Mentre l'imperatore fissava il suo volto riflesso nello specchio,
esso divenne prima una macchia rosso sangue e poi un teschio dal quale gocciolava
muco.
L'imperatore si girò inorridito. "Vostra Altezza", disse
Shenkua, "non rivolga altrove lo sguardo. Ha semplicemente visto il
principio e la fine della Sua vita. Continui a fissare lo specchio e vedrà
tutto ciò che è e che può essere. E quando avrà
raggiunto il più alto grado di stupore, lo specchio stesso Le mostrerà
quelle cose che non possono esistere..."
Ching Nung, "Tutto intorno agli specchi" |
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Da ragazzo vivevo in una casa del XVII secolo sul Kaizergracht a Amsterdam.
In una delle grandi stanze c'erano dipinti "trompe-l'oeil" sopra
le porte.
Queste opere in cui predominavano diverse tonalità del grigio avevano
un effetto così plastico che si sarebbe potuto credere fossero rilievi
marmorei, un inganno, un' illusione che, ripetendosi, ogni volta stupiva.
Ancora più caratteristici, a tale riguardo, sono forse gli affreschi
delle chiese barocche nell'Europa Centrale e Meridionale, nelle quali la
pittura bidimensionale e la scultura tridimensionale si intrecciano senza
lasciar trasparire un vero e proprio confine tra le due.
Le radici di questo gioco sono da ricercare nel modello di rappresentazione
proprio del Rinascimento.
La realtà tridimensionale doveva essere riprodotta sulla superficie
piana il più fedelmente possibile - cosicché opera d'arte
e realtà non potessero essere distinte all'occhio dello spettatore.
La rappresentazione artistica doveva evocare a tutto tondo il calore della
realtà.
Per quanto riguarda i dipinti "trompe-l'oeil", gli affreschi del
soffitto e anche per quei ritratti che sembrano sempre seguire lo spettatore
con lo sguardo, dovunque questi si sposti, si tratta di una questione di
amore del divertimento in se stesso.
Non si tratta cioè più dell'imitazione fedele della natura,
quanto, piuttosto, di un'illusione ottica. Illusione estrema per il puro
amore dell'illusione.
Il pittore si diverte provocando quest'inganno, l'osservatore desidera,
coscientemente, farsi ingannare ottenendo in questo modo la stessa eccitante
sensazione di quando un prestigiatore gli fa credere a una delle sue magie.
La suggestione spaziale è così insistita che solo il tatto
ci rivela che stiamo di fronte a una superficie piatta.
Le opere di Escher hanno in gran parte a che fare con tale
iper-suggestione dello spazio, della quale si è appena detto. Ma
questa suggestione non è propriamente quello che Escher aveva in
mente di evocare.
I suoi lavori sono qualcosa di molto di più, cioè, la
riflessione della singolare tensione che è propria di una situazione
spaziale riprodotta su una superficie piatta.
In molte opere egli fa emergere la dimensione spaziale dalla superficie.
In altri lavori, Escher si assume consapevolmente il compito di eliminare
fin dalle radici qualsiasi suggestione spaziale che sarebbe potuta essere
da lui inserita nel quadro. |
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Nella raffinata silografia Tre sfere I, del 1945, che verrà
ancora rielaborata nei dettagli in altra occasione, egli sembra avere un
colloquio con l'osservatore: "Allora, non ti sembra che quella
là sopra sia una sfera completa? Sbagliato, ti inganni, è
completamente piatta. Guarda ora, nel mezzo della figura l'ho disegnata
piegata. Qua si vede che essa deve essere per forza piatta altrimenti come
l'avrei potuta piegare? E più sotto ho messo l'"oggetto"
piatto in posizione orizzontale. Nonostante ciò, sono sicuro che
la tua forza di immaginazione sia in grado di mutarla nuovamente in un uovo
tridimensionale. Convinciti da solo passando il dito sulla carta, percepirai
da solo che essa è del tutto piatta.
Il disegno è illusione: suggerisce tre dimensioni sebbene sulla carta
ce ne siano solo due.
Lasciami dunque la possibilità di convicerti un'altra volta che esso
è illusione: continuerai a vedere oggetti tridimensionali".
Attraverso una logica compositiva Escher realizza l'illusione ottica, dalla
quale quasi nessuno riesce a distogliersi. Attraverso i suoi metodi di grafica,
attraverso le sue composizioni, "dimostra" la verità della
suggestione che egli ha portato nel quadro.
I quadri lo dimostrano imperiosamente: "Osservate, vi mostro qualcosa
che voi non riterreste possibile." E quando l'osservatore attento ritorna
in sé, saprà che è stato ingannato.
Escher gli ha letteralmente fatto apparire qualcosa davanti. Lo ha messo
di fronte a uno specchio magico all'interno del quale la magia, per forza
maggiore, si compie.
In ciò Escher è magistrale e unico in senso assoluto. |
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Osserviamo la litografia: Specchio Magico (1946).
Secondo i canoni della critica d'arte, forse questo non è un quadro
tra i migliori. Ci viene messo davanti come un rebus.
All'interno vi succede qualcosa: a prima visita sembra ci venga raccontata
una storia, ma sia l'inizio che la fine sono ancora per il momento nascosti.
Tutto comincia in un punto completamente casuale. Vicino all'osservatore,
al bordo dello specchio, direttamente sotto il supporto inclinato scorgiamo
l'estremità di una piccola ala e la sua immagine riflessa.
Se osserviamo la superficie ai suoi margini, notiamo che questa ala continua
a svilupparsi fino a diventare un completo cane alato e la sua immagine
riflessa. Se prima ci siamo lasciati indurre a ritenere possibile la raffigurazione
di un'estremità d'ala, improvvisamente ci risulterà chiara
e incontrovertibile la plausibilità dell'intera strana storia.
Così come il vero cane si allontana dallo specchio verso destra,
allo stesso modo la sua immagine riflessa nello specchio, verso sinistra;
e questa immagine riflessa sembra così "reale" che non
ci meraviglia veder il cane continuare a camminare anche dietro lo specchio
in nessun modo intimorito dal bordo dello stesso.
Ora, verso sinistra e verso destra, si muovono cani alati che lungo il cammino
raddoppiano di numero. Poi fanno dietro front come due armate.
Ma prima che si arrivi ad un incontro, essi cominciano a sfumare nella loro
qualità spaziale e si convertono in un disegno piatto su uno sfondo
piastrellato.
Se fissiamo maggiormente lo sguardo sulla scena, ci accorgiamo che i cani
neri, nel momento in cui attraversano lo specchio, diventano bianchi e realizzano
questo occupando precisamente gli spazi intermedi più chiari tra
i cani neri.
Questi cani bianchi scompaiono poi e, alla fine, non ne rimane traccia.
Non sono mai esistiti, poiché cani alati non prendono vita in uno
specchio. E, nonostante ciò, il mistero ci perseguita, davanti allo
specchio, infatti si trova una sfera: nello specchio messo in posizione
diagonale rappresentato all'interno del quadro scorgiamo ancora i pezzettino
della sua immagine riflessa. Tuttavia ci è presentata come reale
anche la sfera posta al di là dello specchio, in mezzo al mondi riflesso
dei cani.
Chi è l'uomo che possiede la chiave di questo specchio magico?
Perché ha creato immagini come questa, palesemente senza preoccupazioni
di ordine estetico? Nei capitoli 2, 3, e 4 esporremo la storia della sua
vita e ci sforzeremo di chiarire il suo carettere il più ampiamente
possibile, facendo riferimento alle sue lettere e a colloqui personali.
Il capitolo 5 presenta un'analisi della sua produzione nel suo complesso
e i capitoli successivi si occupano precipuamente dell'ispirazione, dei
metodi di lavoro e dei risultati artistici di questo straordinario talento. |
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