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40) Rudolf Arnheim
La teoria gestaltica dell'espressione (3) Pubblicato in "Psychological Review", 1949, voi. 56, pp. 156-71 da Verso una psicologia dell'arte Einaudi Paperbacks, 1966 |
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| L'espressione
come qualità percettiva. La definizione data più sopra suggerisce che l'espressione faccia parte integrante del processo percettivo elementare. Il che non dovrebbe sorprendere. La percezione è un mero strumento che registra colori, configurazioni, suoni, ecc., soltanto finché viene considerata isolatamente rispetto all'organismo, di cui è parte. Nel suo più proprio contesto biologico, la percezione assume la figura del mezzo attraverso il quale l'organismo ottiene informazioni in merito alle forze amichevoli, ostili, o comunque significative cui deve reagire. Tali forze si rivelano nel modo più diretto attraverso quanto viene qui descritto come espressione. Tale affermazione si fonda su prove psicologiche. In realtà le osservazioni sui primitivi e sui bambini citate da H. Werner e da Kòhler indicano che le "qualità fisiognomiche", come Werner le chiama, sono percepite ancor più direttamente delle qualità "geometrico-tecniche" di forma, dimensione o movimento. Sembra che l'espressione sia il contenuto principale della percezione. Esser consapevoli di un fuoco come puro insieme di bagliori ed ombre in movimento, anziché sperimentare la violenza eccitante delle fiamme, presuppone un atteggiamento estremamente specifico, raro ed artificiale. Ed anche se l'importanza pratica dell'espressione, e quindi l'attenzione ad essa, sono scemate nella nostra cultura, non si può sostenere che sotto questo riguardo si sia verificato un mutamento fondamentale. Darwin notava che spesso la gente osserva e descrive l'espressione del viso senza saper indicare gli elementi di forma, dimensione, direzione, ecc., che la trasmettono. Nel lavoro sperimentale ci si rende conto che persino con l'oggetto direttamente dinanzi agli occhi i soggetti trovano difficile e fastidioso rendersi conto del pattern formale di esso. Ricadono continuamente sulle caratteristiche espressive, che descrivono con spontaneità e naturalezza. L'esperienza quotidiana mostra pure che gli osservatori possono rievocare chiaramente l'espressione di persone od oggetti senza esser capaci di indicarne il colore o la forma. Solomon Asch nota: "Assai prima di essersi resi conto che il colore della scena è mutato, si può sentire che un mutamento è intervenuto nel carattere di essa". Infine, vi è il fatto che l'atteggiamento dell'artista, dello scrittore e del musicista rispetto a questo campo è guidato principalmente dall'espressione1. Generalizzazione della teoria. Fino a questo punto, abbiamo trattato il fenomeno dell'espressione essenzialmente sotto il suo aspetto meglio noto, e precisamente come manifestazione fisica dei processi psichici. Alcune tra le osservazioni che precedono, tuttavia, implicano che l'espressione costituisca un fenomeno di carattere più universale. L'espressione non esiste soltanto quando "dietro" di essa vi è una mente, un burattinaio che tira i fili. L'espressione non si limita agli organismi viventi dotati di coscienza. Una fiamma, una foglia volteggiante, l'urlo di una sirena, un salice, una rupe scoscesa, una sedia Luigi XV, le crepe nel muro, il calore di una teiera di porcellana, il dorso irto di un porcospino, i colori del tramonto, una fontana, il lampo e il tuono, i movimenti sussultanti di un pezzo di filo ricurvo: tutto ciò trasmette espressione attraverso i nostri diversi sensi. L'importanza di questo dato di fatto è stata oscurata dall'ipotesi volgare, secondo la quale in simili casi è semplicemente l'espressione dell'uomo che si trasferisce sugli oggetti. Se, tuttavia, l'espressione è una caratteristica che inerisce ai fattori percettivi, diviene improbabile che l'espressione non umana null'altro sia che un antropomorfismo, un "patetico inganno". All'opposto, dovremo considerare l'espressione umana come un caso particolare di un fenomeno assai più generale. Il confronto dell'espressione di un oggetto con uno stato mentale umano è un processo secondario. Il salice piangente non appare triste perché assomigli ad una persona triste; è più corretto ritenere che, trasmettendo la forma, la direzione e la flessibilità dei rami del salice l'espressione di un "pendere" passivo, si possa, in sede secondaria, imporre un confronto con il pattern psicofisico strutturalmente simile della tristezza negli esseri umani. L'espressione viene talvolta descritta come un "percepire mediante l'immaginazione". Così facendo D. W. Gotshalk spiega che: "una cosa viene percepita come se fosse concretamente presente nell'oggetto della percezione, sebbene letteralmente essa venga soltanto suggerita, e non si trovi veramente in esso. La musica non è letteralmente triste o gaia o dolce: soltanto le creature senzienti, o le creature dotate di sensibilità, come gli esseri umani, possono trovarsi in tali stati". Se il nostro linguaggio possedesse un maggior numero di parole che si riferissero ai vari tipi di espressione in quanto tali, anziché nominarli in base agli stati emotivi nei quali essi trovano applicazioni rilevanti, diverrebbe chiaro che il fenomeno in questione è "concretamente presente nell'oggetto della percezione", e non viene meramente associato ad esso con l'ausilio della fantasia. Anche nei riguardi del comportamento umano la connessione dell'espressione con uno stato mentale corrispondente non è affatto necessaria e indispensabile quanto talvolta si ammette senza discussione. Il Kohler ha sottolineato che gli osservatori si riferiscono e reagiscono, normalmente, al comportamento espressivo fisico in se stesso, più che esser consapevoli delle esperienze fisiche che tale comportamento riflette. Percepiamo i movimenti lenti, svogliati, languidi di una persona in contrapposto con quelli vivaci, scattanti, vigorosi di un'altra; ma non procediamo necessariamente oltre il significato di tale apparenza pensando esplicitamente alla stanchezza o alla vivacità che presuppongono. Stanchezza e vivacità sono già contenute nel comportamento fisico in se stesso. Non si distinguono in nessun modo essenziale dalla pigra "torpidezza" del catrame che cola lentamente o dal trillo energico del telefono. Questo atteggiamento più ampio comporta conseguenze pratiche. Suggerisce, ad esempio, che il fenomeno dell'espressione non appartenga primariamente al capitolo delle emozioni o della personalità, nel cui ambito viene comunemente trattato. Senza dubbio lo studio dell'espressione ha in serbo notevolissimi contributi per tali campi della psicologia, ed è certo che, fino a questo momento, si tratta di campi quasi vergini. Tuttavia l'esperienza degli ultimi decenni dimostra che non si compiranno grandi progressi finché non verrà anzitutto chiarita la natura dell'espressione in se stessa 2. Effetti secondari. Rigorosamente parlando, il fenomeno dell'espressione è limitato ai livelli dal V all'VIII nella tabella I. Vale a dire, il termine espressione, nell'accezione in cui qui lo impieghiamo, si riferisce ad un'esperienza che ha luogo quando uno stimolo sensoriale interessa le zone di proiezione visiva del cervello di un osservatore. I processi che possono aver scatenato lo stimolo, come pure quelli che la stimolazione corticale provoca in altri centri cerebrali dell'osservatore, hanno carattere supplementare. Una volta che abbia avuto luogo la stimolazione percettiva, segue un certo numero di eventi secondari. 1) L'osservatore B può dedurre dall'espressione del comportamento somatico di A che nella mente dello stesso A si stanno producendo quei particolari processi psichici; vale a dire, mediante la percezione a livello V, l'osservatore ricava alcune conoscenze in merito al livello I. L'osservazione di un gesto gentile conduce alla conclusione: A è in vena di gentilezza. Tale conclusione può fondarsi su una similarità isomorfica tra il comportamento osservato ed uno stato mentale noto o immaginabile da parte dell'osservatore. In altri casi, la conclusione può riferirsi ad esperienze passate. Lo sbadiglio, ad esempio, trasmette l'espressione diretta di una repentina espansione; ma la connessione che esiste tra lo sbadiglio e la fatica o la noia deve venir scoperta mediante l'apprendimento. La medesima cosa sembra vera per quanto riguarda le spasmodiche esplosioni di rumore che chiamiamo riso, in se stesse tanto lontane dal suggerire l'idea di gioia da restare permanentemente incomprensibili allo scimpanzè, il quale peraltro "interpreta immediatamente e correttamente il minimo mutamento nell'espressione umana, sia essa minacciosa o amichevole". È importante rendersi conto che un'espressione può venir percepita e descritta correttamente, restando errate le inferenze che se ne traggono. Se, in un esperimento, ottanta osservatori su cento si trovano d'accordo su un'attribuzione "erronea" ciò non è sufficiente a scartare il risultato come esempio di errore. L'alta percentuale di accordo costituisce in se stessa un fatto psicologico degno di nota. L'attendibilità delle risposte degli osservatori ad uno stimolo percettivo è problema del tutto diverso rispetto alla validità di tali risposte, rispetto cioè alla questione se la diagnosi degli osservatori sia "corretta". 2 ) L'espressione osservata può determinare in B lo stato mentale corrispondente. Percependo il comportamento gentile di A, l'osservatore stesso può sperimentare un sentimento di tenerezza. (Il Lipps parla di "empatia simpatetica", in quanto distinta dalla "empatia semplice"). 3) L'espressione osservata può provocare l'esperienza cinestetica corrispondente: un senso, ad esempio, di amabile rilassamento. Gli effetti descritti ai punti 2) e 3) possono costituire esempi di una sorta di "risonanza" fondata sull'isomorfismo. Appunto come un suono determina in una corda vibrazioni di uguale frequenza, sembra che diversi livelli di esperienza psicologica, come quella visiva, quella cinestetica e quella emozionale, provochino in qualsiasi altra persona sensazioni dotate di una struttura consimile. 4) L'espressione percepita può ricordare a B altre osservazioni, nelle quali un'espressione consimile abbia giocato un certo ruolo. Pertanto l'esperienza passata non viene considerata qui come la base dell'appercezione dell'espressione; al contrario, l'osservazione diretta dell'espressione diviene la base di confronto con osservazioni simili fatte in passato. (continua) 1 Ciò ha condotto al pregiudizio erroneo secondo il quale qualsiasi percezione dell'espressione è estetica.(torna su) 2 Una volta fatto ciò, sarà possibile, e necessario, affrontare l'ulteriore problema delle influenze che la personalità nel suo complesso esercita sull'osservazione dell'espressione. Per Vincent van Gogh, gli alberi di cipresso trasmettevano un'espressione che secondo moltissime altre persone essi non possiedono. Cfr. Koffka.(torna su) |
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