrebbe entrare in questa mente se non attraverso gli organi di senso.
Soltanto una volta che tali "impressioni sensoriali" si furono associate nella mente, siamo stati capaci di costruirci un quadro del mondo esterno. Non esistono "idee innate", l'uomo non ha maestro alcuno fuor che l'esperienza.
Kant praticò la prima breccia in quest'edificio teorico quando si domandò come la mente possa mai ordinare tali impressioni nello spazio e nel tempo, se lo spazio ed il tempo andavano essi stessi anzitutto appresi in base all'esperienza. Senza una struttura preesistente, o un "sistema di archiviazione" non si poteva sperimentare il mondo, per non parlare di sopravvivervi.
Per quanto fondamentali però fossero le obiezioni di Kant agli occhi dei filosofi, egli era tanto impegnato nella "ragion pura", da non chiedersi mai come gli altri organismi procedessero nel mondo. Essi venivano per la massima parte concepiti quali meccanismi guidati da "istinti", ma, qualsiasi cosa si potesse intendere con questo termine vago, avrebbe dovuto esser chiaro fin dall'inizio che un animale deve perseguire il proprio scopo in modo complesso e flessibile, evitando i pericoli e ricercando cibo, riparo, compagni.
Grazie alle ricerche degli etologi durante gli ultimi decenni, si conosce oggi di più circa le reazioni cui gli animali sono, senza il minimo dubbio, "programmati", di quanto lo stesso Darwin avrebbe potuto supporre.
A dirla schematicamente, un organismo per sopravvivere dev'essere attrezzato per risolvere due problemi fondamentali:
dev'essere in grado di rispondere alle domande: "che cosa? " e "dove?".
In altri termini, deve calcolare cosa significhino per lui gli oggetti del suo ambiente, se ve ne siano di classificabili come fonti potenziali di nutrimento o di pericolo e, in ciascuno dei due casi, deve intraprendere l'azione appropriata di localizzazione, inseguimento o fuga.
Tali azioni presuppongono quanto, negli animali superiori e nell'uomo, è ormai noto come "mappa cognitiva"': un sistema di coordinate sul quale si possono proiettare gli oggetti significativi.
Dovrebbe essere ovvio che agli stadi inferiori dell'evoluzione tali capacità non possono dipendere da quell'entità elusiva che chiamiamo coscienza.
Persino nell'uomo questo accoppiamento non esiste. Una delle manifestazioni più elementari del senso dell'ordine è il senso dell'equilibrio, che ci dice cosa si trovi in alto e cosa in basso in rapporto alla forza di gravità e pertanto in rapporto al nostro ambiente percepito.01
Pure, noi siamo consapevoli di tale capacità soltanto quando non funziona e l'organo di questo senso, situato nell'orecchio interno, solo tardivamente è stato scoperto ed isolato dagli scienziati. Neppure la nostra risposta al significato è sempre accompagnata da una piena consapevolezza.
Un esempio da me trattato altrove è dato dalla nostra risposta agli occhi. Siamo estremamente sensibili a qualsiasi configurazione che possa interpretarsi come un paio d'occhi, ma sono necessari in non scarsa misura osservazione consapevole e allenamento, per rendersi pieno conto della forma e della posizione esatta degli occhi nelle orbite. È percepita la cosa, ma non la forma.
Diversa la situazione per quanto riguarda la collocazione degli occhi. Siamo ben attrezzati a sentire in quale direzione uno guardi e non abbiamo alcuna difficoltà nel guardare negli occhi i nostri simili umani. L'orientamento spaziale, che governa i nostri movimenti, è parimenti istintivo ma specifico. Deve implicare la percezione di relazioni ordinate come più o meno vicino e lontano, alto e basso, adiacente e discosto, nonché delle categorie temporali del prima e dopo.
Senza voler dare troppo peso ai termini qui scelti, vorrei pertanto proporre di distinguere tra percezione del significato e percezione dell'ordine.02
Si riscontra che queste categorie fondamentali svolgono il loro ruolo in tutta la gamma delle arti visuali. Non occorre dire che la percezione del significato non si può mai abolire, ma per comprendere la decorazione dobbiamo sulle prime occuparci della percezione dell'ordine.
Anche in questo punto il moderno pensiero evoluzionistico ha modificato ed arricchito il sistema astratto secondo il quale Kant ha formulato il problema dello spazio e del tempo.
Per citare su questo argomento Konrad Lorenz, padre dell'etologia:
"Persino il mondo primitivo in cui il paramaecium (un infusorio) evita l'azione quando collide con un ostacolo prima rovesciandosi e poi nuotando in direzione diversa, determinata a caso, suggerisce che esso "sappia" circa il mondo esterno qualcosa, che può letteralmente descriversi come fatto "oggettivo".
Obicere significa gettare contro; "oggetto" è qualcosa che viene gettato dinanzi al nostro cammino, un impenetrabile "qualcosa" col quale collidiamo. Tutto ciò che il paramaecium "sa" circa l'"oggetto" è che esso impedisce la prosecuzione del suo movimento in una direzione particolare e tale "conoscenza" regge alla critica che noi siamo in grado di esercitare, dal punto di vista del nostro quadro più ricco e assai più dettagliato del mondo.
È vero, noi saremmo forse capaci di consigliare alla creatura di muoversi in direzioni più favorevoli di quella che essa ha preso a caso, ma quanto essa "sa" resta completamente esatto: "la strada diritta è sbarrata"".
Ho citato questo vivido brano non soltanto per l'accento che esso pone sul bisogno di orientamento in qualsiasi stadio della vita organica, ma anche come esempio della necessità di cautela in tali materie.
A rigore, come Popper ci ricorderebbe e come Lorenz sa, le reazioni della creatura non sono basate sulla conoscenza, ma su un'ipotesi: poggiano sull'implicita assunzione che l'oggetto urtando il quale hanno ricevuto un colpo continui a restare in quel punto, perché altrimenti un mutamento di rotta potrebbe condurre l'animale a collidere col medesimo ostacolo.
Non vale quasi la pena di aggiungere che il termine "ipotesi" è qui usato in senso meno specializzato di quanto accada nella ricerca scientifica. Il suo uso si è esteso perché alcuni studiosi della percezione hanno scoperto una stretta somiglianza tra il progresso della conoscenza scientifica e l'acquisizione di informazioni, lungo tutta la scala evolutiva.
"Pensiamo alla percezione, dice Richard Gregory in "Occhio e cervello", come a un processo attivo d' impiego dell'informazione per suggerire e verificare ipotesi".
È questo l'approccio che il lettore troverà in tutto questo libro, sebbene le mie idee personali siano state pure fecondate da altre scuole psicologiche, particolarmente da quella di J. J. Gibson, il quale ha respinto questa terminologia almeno in rapporto ai processi normali di percezione visiva.
Fortunatamente posso ora rinviare il lettore al recente volume di Ulric Neisser su Cognizione e realtà (1976), fondato sulla convinzione che "sia J. J. Gibson sia i teorici dell'ipotesi verificata abbiano ragione in merito alla percezione" .
Perseguendo l'analogia tra apprendimento biologico e logica della scoperta scientifica, tuttavia mi lego più esplicitamente alla metodologia di Popper che a qualsiasi altro autore cui faccio riferimento.
Pertanto il lettore troverà che io pongo meno l'accento sulla verifica di un'ipotesi che sulla sua "falsificazione" o refutazione.
Popper mi ha convinto che una teoria non possa mai essere stabilita con certezza, qualsiasi numero di casi la confermi, ma che possa essere demolita da una singola osservazione che la confuti.
Mi avventuro a pensare che quanto potrebbe chiamarsi asimmetria popperiana tra conferma e falsificazione non sia stato ancora del tutto assimilato dalla psicologia e dalla filosofia della percezione. È facile illustrare quest'asimmetria mediante l'esempio che abbiamo esaminato prima: si è visto che il semplice organismo descritto da Lorenz apprende attraverso le collisioni, attraverso gli urti. Possiamo interpretarli come falsificazioni dell'ipotesi di poter proseguire il cammino. Forzando il punto per amor di risalto, identificherei l'ipotesi innata col senso dell'ordine, l'urto con la percezione.
Spero comunque che il lettore non consideri chiusi i conti con la collisione entro questa formula: essa verrà modificata considerevolmente.
Ancora, se desiderassimo simulare le azioni e reazioni del nostro organismo primitivo mediante un robot capace di movimento autonomo, sarebbe certamente utile programmarlo per un movimento ordinato, facendolo normalmente procedere in linea retta e poi facendogli cambiare percorso o temporaneamente o permanentemente in base all'impatto con un altro oggetto.
Il compito diviene più complesso ma, come si sa, non insolubile, se il robot va programmato per un'altra funzione organica, ad esempio l'inseguimento o la fuga, poiché in tal caso il presupposto inserito deve pure comprendere l'ipotesi, assai proficua, che concerne un bersaglio in movimento.
Di nuovo troviamo che si può meglio rispondere a tale scopo mediante un assunto di semplice continuità: se la preda o il bersaglio proseguono in linea retta, li si può intercettare in un punto calcolabile dello spazio. Per la stessa ragione, per sfuggire all'inseguimento è più opportuno servirsi di deviazioni a caso dal percorso prevedibile. La creatura cacciata procede a zig-zag, con repentine inversioni, per liberarsi dall'inseguitore e in tal modo rende meno predicibile il proprio cammino.
Si ricorderà che William Hogarth cercò di spiegare la pretesa predilezione umana per la sua "linea della bellezza", la linea sinuosa, con riferimento al comportamento animale: "quest'amore della caccia, come mera caccia, è radicato nella nostra natura e predisposto, senza dubbio, per finalità necessarie ed utili".
Può ben darsi che egli fosse nel giusto, sebbene rovinasse, secondo me, la sua argomentazione passando con eccessiva rapidità dalla biologia all'estetica.
In ogni caso non mi occupo, in questa fase, del problema del piacere, ma dell'istinto "radicato nella nostra natura e predisposto... per finalità necessarie ed utili". Lo schema ordinato di riferimento che solo rende possibile all'organismo di ricercare e di evitare gli oggetti è logicamente precedente agli stimoli individuali cui esso reagisce.
È qui che torna utile la metafora della "lampada", poiché essa ci ricorda un'attività, che è inseparabile anche dal modello più primitivo di percezione.
L'organismo deve esplorare l'ambiente e deve, per così dire, posizionare il messaggio che riceve sullo sfondo di quella elementare attesa di regolarità che sottende quanto io chiamo senso dell'ordine.
I metodi emersi nell'evoluzione sono numerosissimi, ma hanno tutti questo in comune: che accrescono la capacità di anticipazione della creatura.
L'organismo primitivo di Lorenz deve attendere finché non urti contro le cose.
I sensi specializzati offrono il debito avvertimento per fuggire o inseguire.
I pipistrelli trovano la strada nel buio intorno agli ostacoli e verso gli insetti che essi predano mediante una specie di apparecchio sonar. Emettono strida ultrasoniche direzionali, che rimbalzano sulla materia solida e dicono all'animale la posizione e il movimento delle cose che si trovano sul suo cammino.
"I pipistrelli detti a ferro di cavallo, leggiamo, stridono per via nasale, in modo da emettere un raggio ristretto a frequenza costante, che può venir diretto avanti e indietro come una lampada... nello stesso tempo, muovono le orecchie avanti e indietro alternativamente sessanta volte al secondo a mo dei rivelatori direzionali".
Ancor più drammatica è la scoperta dell'uso di metodi di ricerca aleatoria, mediante un'attrezzatura tipo radar, da parte di certi pesci elettrici: il Gymnarchus niloticus "usa il proprio campo elettrico come un meccanismo dalla sensibilità incredibilmente raffinata per localizzare gli ostacoli che incontra sul suo cammino o per trovare la strada fra i crepacci, sia in avanti che all'indietro. Impiegando la medesima attrezzatura può anche localizzare la preda, individuare i nemici, persino riconoscere altri membri della sua specie, compreso un potenziale compagno".
Pure, l'esempio di questa creatura stupefacente non si limita semplicemente a ribadire quanto già sapevamo sul pipistrello. Ci porta più innanzi, fino a comprendere quel legame tra percezione ed ordine che qui tengo ad illustrare.
"Benché si sia soliti parlare del Gymnarchus quasi usasse un radar, quest'impiego del campo elettrico ha col radar ben poco in comune. Il campo elettrico offre informazione mediante la distorsione delle linee di forza". Per quanto eccezionale sia questo curioso meccanismo, a me sembra offrire l'illustrazione perfetta dell'asimmetria popperiana, l'uso cui il nostro senso dell'ordine deve servire, nell'impegno per la sopravvivenza: consente all'oganismo di scoprire deviazioni dall'ordine, scostamenti rispetto a quella norma che in qualche modo è codificata nel sistema nervoso.
Cominciamo solo oggi a comprendere il grado in cui il nostro orientamento visivo nello spazio dipende anch'esso da una tale norma. La si potrebbe chiamare la norma degli aspetti mutevoli. È stato soprattutto J. J. Gibson ad attrarre l'attenzione sull'ordine latente implicito nelle trasformazioni che sperimentiamo muovendoci nell'ambiente.
Sia che io mi segga al mio tavolo o volti le pagine di un libro che ho in mano, il flusso di informazione visuale che ricevo sarà sufficiente a farmi percepire la forma "invariante" del tavolo o del libro, attraverso le melodie del mutamento.
Soltanto se questa trasformazione legittima ha mancato di verificarsi, se il tavolo si è mosso da sé, se il libro si è ritratto dalle nostre mani, riceveremo un impulso.
Il rilievo che tale estensione del nostro senso dell'ordine può avere sulla teoria del disegno decorativo verrà trattato a suo luogo. Qui esso dovrà anzitutto aiutarmi a definire la mia posizione nei riguardi della teoria visuale della Gestalt, cui dobbiamo tante intuizioni importanti nei riguardi della percezione dei patterns e che nondimeno, come generalmente si riconosce, ha bisogno di revisione. (continua)
torna su
indietroindiceavanti