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43) Julian Hochberg

La rappresentazione di cose e persone

1. Perché un quadro rappresenta una sola scena?

da Gombrich, Hochberg, Black: Arte e percezione della realtà, (come pensiamo le immagini)

Nuovo Politecnico - Einaudi,1978
Il quadro, da una parte, e la scena, dall'altra, possono entrambi produrre per l'occhio la stessa configurazione di luce.
Questo fatto è un esempio di un enunciato molto comune e molto generale: ci sono infiniti oggetti che possono produrre la stessa distribuzione bidimensionale della luce.
Quindi, è anche vero che ci sono infiniti insiemi di oggetti e superfici e distanze che possono essere rappresentati da un dato quadro, sia che il quadro venga osservato dal giusto punto di vista o meno.01
Tuttavia, in ogni quadro vediamo rappresentata una sola scena (o due), e dal momento che è possibile percepire un'infinità di scene, ma solo una viene percepita, ciò significa che dobbiamo considerare qualcosa di più dello stimolo stesso, ossia: la natura dell'osservatore, il quale, tra tutti i modi possibili, risponde all'immagine in quel solo modo. A questo punto, è opportuno vedere come ciascuna delle due scuole classiche di psicologia della percezione affronti il problema.

Le teorie classiche della percezione.

La prima versione, che possiamo chiamare "strutturalismo" per poterlo identificare in seguito, è stata una teoria empirista: essa affermava che se, nella figura sotto, al posto del trapezoide messo per ritto, vediamo un campo di calcio che si stende in distanza, è perché abbiamo imparato a presumere che le cose sono quadrate, che le linee sono parallele e non convergenti, ecc.02
Più in specifico, questa spiegazione sosteneva che le nostre esperienze visive consistono di
1) sensazioni dei diversi colori luce, ombra, tono e di
2) immagini o ricordi di quelle sensazioni.
Nell'atto di osservare sia la scena stessa sia l'oggetto chiamato quadro non intervengono esperienze visive dirette che siano in relazione con le caratteristiche spaziali della scena.
Lo spazio, si sosteneva, è un'idea non-visiva, un'idea tattile-cinestesica (composta dai ricordi del tatto e dell'attività muscolare) che le nostre esperienze passate ci hanno insegnato ad associare all'indizio di profondità visivo.
Un'attenta analisi della scena, nel momento in cui la guardiamo, ci permette di notare che in effetti possiamo vedere gli indizi di profondità stessi ossia, vediamo le linee convergere e di renderci conto che non esiste una conoscenza diretta dello spazio.
Questo tipo di osservazione rende plausibile tale posizione teorica; inoltre, è un esempio di introspezione, cioè, di analisi delle nostre esperienze al fine di identificarne le componenti e ciò che definirei le relazioni causali tra queste componenti.
Aspetti di questa teoria sono ancora rintracciabili in alcune analisi non rigorose dell'arte della rappresentazione pittorica: per esempio, vedo quest'oggetto come se fosse lontano perché le linee prospettiche appaiono convergenti; vedo quest'oggetto più grande perché sembra essere lontano; vedo quest'uomo arrabbiato perché lo vedo con la faccia aggrottata.
Diciamo subito che, sia vero o meno che si debba imparare a reagire alle differenze spaziali (e ci sono buone ragioni per dubitare che ciò sia universalmente e necessariamente vero), c'è un aspetto dello strutturalismo che è stato chiaramente confutato in psicologia: l'assunto in base a cui è possibile, tramite l'introspezione, identificare le componenti elementari dell'esperienza e osservarne l'interazione causale.
Dato che ormai non possiamo accettare conclusioni basate sull'introspezione, gran parte di ciò che si produce nel campo della teoria dell'arte e della critica estetica poggia su basi assai dubbie. (Ecco perché l'importanza che Gombrich assegna alla scoperta artistica, piuttosto che all'intuizione, è particolarmente benefica).
Lo strutturalismo considerava dunque tutti gli indizi di profondità come simboli: risultati di associazioni apprese tra particolari configurazioni delle sensazioni visive e particolari ricordi tattili-cinestesici. Ciò che rende efficace ciascun indizio di profondità è semplicemente il fatto che esso è stato associato agli altri indizi di profondità e al movimento, al tatto, ecc., nella precedente storia dell'individuo.03
Quando cerchiamo di prevedere in specifico come apparirà un dato quadro, se raffigurerà bene la scena o l'oggetto che si propone di rappresentare, lo strutturalismo non ci è particolarmente utile. A questo scopo è piuttosto la teoria della Gestalt (la seconda delle teorie classiche della percezione) che sembrava offrire una descrizione di maggior interesse dei processi rilevanti. Invece di considerare l'esperienza percettiva come se fosse composta di singole sensazioni isolabili di luce, ombra, colore, sensazioni cui vengono ad associarsi immagini o ricordi di esperienze precedenti, i gestaltisti hanno proposto una "teoria del campo":
ogni configurazione della stimolazione luminosa che colpisce la retina dell'occhio produce presumibilmente uno specifico processo nel cervello: processo che si organizza in campi di causalità globali e che varia a ogni variazione della distribuzione dello stimolo.04
Le singole sensazioni non sono determinate dalla stimolazione che interviene nell'osservazione visiva (e in realtà non si osservano nell'esperienza percettiva). Per sapere come apparirà una configurazione di stimoli (per esempio, un quadro), dobbiamo perciò sapere come si organizzeranno i sottostanti campi cerebrali dell'osservatore in risposta a quella configurazione. In generale, i campi cerebrali si organizzeranno (presumibilmente) nel modo più semplice (più economico) possibile; la conoscenza di questo fatto ci permette quindi di prevedere come sarà percepito un quadro. Si possono individuare particolari regole di organizzazione: per esempio, vedremo quelle forme che sono le più simmetriche possibili (x piuttosto che y nelle figure a (I), (II), "legge della simmetria");05
tenderemo a vedere linee e contorni nel modo più continuo possibile (vediamo un'onda sinusoidale e un'onda quadrata nella figura b (I) piuttosto che un insieme di forme chiuse, come mostrato in nero in b (II): "legge della buona continuazione"); tenderemo a vedere cose tra loro vicine come accomunate in uno stesso ambito ("legge della vicinanza", figura d).
Percepiamo la tridimensionalità quando l'organizzazione del campo cerebrale prodotta da una data distribuzione dello stimolo sulla retina è più semplice per un oggetto tridimensionale di quanto lo sia per uno bidimensionale.
Perciò, nella figura c (II) vediamo un'immagine piatta invece di un cubo perché per vedere un cubo dovremmo rompere la buona continuazione delle linee; nella figura c (I) la situazione è rovesciata e vediamo un cubo.06
Nella figura e vediamo una dissezione degli indizi di profondità che sono stati individuati nella figura 1 c (inizio articolo).
Notate che in ciascun esempio la disposizione tridimensionale che riusciamo a vedere (III) è più semplice di quella bidimensionale (I) e (presumibilmente) è perché in questi esempi i processi cerebrali sono più semplici nell'organizzazione tridimensionale che queste configurazioni agiscono come indizi di profondità. In breve, per la teoria della Gestalt, gli indizi di profondità, siano essi appresi o non, non sono arbitrari, e non dipendono affatto dai ricordi delle passate esperienze tattili o cinestesiche.
Ciò che vediamo dipende dalle caratteristiche dell'organizzazione dei campi cerebrali.
Arnheim è oggi forse l'esponente maggiore di questo punto di vista nella teoria dell'arte.07
Nella psicologia della percezione propriamente detta, la teoria globale della Gestalt incontra ormai scarsissime adesioni, e l'idea dei "campi cerebrali " come principio esplicativo sembra essere quasi del tutto defunta. Le "leggi di organizzazione" tuttavia possono ancora rivelarsi come indicazioni grossolane ma utili per progettare immagini in modo che siano comprese così come è nella nostra intenzione anche se dobbiamo osservare che tali "leggi" non sono mai state formulate o misurate in modo adeguato come regole oggettive e quantitative.
Sono queste le due principali teorie classiche della percezione: entrambe hanno influito sulle discussioni teoriche dell'arte e della rappresentazione pittorica.
In quest'ultimo decennio si sono visti forti tentativi di combinare gli aspetti positivi di questi due atteggiamenti classici e a quest'ambito teorico e alla sua importanza per la rappresentazione pittorica ritorneremo.
Ma prima, continuiamo con gli altri problemi sollevati dall'esperimento di Leonardo, poiché ogni teoria adeguata dovrà fare riferimento a esso. (continua)
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