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42) Julian Hochberg

La rappresentazione di cose e persone

Introduzione

da Gombrich, Hochberg, Black: Arte e percezione della realtà, (come pensiamo le immagini)

Nuovo Politecnico - Einaudi,1978
Lo studio delle immagini e lo studio della psicologia, intesa come ricerca scientifica, procedono ormai da tempo intrecciati.
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Col progredire della comprensione dei processi di percezione e di apprendimento, abbiamo dovuto modificare le concezioni sulla comunicazione pittorica, per converso, vari quadri e disegni, a partire dai primi esperimenti di disegno prospettico, attraverso le esplorazioni delle leggi di raggruppamento compiute dai gestaltisti, sino ai disegni incoerenti di Escher(sopra a sinistra) e di Albers(sopra a destra)hanno avuto profonde implicazioni per lo studio della percezione visiva.
In questo studio cercherò di servirmi della moderna teoria della percezione per chiarire alcune delle questioni che si sono poste nel contesto della teoria pittorica.05
Prima, tuttavia, dobbiamo tornare ai primi esperimenti di Leonardo sulle rappresentazioni pittoriche e ai modi in cui le due scuole classiche della teoria della percezione hanno trattato i problemi posti da tali esperimenti. Per scoprire le tecniche che permettono di produrre immagini bisognava collocare una lastra di vetro esattamente di fronte a sé e fissarvi l'occhio al fine di tracciare sul vetro il disegno di un albero.
Seguendo la stessa procedura si potevano dipingere alberi collocati a maggiore distanza: la conservazione di questi dipinti su vetro sarebbe servita di aiuto e di indicazione nel lavoro.
Una delle ragioni per cui la finestra di Leonardo diventa un quadro è che la lastra di vetro (fig. a:sotto, c:sopra, riporta quello che vede la lastra a), se perfettamente preparata, offre all'occhio la stessa distribuzione di luce che sarebbe prodotta dalla scena (fig.b); grazie alla luce che giunge agli occhi, siamo informati sulle superfici e sulle distanze del mondo che ci circonda.
È questo un modo per fare un quadro, se definiamo come quadro un oggetto piatto con una superficie pigmentata la cui riflettenza varia da zona a zona e può fungere da sostituto o surrogato di un'organizzazione spaziale di un insieme di oggetti del tutto diverso. In effetti, se guardata dalla stessa posizione in cui si trovava il pittore quando ha tracciato la scena, una delle finestre di Leonardo è un surrogato della scena semplicemente perché agisce sull'occhio dell'osservatore in modo simile a quello in cui agisce la scena stessa.06
Ora, non sempre questi quadri riescono a farci vedere la profondità tridimensionale, ma non riusciremo nemmeno a percepire correttamente la natura di una vera scena tridimensionale se la guardiamo con la testa fissa, da una sola posizione nello spazio, ma, esaminando i quadri prodotti con questo metodo (o con procedimenti funzionalmente analoghi ma più raffinati), Leonardo prese nota di quasi tutti gli indizi di profondità e di distanza che possono essere utilizzati dal pittore.
Ossia, egli notò quelle caratteristiche della finestra dipinta che sembravano presentarsi in concomitanza con differenze nelle distanze caratteristiche che di fatto sembrerebbero spesso presentarsi di necessità ogni volta che si tracci la proiezione di un mondo tridimensionale su una superficie bidimensionale.
Le implicazioni di questo "esperimento" e delle indicazioni che da esso conseguono sono state a lungo discusse (Gibson 1954, 1960; Gombrich 1972; Goodman 1968; ecc.). Io credo che le posizioni estreme che si sono assunte in questa discussione, anzi, lo stesso dibattito, si fondino su un assunto erroneo.
L'assunto, di solito implicito e non dichiarato, che solo un settore dell'operazione percettiva intervenga nel processo dell'informazione visiva e che una sola serie di regole possa spiegare il rapporto tra lo stimolo che colpisce l'occhio e la nostra percezione della scena.
La discussione si è accentrata principalmente su uno degli indizi di profondità, la prospettiva, ed è giunta ad assegnare un'importanza preponderante al seguente concetto:
la configurazione sul piano del quadro produce per l'occhio la stessa distribuzione di luce e di ombra della scena originale solo se l'osservatore guarda il quadro dallo stesso punto di vista e dalla stessa distanza da cui esso è stato tracciato.
A queste condizioni, in linea di principio, il quadro dovrebbe produrre la stessa esperienza che produce la scena.
Si pongono però quattro questioni.(continua)
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