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38) Rudolf Arnheim

La teoria gestaltica dell'espressione (1)

Pubblicato in "Psychological Review", 1949, voi. 56, pp. 156-71

da Verso una psicologia dell'arte

Einaudi Paperbacks, 1966
Qual è la collocazione esatta, e l'ampiezza, dell'area semantica coperta dal termine "espressione"?
Fino ad oggi non esiste di esso alcuna definizione universalmente accettata.
Per chiarire quanto si intenda per "espressione" in questo saggio, è necessario indicare:
a) quale tipo di stimolo percettivo implichi il fenomeno in questione, e
b) quale tipo di processo mentale ne determini il sussistere.
Tale delimitazione del nostro argomento mostrerà che la gamma di oggetti percettivi che veicolano espressione secondo la teoria gestaltica è insolitamente ampia e che l'espressione viene definita come il prodotto di proprietà percettive che diverse altre scuole considerano inesistenti o irrilevanti.
a) Nell'uso contemporaneo il termine "espressione" si riferisce primariamente alle manifestazioni esterne della personalità umana.
L'aspetto e le attività del corpo umano possono dirsi espressivi.
La configurazione e le proporzioni del viso o delle mani, le tensioni ed il ritmo dell'azione muscolare, l'andatura, i gesti ed altri movimenti valgono come oggetto di osservazione.
Inoltre, l'espressione viene oggi considerata comunemente come qualcosa che va al di là del corpo della persona osservata.
Le "tecniche proiettive" sfruttano effetti caratteristici sull'ambiente e reazioni caratteristiche ad esso. Il modo in cui una persona si veste, tiene la sua stanza, adopera il linguaggio, la penna, il pennello, i colori, i fiori; le occupazioni che predilige; il significato che attribuisce ai quadri, alle note, alle macchie d'inchiostro; la storia che fa raccontare ai burattini; la sua interpretazione di una parte drammatica: queste, ed innumeri altre manifestazioni, possono venir definite espressive in quanto consentono conclusioni circa la personalità o il temporaneo stato mentale dell'individuo in questione.
Gli psicologi gestaltisti estendono il raggio dei fenomeni espressivi oltre tali limiti.
Per motivi che verremo esponendo, essi ritengono indispensabile parlare anche dell'espressione trasmessa da oggetti inanimati, come montagne,nuvole, sirene d'allarme, macchine.
b) Una volta determinato il veicolo dell'espressione, va indicato il tipo di processo mentale che produce il fenomeno.
La psicologia gestaltica sostiene che le diverse esperienze classificate di solito come "percezione dell'espressione" siano causate da un certo numero di processi psicologici che, ai fini dell'indagine teorica, andrebbero distinti.
Alcune tra tali esperienze sono in tutto o in parte fondate sulla conoscenza empiricamente acquisita.
Il mero esame di molte sigarette fumate a mezzo in un portacenere non suggerirebbe alcuna connessione con la tensione nervosa, ad un visitatore proveniente da un pianeta ove nessuno fumi.
Le lettere EVVIVA GUERRA ed EVVIVA DON PIO scarabocchiate su tutti i muri di un paese italiano riveleranno qualche cosa sulla mentalità degli abitanti soltanto a chi sappia che si tratta di parole di omaggio ad un asso del ciclismo e al curato del luogo.
In questo saggio escluderemo dal campo espressivo l'uso dell'esperienza passata per l'interpretazione delle osservazioni percettive, e lo riferiremo alla psicologia dell'apprendimento. Ci occuperemo soltanto di casi in cui, secondo la psicologia gestaltica, i dati sensoriali trasmettono un'espressione percettivamente immediata ed evidente.
Il modo in cui una persona stringe fermamente le labbra o alza la voce o accarezza la testa di un bambino o cammina a passi esitanti contiene, si afferma, fattori il cui significato può venir direttamente inteso semplicemente mediante l'esame.
Gli esempi di tale espressione diretta non si limitano all'aspetto ed al comportamento corporeo del soggetto.
Si ritrovano pure in materiale "proiettivo" come il rosso eccitante dell'abito favorito di una donna o il carattere "emotivo" della musica che ella preferisce.
Inoltre, si sostiene che gli oggetti inanimati trasmettano un'espressione diretta.
Il fascio aggressivo di luce o il ritmo ipnotico della pioggia impressionano l'osservatore mediante qualità percettive che, secondo la psicologia della Gestalt, vanno teoricamente distinte dall'effetto che le sue conoscenze esercitano sulla natura di tali eventi.
Si ammette, comunque, che praticamente qualsiasi esperienza concreta combini fattori di ambedue le specie.
Puntando sull'espressione non soltanto nelle cose animate ma anche in quelle inanimate ci esponiamo ad una difficoltà terminologica.
La parola "espressione" implica un'azione; etimologicamente, quella di "spremere all'esterno". Finché l'espressione si limita, nel modo tradizionale, ad essere la manifestazione esterna di stati mentali dell'uomo o dell'animale, il senso è chiaro.
Ma che cosa è possibile venga espresso nell'aspetto di un oggetto che è privo di mente?
Le teorie dell'"empatia" o del "patetico inganno", sulle quali ritornerò più avanti, hanno temporaneamente offerto qualche aiuto.
Secondo esse, lo stato mentale dell'osservatore si proiettava sull'oggetto, facendo sì che questo sembrasse esprimere uno stato mentale suo proprio.
Ma, nel momento in cui la proiezione venne delimitata al campo di sua pertinenza, restava il fenomeno genuino dell'espressione, inerente all'aspetto percettivo dell'oggetto in se stesso.
In questo caso, chi era ad esprimere, e che cosa?
Per definire subito la questione, desidero anticipare la tesi principale di questo articolo: tutto il percetto è dinamico, vale a dire dominato da tensioni direzionate.
Tali tensioni sono componenti che ineriscono allo stimolo percettivo, esattamente come la tonalità ad un colore o la dimensione ad una forma. Ma possiedono una proprietà del tutto unica, non condivisa dagli altri componenti: essendo forze fenomeniche, illustrano e richiamano il comportamento delle forze, anche altrove e in generale.
Dotando l'oggetto o l'evento di una forma di comportamento percepibile, tali tensioni gli conferiscono un "carattere", e richiamano il carattere consimile di altri oggetti od eventi. Questo appunto si intende affermando che tali aspetti dinamici del percetto ne "esprimono" il carattere.
Il carattere percepito può corrispondere ad uno stato fisico analogo, come quando, ad esempio, la viscosità della pece si esprime nel carattere visivo del suo fluire; o può non farlo, come nella curva passiva del ricevitore telefonico.
In secondo luogo, l'espressione può pure rimandare, giustificatamente o no, ad uno stato mentale correlato.
Ciò che soprattutto conta, tuttavia, è il carattere dell'oggetto percettivo in se stesso, che si "esprime" attraverso le tensioni direzionate entro di esso.
La forma del ricevitore telefonico "esprime" la passività che caratterizza questo particolare oggetto percettivo. Ma sto anticipando le mie conclusioni.

Procedimenti e risultati.

Cos'è l'espressione, e che cosa consente all'osservatore di sperimentarla?
Per mezzo di quali fattori percettivi ed in che modo le configurazioni degli stimoli rievocano, in chi osserva, tali esperienze?
Durante lo scorso venticinquennio, numerose ricerche sperimentali sono state dedicate ai fenomeni dell'espressione, ma ben poche di esse hanno cercato di rispondere a queste domande.
Limitate com'erano alla connessione tra il comportamento di una persona e ciò che in essa accade psicologicamente, esse si incentravano sul problema seguente, certamente di rilievo: fino a che punto gli osservatori, incolti o colti, dotati o mediocri, sono in grado di ottenere informazioni valide sullo stato mentale temporaneo di una persona o sulla sua costituzione psichica, meno transitoria, in base all'ispezione del suo volto, della sua voce, del portamento, della grafia, e così dicendo?
Ciò è vero per i diversi esperimenti reattivi, che sono riassunti opportunamente da R.S.Woodworth ed H.Schlosberg e da G.W.Allport e P.E.Vernon.
Similmente, nel campo delle tecniche proiettive gli psicologi hanno cercato correlazioni tra i tratti delle personalità e le reazioni agli stimoli ambientali.
Quasi invariabilmente, tali stimoli contengono fattori del tipo che qui ci concerne.
Ma, finora, si sono dedicati pochissimi contributi al problema di come e perché i percetti dati provochino le reazioni osservate.
Vi è la prova che l'intera struttura di un viso, piuttosto che la somma delle sue parti, determina l'espressione.
Ma quali tratti strutturali determinano l'espressione, e quale, e perché?
Nel test di Rorschach, le reazioni tipiche al colore sono fondate probabilmente sull'espressione. Ma perché gli atteggiamenti emotivi sono connessi al colore, anziché alla forma?
Ernest G. Schachtel ha compiuto in questo campo opera pionieristica, sottolineando, ad esempio, come tanto le risposte ai colori che le "esperienze affettive" siano caratterizzate dalla ricettività passiva.
Nel complesso, però, a problemi di questo tipo si è risposto con asserzioni teoriche sommarie e scarsamente comprovate.
Alcune osservazioni riguardano ricerche che hanno attestato le doti degli osservatori.
Uno sguardo ai risultati rivela un contrasto curioso.
Un gruppo di sperimentatori riferisce risultati essenzialmente negativi.
Un altro gruppo, formato prevalentemente da psicologi gestaltisti, asserisce che gli osservatori giudicano ritratti, manoscritti e materiale simile con un grado di successo che supera la casualità.
Dagli studi del primo tipo sono state tratte generalizzazioni pessimistiche; il soggetto dell'espressione viene talvolta trattato con l'allegra crudeltà che distingueva le prime tesi comportamentistiche sull'introspezione.
Questo atteggiamento non ha incoraggiato la ricerca. La ragione principale di tali risultati contrastanti può ritrovarsi nel modo diverso in cui il problema è stato affrontato.
I ricercatori del primo tipo si domandavano:
quanto validamente può venire interpretata l'espressione corporea della persona media o di un membro preso a caso in un particolare gruppo di persone?
Essi si concentravano sul problema pratico, importante, della misura in cui si può far affidamento sull'espressione nella vita quotidiana.
D'altro lato, gli psicologi gestaltisti hanno preferito la comune procedura scientifica, che consiste nel depurare il più accuratamente possibile il fenomeno che viene investigato.
Essi hanno cercato la condizione più favorevole per l'osservazione.
Una parte notevolissima dei loro sforzi è stata impiegata nel selezionare e preparare insiemi di campioni che promettevano di evidenziare in modo chiaro e netto l'espressione.
Alcuni tra i fattori che possono spiegare i risultati spesso deludenti ottenuti negli esperimenti con materiale casuale sono i seguenti:
a) l'osservazione quotidiana suggerisce che gli schemi strutturali del carattere, del temperamento, dell'umore non sono ugualmente netti in ogni persona. Mentre alcuni individui sono pronunciatamente depressi o spensierati, forti o deboli, armoniosi o disarmonici, fervidi o freddi, altri ci colpiscono perché indefiniti, tiepidi, fluidi.
Qualunque sia la natura precisa di tale vaghezza, ci si potrebbe attendere che i volti, i gesti, le calligrafie corrispondenti siano ugualmente vaghi nella forma e pertanto nell'espressione. Nell'esaminare materiale di tale specie, si nota in alcuni casi che gli elementi strutturali decisivi non sono definiti nettamente.
In altri casi, fattori che in se stessi sono netti si aggiungono a qualcosa che non mostra né armonia né conflitto, ma una mancanza di unità, di relazione, che rende insignificante e inespressivo l'insieme.
Molti esempi caratteristici possono ritrovarsi in esperimenti con volti compositi, costituiti da fronti, nasi, menti aggregati casualmente.
Se pure gli osservatori riescono a dominare questo materiale, lo fanno presumibilmente indovinando che cosa si sia voluto intendere con tali artefatti, più che percependo direttamente l'effetto espressivo delle forme,
b) La presenza di una macchina fotografica tende a paralizzare l'espressione della persona ritratta, così che essa diventa innaturale, inibita, ed assume pose artificiose,
c) Le istantanee costituiscono fasi isolate nel tempo e nello spazio rispetto all'azione ed all'insieme di cui fanno parte.
Talvolta sono estremamente espressive e rappresentative rispetto all'insieme da cui sono prese; ma spesso non lo sono. Inoltre, l'angolo da cui la foto viene ripresa, l'effetto di improvvisa luce sull'ombra, la resa della luminosità e dei valori cromatici, nonché le modifiche apportate dal ritocco, sono fattori che rendono impossibile accettare come somiglianzà valida una foto casuale,
d) Se, per le finalità di esperimenti sul confronto, si combina a caso un certo numero di esempi, possono verificarsi similarità accidentali di espressione, che rendono difficile la distinzione, sebbene ciascun esempio sia in se stesso chiaro.
Ulteriori motivi della mancanza di risultati coerenti vengono esposti da Werner Wolff 1.
La conclusione sembra essere che il riconoscimento dell'espressione si è dimostrato degno di fede e valido soltanto in certe condizioni ottimali.
Per il viso, la voce, il gesto, la calligrafia medi, i risultati sono probabilmente meno positivi. Peraltro, allo scopo di stabilire in modo attendibile questo fatto, gli ostacoli addizionali creati da condizioni sperimentali inidonee dovranno venir ridotti. (continua)
1 Poiché non vi è motivo di attendersi che tutte le fotografie riproducano elementi essenziali dell'espressione, sarebbe interessante sapere con quale criterio siano state scelte le fotografie del test di Szondi.
Se è elemento essenziale del test stabilire le reazioni della gente alle personalità di omosessuali, assassini sadici, ecc., sorgono due problemi,
a) Esiste una correlazione sufficiente tra queste manifestazioni patologiche e certe strutture precise della personalità?
b) Queste ultime vengono espresse in modo netto dalle fotografie?
Tali problemi vengono elusi, se il test in questione ha semplicemente lo scopo di compiere ricerche sulle risposte di diverse persone ad una data serie di ritratti, qualunque sia l'origine di essi.
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