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33) Ernst.H.Gombrich Ordine e finalità nella natura (parte seconda) Introduzione da Il Senso dell'ordine - titolo originale:"The Sense of Order. A Study in the Psychology of Decorative Art" (1979) "I Saggi" Giulio Einaudi editore (1984) |
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2. La teoria della "Gestalt" La teoria della Gestalt è stata la prima teoria della percezione ad opporsi sistematicamente alla "teoria del recipiente", di una registrazione passiva degli stimoli. Ha negato la possibilità di un "occhio innocente", che mi son dato tanta pena di combattere in Arte e illusione. Non possiamo vedere alcuna configurazione in tutta nettezza, per così dire, perché la tavoletta sulla quale i sensi scrivono il loro messaggio possiede certe caratteristiche sue proprie. Ben lungi dal lasciare intatti gli stimoli in arrivo, essa li colloca in cubicoli predisposti. Esiste una preferenza osservabile, nel nostro percepire, per le configurazioni semplici, le linee rette, i cerchi ed altri ordini semplici e noi tendiamo a scorgere tali regolarità più che le forme casuali, quando ci scontriamo col caotico mondo esterno. Esattamente come la limatura di ferro sparsa a caso in un campo magnetico si ordina secondo un certo schema, così gli impulsi nervosi che raggiungono la corteccia visiva sono soggetti a forze di attrazione e di repulsione. L'ipotesi alternativa che proponevo in Arte e illusione convergeva, osservavo, con una spiegazione introdotta da Julian Hochberg. Essa ricorre all'uso che possiamo fare dell'ordine per la scoperta delle deviazioni. Si supponga un uomo al buio che cerchi di ottenere informazioni circa l'ambiente che non vede. Non andrà a tentoni, non si agiterà a caso, ma userà ogni sua scoperta per configurare un'ipotesi circa il significato dei suoi incontri; ipotesi che successivi tentativi serviranno a confermare o refutare. Il primo assunto, quasi automatico, col quale probabilmente egli opererà è quell'ipotesi circa una relativa stabilità degli oggetti, che dovrà pure guidare i movimenti dell'organismo inferiore (o del robot ancor più inferiore) cui si è già accennato. In una situazione da incubo, nella quale qualsiasi elemento dell'ambiente silenziosamente ed incredibilmente muti forma e luogo durante i suoi tentativi, egli sarebbe forzato ad abbandonare l'impresa, ma se l'ambiente manifesta una qualche regolarità rivelabile, per lui l'unica strategia sarebbe di verificare se siano vigenti gli ordini che egli stesso ha creati, modificando i propri tentativi secondo una progressione da configurazioni semplici a configurazioni più complesse. Desumendo uno spunto ulteriore dalla metodologia della ricerca scientifica di Popper, così argomentavo: "Senza un qualche sistema iniziale, senza una prima ipotesi cui possiamo riferirci finché non venga falsificata, non potremmo invero trarre alcun "senso" dai miliardi di stimoli ambigui che ci raggiungono dall'ambiente. Per apprendere, dobbiamo fare errori e l'errore più fruttuoso che la natura potrebbe averci instillato sarebbe l'ipotesi che esistano semplicità ancora maggiori di quelle che abbiamo probabilità di trovare in questo nostro caotico mondo. Qualunque possa essere il destino della scuola gestaltica in campo neurologico, essa può tuttora mostrarsi logicamente vera nell'insistere sul fatto che l'ipotesi della semplicità non si apprende. Essa è, invero, l'unica condizione che sottende l'apprendere stesso". In Arte e illusione mi occupavo soprattutto di due aspetti di questo processo di apprendimento. Abbiamo una tendenza a verificare sia il mondo reale che le sue rappresentazioni in base ad un'ipotesi di regolarità che non viene abbandonata finché non sia da refutare. Il modo in cui vediamo il cielo, il vuoto infinito sul nostro capo, come fosse una cupola o una volta ribassata, è un esempio di tale ipotesi non refutata. Presumiamo che le stelle lassù stiano su un solo piano e ad angolo retto con la nostra linea di visione, e nulla vi è che disinganni l'occhio nudo, procediamo col medesimo assunto anche per un cielo rappresentato in un quadro, o, quanto a questo, per qualsiasi elemento si stagli sull'orizzonte. Ma per quanto importanti siano questi sintomi delle attività che si accompagnano alla percezione, il tema di Arte e illusione esigeva una maggiore accentuazione dell'altro effetto, quello del principio di semplicità: del suo ruolo nella rappresentazione. È ben noto che la varietà del mondo visibile si riduce in quelle rappresentazioni schematiche di solito descritte come " immagini concettuali". Ho interpretato tali immagini come modelli minimi degli oggetti che hanno lo scopo di rappresentare e in tutto il volume ho sottolineato il fatto che "il fare viene prima del verificare", lo schema minimo viene costruito prima e poi modificato o corretto confrontandolo con la realtà. Se mi si chiedesse di riassumere in una formula consimile la teoria che sottende il presente volume, direi che brancolare viene prima di afferrare o che cercare viene prima di vedere. A contrasto con qualsiasi teoria stimolo-risposta, vorrei mettere in luce la necessità di considerare l'organismo un agente attivo che si protende verso l'ambiente non ciecamente e a caso, ma guidato da questo innato senso dell'ordine. 3. I patterns della natura Nello studio della rappresentazione la tendenza a realizzare forme semplici esige attenzione soltanto come sfondo per la loro successiva modifica. Le configurazioni e i patterns decorativi che costituiscono l'argomento di questo libro attestano il piacere dell'uomo nell'esercitate il suo senso dell'ordine facendo e contemplando configurazioni semplici senza riguardo al loro riferimento al mondo naturale. Il mondo che l'uomo si è costruito è, di norma, un mondo di forme geometriche semplici, dal libro che il mio lettore tiene in mano a quasi tutti gli elementi del nostro ambiente artificiale. Non tutti questi elementi sono stati creati per amor di bellezza, ma tutti si contraddistinguono rispetto alla piacevole mescolanza dell'ambiente naturale. Tanto profondamente intrinseca è la nostra tendenza a considerare l'ordine come il segno di una mente ordinatrice, che istintivamente reagiamo con stupore ogni volta che percepiamo regolarità nel mondo naturale. ![]() Talvolta, passeggiando attraverso un bosco, può darsi che l'occhio ci si soffermi sui funghi disposti in cerchio perfetto. Il folklore li chiama anelli delle fate , perché sembra impossibile immaginare che una tale regolarità si sia verificata per caso. Né così infatti è stato: sebbene la spiegazione del fenomeno sia ben lungi dall'essere semplice. Ma perché, in ogni caso, il fatto ci colpisce? Il mondo naturale non presenta forse numerosi esempi di regolarità e semplicità: dalle stelle nelle loro orbite alle onde nel mare, alla meraviglia dei cristalli e, su per la scala della creazione, fino agli opulenti ordini dei fiori, delle conchiglie e del piumaggio? La risposta breve a questo complesso problema è che in natura l'ordine compare quando le leggi della fisica possono operare in sistemi isolati senza mutuo disturbo. Non siamo sorpresi nel vedere onde circolari che si allargano su uno stagno dopo avervi gettato un sasso. Sappiamo che l'acqua è uniforme e che l'impulso viaggerà uniformemente in tutte le direzioni a meno che non vi siano ostacoli o altri influssi, come una corrente o una brezza, che complicheranno progressivamente l'ordine fino al punto in cui esso potrà eludere non solo la percezione ma il computo stesso. Ciò su cui la nostra attenzione si sofferma negli anelli delle fate è semplicemente l'inattesa presenza di un ordine in ciò che sembra un ambiente di innumeri forze interagenti: la mescolanza casuale del suolo naturale coi suoi rivoli d'acqua in mezzo al muschio, le sue radici intricate e le foglie cadute. Solo un agente magico, concludiamo, potrebbe imporre ordine a una tale selvaggia confusione. In altri termini, la nostra percezione è messa all'erta dal contrasto tra ordine e disordine. Esistono ampie prove del fatto che questo principio si applica ovunque nella natura vivente. Infatti i disegni distintivi esibiti dalla flora e dalla fauna nel mondo suggeriscono che debba esserci un qualche vantaggio per l'organismo nell'emergere di certi patterns visibili. Devono essere sorti in base a pressioni evolutive che hanno favorito i portatori di certi tipi di marchi. È ben noto che esistono due tendenze opposte, ambedue significative nel nostro contesto. C'è lo schema della mimetizzazione, il cui scopo è di rendere la creatura invisibile ai predatori, e c'è quello del contrassegno, che lo rende particolarmente visibile. ![]() Lo schema della mimetizzazione imita una distribuzione casuale di elementi quali si verificano di frequente nell'habitat della specie. Ha l'aspetto di un agglomerato casuale, tipico, di pietre, di sabbia o di ramoscelli senza un contorno o un profilo che possano tradire l'animale quando s'immobilizza contro il proprio sfondo. L'artista della mimetizzazione imita questo procedimento quando assembla gli elementi caratteristici di un ambiente e li rimescola nelle medesime dosi. Il successo di questo meccanismo in natura ed in guerra suggerisce che, esplorando il mondo alla ricerca di cose nuove, apprendiamo presto ad applicare una consimile legge delle medie: finché la frequenza e la distribuzione relative degli elementi non mutano, non registriamo alcuna novità. Questa osservazione si estende al di là del meccanismo della mimetizzazione, fino a qualsiasi tipo di disegno che faccia uso di elementi casuali: si tratti di una superficie screziata o di puntini colorati o di un panno di tweed. Il grado di casualità si può oggi controllare con i computer e gli esperimenti con tali patterns casuali hanno confermato la sensibilità della mente alle medie. Sotto questo aspetto, perfino il disordine viene sperimentato come ordine. ![]() Il principio della marca evidente o contrassegno evidenzia un punto diverso. In molte situazioni la sopravvivenza della specie dipenderà ovviamente dal fatto che i suoi membri si riconoscano per nutrirsi, accoppiarsi, formare gruppo. Pertanto il disegno deve risaltare chiaramente e visibilmente sullo sfondo. Che si sia dato per caso, dovrà apparire quanto mai improbabile. I colori brillanti e i patterns regolari dei fiori che devono segnalare la propria presenza agli insetti impollinatori, la ricca livrea usata dagli uccelli in manifestazioni come la coda del pavone, le marche distintive sul becco, che il piccolo è capace di riconoscere, tutti sono stati descritti come configurazioni ad alta improbabilità, vale a dire ad alto valore informativo. Sotto questa luce, sorprenderà forse meno che qualche tipo di vera e propria costruzione di patterns possa osservarsi anche nel mondo animale. L'uccello giardiniere si crea un palcoscenico, una specie di arena da spettacolo per il suo corteggiamento. Libera una certa zona dalle foglie morte e da altri rifiuti e la decora ogni giorno con foglie fresche di certe selezionate specie di alberi, che egli stacca col becco, dentellato allo scopo di segarle. ![]() Queste foglie vengono poste con il lato più chiaro, quello inferiore, in vista e, se le si rovescia, l'uccello le rimette a posto. Di solito, vi aggiunge qualche guscio rotto di chiocciola. In questo modo la zona viene contrapposta al mondo casuale del suo habitat normale, come segnale per la femmina. L'uccello crea una piccola isola d'ordine, che corrisponde, nell'ambito visuale, al richiamo sonoro formalizzato col quale accompagna questa esibizione. Impiego di proposito questa similitudine perché da qualche tempo i biologi sottolineano come la regolarità dei richiami animali non soltanto serva all'ovvio scopo di costituire specifici segnali di riconoscimento per la specie, ma sia anche atta a superare i rumori casuali che eventualmente riempiono l'aria. (continua) |
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