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48) Julian Hochberg

La rappresentazione di cose e persone

5. La rappresentazione dette facce: fisionomia e carattere.(II)

da Gombrich, Hochberg, Black: Arte e percezione della realtà, (come pensiamo le immagini)

Nuovo Politecnico - Einaudi,1978
Prima di rivolgere l'attenzione all'ultimo caso, il tratto fisionomico deviante (di contro all'espressione momentanea o all'atteggiamento abituale), ci sono due problemi che dovremmo considerare in relazione agli stimoli che configurano il "carattere":
a) siamo capaci di rispondere a "variabili di ordine superiore" (Gibson 1950, 1960, 1966) che implichino non uno, ma svariati tratti diversi (per esempio, labbra dilatate, angoli della bocca lievemente rientranti, occhi non increspati) con una singola risposta unitaria (per esempio, "calma affabilità")?; e se sì,
b) perché?
Riguardo la capacità di rispondere o no in tal modo:
la risposta sembra essere un "sì", con una precisazione: ossia, ci vuole un po' più tempo per riuscirvi di quanto non ce ne voglia per singoli tratti.
Considerate i tratti necessari a identificare l'età di un modello che non abbiamo mai visto. Possiamo dire se ha i capelli prematuramente grigi o se la faccia è prematuramente grinzosa, oppure se ha le guance cascanti, ecc. Anche se nessuno di questi indizi, preso isolatamente, definisce l'età del modello, riusciamo sempre a dare valutazioni finemente selettive circa la sua età e a riconoscere in lui lo stesso modello che abbiamo visto in un altro ritratto.
Il problema, come riconosce qui lo stesso Gombrich, è assai vicino a quello relativo al modo in cui si percepisce l'espressione e la soluzione mi sembra sia la stessa: abbiamo appreso i tratti dell'età, locali e di ordine superiore, comuni a tutti gli uomini (e alle donne non truccate) e ci sono tratti fisionomici ereditari che normalmente non variano di molto sia da un gruppo d'età all'altro, sia da una deformazione espressiva all'altra.
C'è una precisazione da aggiungere: la distinzione che faccio a questo punto fra tratti di "ordine superiore" e tratti "locali" si basa sulla possibilità o meno di individuare un determinato tratto-stimolo durante una singola occhiata, nel qual caso è un tratto locale (cioè, può essere una configurazione compatta che ricade interamente all'interno del campo di visione foveale in una singola occhiata, o una configurazione sufficientemente grossolana da essere riconoscibile anche quando gran parte di essa viene a cadere entro la visione periferica), o, per converso, ci vogliono diverse occhiate per scrutare la configurazione caratteristica della stimolazione (per esempio, angoli della bocca, guance e palpebre) e avremo così un tratto di ordine superiore la cui percezione richiederà perciò un tempo più lungo (almeno 250 m sec per occhiata) e ci vorranno particolari facilitazioni per codificare, prevedere e immagazzinare la configurazione diffusa tra un'occhiata e l'altra (vedi sopra).
L'altro problema che dobbiamo considerare è perché rispondiamo agli stimoli che riguardano le caratteristiche temporanee, abituali e permanenti del modello.
Le espressioni emotive momentanee (e alcuni degli atteggiamenti più protratti, come la vigilanza) appartengono alla specie da molto tempo. Molto prima che si sviluppasse l'attuale linguaggio umano, così pratico, hanno forse servito da segnali che una volta manifestati da un soggetto, richiedevano a tutti gli osservatori attenzione e risposte (di vigilanza, attacco, fuga, approccio sessuale, ecc.).
Dati i meccanismi neurali per emettere questi comportamenti facciali (e corporei) come segnali diretti verso gli altri membri del proprio gruppo, sembra assai probabile che si siano imparati presto gesti parziali utili a una comunicazione meno emotiva. La comprensione del linguaggio (come la lettura) esige forse previsioni e aspettazioni molto intense, gli atteggiamenti del parlante aiuteranno quindi a ridurre l'incertezza dell'ascoltatore circa il messaggio verbale o circa la natura generale delle intenzioni del parlante (per esempio, truculento, attento, affabile, deferente).
Questi tratti distintivi dell'interazione verrebbero appresi così come i fonemi tramite i quali l'ascoltatore impara a distinguere una parola dall'altra e ciò sarebbe vero non solo per quanto riguarda la previsione dei messaggi linguistici propriamente detti, ma anche per i processi che dirigono i complessi ma ben armonizzati "rituali d'interazione" in base ai quali il contatto sociale è strutturato e mantenuto (Goffman 1967).
Tenete presente sia il fatto che ci vuole tempo (e parecchie occhiate) per scrutare le espressioni di ordine superiore sia il concetto appena esposto secondo cui le espressioni facciali servono come segnali che guidano la interazione sociale (e l'ascolto attivo) strutturando le previsioni dei partecipanti.
Ci dovremmo quindi aspettare, in generale, che anche una sola parte localizzata di una espressione di ordine superiore basti a fungere da segnale e abbia un qualche effetto espressivo sull'osservatore: per esempio, una bocca allargata, anche senza che giunga conferma dagli occhi, ci offrirebbe un fondamento approssimativo per supporre un sorriso (figura a(II)).
Gli indizi locali (ossia, deviazioni rispetto alla norma di come dovrebbero apparire i tratti della faccia in stato di riposo) sono come le sillabe iniziali nelle parole: possono essere smentiti o confermati dagli eventi successivi, ma nel frattempo influenzano probabilmente le attese dell'osservatore. Questo ci conduce alla questione finale, il tratto fisionomico deviante.
La persona con la bocca larga possiede uno dei tratti locali del sorriso, ma è solo un tratto e tutti gli altri tratti che danno conferma saranno con tutta probabilità assenti (cioè, è improbabile che per puro caso abbia anche ereditato occhi che, in posizione di riposo, siano "increspati" come lo sarebbero in un sorriso spontaneo).
Se il resto della faccia è del tutto neutro (figura a(II)) e non smentisce di fatto il sorriso, la faccia verrà probabilmente codificata come dotata di un atteggiamento sorridente.
Dopo una lunga conoscenza col modello, dovrei essere in grado di identificare quei segni specifici e personali che mi permetterebbero di smentire l'atteggiamento segnalato (falsamente) dalla sua bocca larga.
Nel caso contrario, la bocca larga influenzerebbe le mie attese al suo riguardo e certo, i caratteri fisionomici di una persona influenzano eccome i giudizi che diamo circa la sua espressione, persino se (o proprio perché) non riusciamo a individuare precisamente come sia il suo stato di riposo.
C'è una gran quantità di prove sperimentali a favore del fatto ovvio che persone del tutto estranee, anche quando le loro fattezze sono "in riposo" (se mai le fattezze possano essere in riposo quando il soggetto è vivo), sembrano avere tratti caratteriali individuabili. I soggetti rivelano una coerenza assai grande nei giudizi quando viene loro richiesto di valutare, in base a fotografie, i caratteri o le personalità di persone che non hanno mai visto prima (cfr. Secord 1958) e quando viene loro richiesto di determinare che cosa intenda trasmettere una persona con un enunciato ambiguo incluso in una situazione sociale brevemente descritta (Hochberg e Galper, in corso di stampa).
La mia tesi qui si avvicina assai a quella che ho proposto precedentemente per spiegare l'efficacia dei disegni a contorno e delle "leggi dell'organizzazione" della Gestalt (ossia, che le linee servono da indizi circa i margini degli oggetti che ci aspetteremmo di trovare quando sondiamo il campo visivo) e per spiegare il processo di lettura (ossia, che le lettere e le forme delle parole che scorgiamo in una sola fissazione servono come indizi circa quelle che ci possiamo aspettare di trovare quando procediamo nel campionamento del testo).
La mia proposta è ora che i tratti espressivi di una persona servono a segnalare ciò che quella persona farà in seguito (Hochberg 1964) e servono dunque principalmente a ridurre l'incertezza dell'osservatore riguardo ciò che la persona intende dire o fare.
Se un tratto locale ha la forma che avrebbe in uno dei comuni gesti paralinguistici e se non è smentito da altri tratti, evocherà un'"attesa espressiva" nell'osservatore.
Anche i tratti che non si situano in una deformazione del'espressione (per esempio, una fronte alta) possono avere una connotazione espressiva per due ragioni:
1) possono presentare un rapporto che è presentato anche da una data deformazione dell'espressione (per esempio, sopracciglia inarcate);
2) possono deviare rispetto alla norma nella direzione di un certo modello ben definito che comporta una propria serie di attese (per esempio, essere bambinesco).
Possiamo così rendere conto del fatto che le facce, anche in riposo, hanno effetti espressivi sull'osservatore e riusciamo a farlo senza ricorrere necessariamente alla teoria dell'empatia. Inoltre, anche linee isolate avranno di solito un dato tratto della loro forma in comune con un certo atteggiamento espressivo, nella misura in cui l'osservatore le affronta come tratti espressivi. Ciò è vero soprattutto quando non c'è alcun modo di verificare gli altri tratti della faccia (che non esiste) (figura 9a(IV)).
Ecco quindi una delle possibilità della caricatura: eliminando i tratti che smentiscono, essa può presentare la bocca larga del modello, che è caratteristica e che tutti possono riconoscere, come un atteggiamento espressivo invece che come quel tratto fisionomico che forse è in realtà.
Questa spiegazione presume che le linee e le configurazioni di una caricatura abbiano gli effetti che hanno perché sono codificate nello stesso modo dei gesti espressivi a cui dobbiamo di norma prestare attenzione nei rapporti con le persone: perciò, i simboli dell'iconografia del disegno animato non sono arbitrari nel senso che devono essere appresi tramite l'esperienza col repertorio di elementi espressivi dell'artista.
Sebbene non si abbia alcuna ricerca a questo proposito, sembra sicuro che almeno un certo contenuto delle strisce a fumetti possa essere compreso senza istruzione specifica: persino bambini senza istruzione primaria riconoscono (e adorano) i disegni animati e i fumetti 10.
Nella maggior parte dei casi, il disegno animato è "sbagliato", nel senso che non produce per l'occhio lo stesso fascio di raggi luminosi che produce l'oggetto.
Quali sono i tratti di Topolino che si possono far coincidere con quelli di un topo vero? o con quelli di un essere umano?
Nondimeno, il modo in cui la fisionomia e l'espressione di Topolino sono codificate e immagazzinate deve essere identico per certe modalità al modo in cui sono immagazzinate quelle di un topo e di un essere umano.01
Poi che è assai probabile che queste somiglianze non dipendano semplicemente dal fatto che ci sia stato insegnato ad applicare gli stessi nomi verbali a entrambe le serie di configurazioni (cioè, sia ai tratti delle caricature sia ai tratti degli oggetti che esse rappresentano), ciò che impariamo riguardo la caricatura ci aiuterà a comprendere come sono percepite le facce stesse. Un modo in cui ci sarebbe possibile scoprire i tratti della caricatura consiste nell'impiegare ciò che Gombrich ha chiamato "la legge di Töpffer": apportando variazioni sistematiche ai disegni di facce e scoprendo l'effetto che producono nell'osservatore.
Si è fatto un certo lavoro in questo senso, usando per lo più disegni molto semplificati come quelli della figura b (a destra) (Brunswik e Reiter 1937; Brooks e Hochberg 1960).
I soggetti sembrano trovare un accordo circa l'umore, l'età, la bellezza, l'intelligenza relativi, ecc., di queste immagini; cambiando gli aspetti della configurazione di stimolo, il giudizio dei soggetti circa interi sistemi (o "pacchetti") di tratti muta di conseguenza: immagini in cui la bocca era posta in alto venivano giudicate allegre, giovani, non intelligenti e senza energia (Brunswik e Reiter 1937; Samuels 1939).
C'è qualche ragione di dubitare che questi semplici disegni possano realmente essere considerati come una serie di caricature di facce e che i risaltati di questa indagine siano applicabili a immagini più complesse e più realistiche e a fotografie (Samuels 1939), ma è un problema che richiede l'indagine empirica e pare ampiamente chiaro che una ricerca fruttuosa è possibile con simili strumenti.
Non so di alcuna ricerca rivolta alla comprensibilità relativa di caricature di persone di contro a ritratti realistici e a fotografie, ma sembra assai probabile che il riconoscimento sarebbe più rapido con buone caricature che con immagini non distorte.
Oltre ai fattori addotti in connessione con l'esperimento di Ryan e Schwarz, ci sono altre tre ragioni per cui le caricature sono forse più efficaci delle fotografie, ragioni specifiche delle caricature di persone. Come primo punto, val la pena notare che le caricature rendono possibile un vocabolario visivo più compatto: ossia, le caricature usano un numero relativamente piccolo di tratti per rappresentare un insieme molto più vasto di facce (ricordate che usiamo la parola "tratti" in un senso generale che si riferisce al testo, al linguaggio e agli oggetti e non solo a quelle parti anatomiche rilevanti della faccia di frequente indicate con questo termine). Ci sono almeno tre ragioni che fan sì che sia sufficiente un numero relativamente piccolo di tratti:
1. Sebbene le parti anatomiche delle fisionomie umane possano differire l'una dall'altra in molti modi e secondo molte gradazioni, alcune di queste differenze sono in effetti impercettibili.
2. Più importante del fatto che alcuni dei modi in cui le facce differiscono l'una dall'altra siano impercettibili è il fatto che non abbiamo bisogno di notare tutti i modi in cui le facce differiscono l'una dall'altra per poterle distinguere. Per ogni insieme di facce, dove si desideri riuscire a identificarne ciascuna rapidamente e con certezza, l'insieme di tratti che dobbiamo avere se dobbiamo identificare una singola faccia può forse essere considerevolmente più piccolo per numero dell'insieme di tratti che nella realtà varia da una persona all'altra. Ossia, le differenze tra le persone di un dato gruppo sono probabilmente ridondanti nel senso tecnico del termine (Garner 1962). Perciò l'osservatore ha solo bisogno di identificare la popolazione di facce che realmente serve (per esempio, capi di stato, celebri attori, i personaggi di un dato fumetto) e per questo compito basterà un piccolo vocabolario visivo.
Questo implica ciò che Garner e i suoi colleghi hanno dimostrato essere vero per il riconoscimento e l'immagazzinamento di configurazioni astratte (1963, 1966): che le qualità (e l'identificabilità) di uno stimolo particolare dipende dall'insieme totale di stimoli a cui l'osservatore attribuisce quello stimolo particolare.
(Credo che lo stesso valga per ciò che in genere viene definito come "valore estetico", ma di questa storia parleremo un'altra volta).
A esemplificazione di questo punto: una benda da occhio può identificare Moshe Dayan nel contesto dei politici, nei racconti per bambini, potrebbe significare Old Pew e in una compagnia di pirati, non identifica nessuno.
Infine, abbiamo visto che nei quadri si tollerano incoerenze che non sarebbe possibile tollerare nella realtà fisica e ciò significa che il caricaturista è libero di scegliere i tratti in modo che ciascuno di essi sia vicino alla propria forma canonica (cioè, in modo che ciascun tratto compaia approssimativamente nella forma in cui è ricordato) e in modo che anche la configurazione formata dall'organizzazione dei tratti sia vicina alla propria forma canonica, anche se nessuna faccia potrebbe mai essere vista in tal modo da un solo punto di vista.
Questi fattori contribuirebbero tutti a rendere la caricatura più immediatamente comprensibile dell'immagine realistica data da una fotografia perfetta, la quale stimola l'occhio esattamente nello stesso modo della persona che vi è ritratta.
Se, per di più, un tratto "accidentale" del patrimonio fisionomico, che è così caratteristico della persona da identificarla, può essere presentato in un modo che è anche caratteristico di un certo atteggiamento espressivo (che, a sua volta, è appropriato al contesto in cui dobbiamo pensare quella persona. Vedi Gombrich 1956), può anche darsi che la caricatura riesca a cambiare i nostri atteggiamenti verso quella persona.
La ricerca sulla natura della caricatura può quindi avere un ruolo determinante nello studio del modo in cui percepiamo e pensiamo le persone così come lo ha avuto la ricerca sugli indizi di profondità di Leonardo per lo studio della percezione dello spazio.

6. Riassunto

Nel senso più semplice, un oggetto può essere "rappresentato" sostituendolo con qualsiasi altro oggetto che proietti una luce dello stesso tipo nell'occhio dello spettatore.
I problemi in questo caso sono di carattere prevalentemente geometrico e le prescrizioni di Leonardo vertono su questo punto, ma la ragione per cui vediamo i quadri come scene rappresentate piuttosto che come tele modellate e la ragione per cui non solo tolleriamo, ma richiediamo, "deformazioni " o deroghe sempre maggiori rispetto alla fedeltà proiettiva, in scene e ritratti, va ricercata fondamentalmente in problemi psicologici, spesso considerati come tali da dimostrare la natura simbolica e arbitraria del "linguaggio pittorico".
Anche la nostra percezione di un'immagine statica, comunque, richiede che gli sguardi successivi siano integrati oltre il tempo stabilito e consiste perciò principalmente in memorie e attese che riflettono un'interazione molto più rapida e stretta con il mondo e con i suoi segnali, su cui un'ulteriore attenzione può farci riflettere sul come s'identifichi col concetto di " simboli". I tratti fondamentali della rappresentazione pittorica derivano probabilmente dal rapporto col mondo stesso (sono cioè del tutto derivati e non innati) non dipendono dall'arbitraria convenzione secondo cui l'artista è libero di ideare a piacimento.
10 Non sappiamo quanta (e quale tipo di) educazione pittorica stia alla base dell'abilità di riconoscere i disegni animati, ma non è certo del tipo per coppie di elementi (per esempio, man = l'homme) quale quella che interviene quando gli adulti imparano una nuova lingua; per di più, come abbiamo visto, alcuni tratti della percezione normale devono anche essere ricavati in base al riconoscimento dei disegni animati. (torna su)
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