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34) Ernst.H.Gombrich Ordine e finalità nella natura (parte terza) Introduzione da Il Senso dell'ordine - titolo originale:"The Sense of Order. A Study in the Psychology of Decorative Art" (1979) "I Saggi" Giulio Einaudi editore (1984) |
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4. Ordini artificiali Non è mai privo di rischi tracciare analogie fra natura e cultura, ma io ritengo che qui, come altrove, tali rischi vadano affrontati, se si vuoi fare qualche passo avanti. È chiaro che la cultura può trarre vantaggi analoghi dalla creazione di ordini che si sono imposti nel processo dell'evoluzione. Qua e là la stessa improbabilità di una regolarità determinatasi per accidente può servire come punto di partenza per una osservazione più approfondita. Si prenda una delle applicazioni più vaste e delle più precoci, forse, del pattern: il tatuaggio, l'incisione di cicatrici ornamentali .È chiaro fin dal principio che tali tagli ordinati differiscono dalle ferite ricevute in combattimento. Queste ultime si possono anch'esse portare con orgoglio come accadeva o forse ancora accade, fra gli studenti duellanti delle università tedesche che le esibivano come segni di status, ma anche il più ritualistico duello alla sciabola porterà molto difficilmente a cicatrici regolari. La regolarità è segno di intenzionalità: il fatto che le cicatrici siano ripetute mostra che sono ripetibili e che appartengono alla cultura più che alla natura. Cicatrici di questa specie possono svilupparsi fino a un complesso sistema di marchi tribali e segnali sociali che indicano il rango o lo status in modo privo di ambiguità. Possono anche venire impiegate come decorazione senza motivazioni ulteriori per manifestare l'accuratezza e l'attenzione volte al corpo che in tal modo è stato marcato. Sono patterns complessi che riecheggiano e stabilizzano l'attività di una mente costruttiva. Gli antichi studiosi di ornamentazione e dei primordi dell'arte talvolta si domandavano come l'uomo avesse mai potuto raggiungere quel grado di astrazione che essi supponevano inerente alla costruzione di una linea retta. Anche un grande investigatore dell'arte tribale, Franz Boas, tanto consapevole della gioia che l'uomo prova per la propria bravura, ancora si domandava perché gli elementi geometrici ricorressero con tanta frequenza nell'ordine artificiale, dato che, come egli dice: "Essi si verificano in natura con tale rarità che invero ben difficilmente hanno la minima possibilità di imprimersi nella mente" . La conclusione cui siamo giunti suggerisce che precisamente perché tali forme sono rare in natura la mente umana ha scelto quelle manifestazioni della regolarità che sono riconoscibilmente il prodotto di una mente guida e pertanto si contrappongono alla mescolanza casuale della natura. Che lo si faccia, non può essere in dubbio. Non sentiamo sempre più il contrasto tra la residenza umana moderna con la sua griglia di strade e i suoi edifici scatolari e la campagna che la circonda? Tale contrasto ha qualche cosa a che vedere con l'argomento di questo libro che è la decorazione? La preferenza per le linee rette e le forme regolari non è una questione di convenienza piuttosto che di creatività? Senza dubbio, ma io credo pure che il contrasto fra razionalità e creatività sia, in ultima analisi, fittizio. Come vedremo fu Ruskin a lasciarci in eredità questa contrapposizione fra l'esuberanza indomita della vita e la perfezione morta della tecnica. La sua ostilità verso la macchina senza dubbio lo metteva in guardia rispetto ad un problema vitale che nessuno studioso dell'ornato può trascurare, ma io ritengo lo accecasse anche rispetto alla parentela tra gli ordini razionale ed organico. Una volta che ci si sia resi conto di quali vantaggi l'uomo razionale tragga dall'applicazione del principio di semplicità, dalla sua preferenza per le linee rette e le forme geometriche standardizzate, si sarà in posizione migliore per studiare l'emergere di analoghi comportamenti lungo tutta la scala evolutiva. Non temiamo più di impiegare, in tali materie, argomentazioni teleologiche e di chiedere perché la nostra struttura mentale favorisca la semplicità sia nella percezione che nella configurazione. Se tali tendenze non avessero un forte valore di sopravvivenza non sarebbero giunte a far parte integrante del nostro retaggio organico. 5. Geometria dell'assemblaggio Intuitivamente è chiaro che esistono tipi di semplicità che vanno di pari passo con la facilità di assemblaggio. Questo principio si manifesta in un comune muro di mattoni non meno che nei cristalli, che risultano dall'impaccaggio stretto di molecole identiche.
Nel mondo organico troviamo simili costituenti standardizzati nell'assemblarsi delle cellule o nella struttura di unità maggiori che costituiscono un riccio di mare (a lato), una melagrana o una pannocchia di granturco. Molti di tali assemblaggi, per giunta, dimostrano pure i vantaggi del principio gerarchico: le unità si raggruppano in modo da formarne di maggiori che a loro volta possono facilmente sistemarsi in insiemi più ampi. Tutti questi vantaggi impliciti nella standardizzazione sono disponibili all'uomo non appena egli sia pronto a pianificare per fasi le sue attività: prima modellare i mattoni, poi elevare i muri e finalmente gettare un tetto sulla casa. Una simile sequenza pianificata esige un certo grado di organizzazione. ![]() Quelle che i Greci chiamavano "mura ciclopiche" erano costituite da blocchi irregolari, ciascuno dei quali doveva essere posto in un luogo dove potesse adattarsi ad un vuoto e quella che chiamiamo "pavimentazione libera" è composta da lastre irregolari scelte man mano che l'opera procede. Può esserci in questo più fascino che nelle pietre da lastricare che un costruttore compera già preparate, ma i vantaggi tecnici di quest'ultimo metodo meritano considerazione. Le nostre lastre standardizzate, preconfigurate, sono intercambiabili. Ne possiamo prendere una qualsiasi dalla catasta e cominciare a posare il pavimento e potremo inoltre rapidamente calcolare e vedere quante ce ne serviranno per coprire una superficie data. ![]() Posare un pavimento irregolare, per contro, può essere divertente: selezionare il pezzo giusto e costruire una rete irregolare ma piacevole di giunti eserciterà un fascino maggiore della griglia regolare del lastricato. Ma perché il sostenitore dell'irregolarità condannerebbe quest'ultimo esempio come sordo e monotono? Non è forse perché lo si può percepire con tale facilità, che esso lascia ai nostri processi percettivi ben poco lavoro da fare, mentre la pavimentazione irregolare ci presenta una tale varietà, che forse non si riesce mai a coglierla tutta, per non parlare di memorizzarla? 6. Monotonia e varietà È questa l'intuizione che gli antichi riassumevano nel proverbio variatio delectat, la varietà piace. Consideriamo la griglia e la cogliamo con un solo sguardo non appena compresa la regola che la sottende, che cioè tutte le lastre sono identiche, ma la facilità stessa della percezione rende pure conto del disagio determinato da tale monotonia. ![]() Quando, nel nostro campo di visione, accade quel che uno si aspetta, si cessa di porvi attenzione e la sua configurazione decade al di sotto della soglia della coscienza. Sotto questo aspetto la nuova disciplina intellettuale della teoria dell'informazione sembra essere più promettente, per la psicologia, dei precedenti risultati della scuola della Gestalt poiché, in questa tecnica degli ingegneri della comunicazione, l'informazione si misura in base al suo grado di imprevedibilità, mentre quanto è già atteso diventa, nella loro terminologia, "ridondanza". Molto possiamo apprendere da questo approccio, ma sarà più opportuno rinviare a un capitolo successivo la trattazione delle sue difficoltà tecniche. Qui basti dire che dobbiamo essere consapevoli dell'identificazione del semplice col probabile e il ridondante. Il pavimento a lastre regolari, come vedremo, non è né più né meno probabile, in qualsiasi senso misurabile, del pavimento irregolare, solo, lo si costruisce, e pertanto lo si ricorda, più facilmente. In qualsiasi modo si analizzi la differenza tra regolare e irregolare in ultima analisi dovremo riuscire a render conto del fatto più fondamentale dell'esperienza estetica, che il piacere si colloca, cioè, in qualche punto intermedio fra la noia e la confusione. ![]() Se la monotonia rende difficile concentrar l'attenzione, un eccesso di novità sovraccaricherà il sistema e ci farà rinunciare, non avvertiamo la tentazione di analizzare il pavimento "libero". Diverso è il caso con le gerarchie che possiamo padroneggiare e costruire. In tali disposizioni si possono dare per lette le parti subordinate, mentre ci si concentra sulle configurazioni più ampie. La facilità stessa della ricostruzione ci consente di procedere e di godere di quell'unità nella complessità che ha sempre attratto i pavimentatori ed altri produttori di patterns. Esistono numerose forme relativamente semplici che si possono montare o aggregare in modi diversi determinando configurazioni inedite come mostra l'esempio banale del pavimento a parquet, nel quale i tasselli rettangolari sono montati a linee zigzaganti interrelate. ![]() Anche qui, la natura dimostra quale varietà e, di fatto, infinità di configurazioni possa risultare da tale montaggio di elementi: tra i quali i più variati e più stupefacenti sono i cristalli di neve, benché la loro bellezza non sia stata scoperta prima che li si potesse studiare sotto una lente di ingrandimento. Incontreremo copiosi esempi di tali strutture gerarchiche disegnate dall'uomo, illustranti il principio dell'"unità nella diversità", che è stato sempre collegato alle configurazioni estetiche. Dev'esserci, dunque, un legame tra facilità di costruzione e facilità di percezione: legame che spiega sia il tedio determinato dai patterns monotoni sia il piacere che si può trarre da costruzioni più intricate e da configurazioni che non vengono avvertite come fastidiosamente ovvie, ma che tuttavia possiamo ancora comprendere come applicazioni di leggi ad esse sottese. Ma perché ciò dovrebbe darci piacere? Quale teoria della percezione ci occorre per rendere intelligibile tale correlazione tra costrutto e percetto? Proseguendo sulla linea di pensiero di questa introduzione, è chiaro che l'"esser pronti è tutto" di Amleto dev'essere anche la massima della vita. Nessuno scontro dovrebbe coglierci impreparati. L'organismo è stato spesso assimilato ad un apparato omeostatico che cerca l'equilibrio con l'ambiente. Tale equilibrio richiede sempre azione. Dev'esserci un "meccanismo di feedback" (sul tipo di un termostato) che registra e si contrappone a qualsiasi deviazione dall'equilibrio. In altri termini, persino in condizioni di riposo l'organismo non può permettersi di restare passivo. Deve imbrigliare il proprio senso dell'ordine per realizzare gli aggiustamenti necessari, come dobbiamo fare noi quando cerchiamo di star fermi e spostiamo impercettibilmente il peso da un lato all'altro, ma tali movimenti correttivi sono divenuti automatici e non esigono attenzione. Raggiungono la coscienza soltanto quei disturbi che investono l'intero sistema, non necessariamente per lungo tempo, tuttavia, poiché se il disturbo è ricorrente a intervalli regolari l'omeostato è predisposto ad accettarlo come parte del suo nuovo ambiente. ![]() Aggiungendo al nostro modello originario il potere di anticipazione, possiamo raffigurarci l'organismo che si prepara agli urti sopravvenienti, disponendosi a scansare, a cedere il passo o semplicemente a cercare sostegno. Il bambino sull'altalena, o, meglio ancora, il cavaliere in sella che impara ad adattarsi alle scosse ritmiche del piccolo galoppo, del trotto e del galoppo vero e proprio, deve costruirsi una struttura interiorizzata parallela di innervazioni per rispondere alle regolarità del movimento esterno. Propongo di denominare questo adattamento "riscontro sul futuro". Si potrebbe obiettare che il termine "progetto del futuro", in base al quale ho coniato il mio, è infelice, poiché ogni progetto deve anticipare e che per giunta "riscontro sul futuro" è ancor peggio, poiché non si può riscontrare quanto ancora non esiste. Appunto questo paradosso, peraltro, mi ha sollecitato a scegliere la locuzione poiché essa sottende la natura ipotetica della reazione: se il rischio si verifica, il "riscontro sul futuro" diviene automatico e cala al di sotto della soglia della coscienza, se non si verifica, la "risposta errata" offrirà l'urto stimolante, come quando, scendendo le scale, raggiungiamo un pianerottolo prima di quanto ci aspettassimo. Vale la pena di proseguire con questo semplice esempio, in ragione di quanto esso ci dice circa le connessioni tra ordini spaziale e temporale. Se i gradini non fossero tutti stati di uguale alzata, non avremmo adottato la routine del riscontro sul futuro, ma avremmo piuttosto dato un'occhiata prima di ogni passo. Se, dopo l'urto non desiderato, ci troviamo in piano, abbiamo pronta un'altra routine, quella di camminare, che è, di nuovo, pressoché automatica. Facile la transizione al nostro precedente esempio delle lastre regolari. Vengono percepite senza sforzo come un ordine semplice al quale non vi è quasi bisogno di prestare alcuna attenzione. La facilità di percezione va dunque accoppiata alla facilità costruttiva: alla produzione di modelli interni che regolano le nostre aspettative. Si prenda un corpo regolare, un semplice cubo o una sfera; camminando intorno ad essi o semplicemente ruotandoli fra le mani non abbiamo alcuna difficoltà nell'anticipate gli aspetti di quanto stiamo per vedere. Lo stesso non sarebbe vero per una forma casuale come un pezzo di carbone: in tal caso le nostre attese non potranno essere altro che approssimative. L'oggetto decorato, sia esso un edificio o una scatola, si colloca in qualche punto tra questi due estremi. Le nostre aspettative verranno confermate nella misura in cui riguardano la forma generale, ma piacevolmente turbate all'interno di questa struttura primaria dalle varietà del disegno. (continua) |
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