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55) Rudolf Arnheim

Analisi percettiva di un simbolo di interazione

parte prima

da Verso una psicologia dell'arte

Einaudi Paperbacks, 1969
Pubblicato in "Confinia Psychiatrica", 1960, voi. 3, pp. 193-216; e più tardi ripubblicato, in versione riveduta e abbreviata, nel "Journal of Aesthetics and Art Criticism", 1961, voi. 19, pp. 389-99, col titolo Perceptual Analysis of a Cosmologice, Symbol

Le osservazioni antropologiche e psichiatriche indicano che certi patterns visuali fondamentali, ovvero tipi di patterns, compaiono con uniformità sorprendente in culture diverse, epoche diverse, individui diversi.
I tentativi di spiegare tali somiglianze con le migrazioni o con altri contatti sociali spesso non riescono a dar ragione dei fatti.
Sembra provato che concezioni visive simili sorgono indipendentemente l'una dall'altra.
Ora, in qual modo dovremo spiegarci tali corrispondenze?

Simbolo ed eredità.

Carl Gustav Jung, in numerosi scritti, ha suggerito che tali "motivi ed elementi formali" di "forma identica o analoga" possano derivare da quelli che egli definisce immagini, dominanti, o archetipi primordiali.
Come caratteristiche principali di tali motivi, egli cita "caotica complessità ed ordine, dualità, l'opposizione di luce e buio, di sopra e sotto, di destra e sinistra, l'unificazione degli opposti in un terzo elemento, la quaternarietà (quadrato, croce), la rotazione (cerchio, sfera) e, infine, la centralità e gli impianti radiali disposti di norma secondo un sistema quaternario".
Moltissime volte Jung afferma chiaramente di considerare ereditarie le predisposizioni inconsce alla produzione di particolari tipi di forme.
È vero che le sue descrizioni dei meccanismi biologici che ha in mente si limitano ad accenni curiosamente lamarckiani, come "una sorta di disponibilità ", creatasi per i " depositi delle ripetute esperienze dell'umanità", per "impressioni", "engrammi", "precipitati", "condensati", "ricapitolazioni", "esperienze accumulate o associate"; ma egli si riferisce esplicitamente all'eredità e intende includere i suoi archetipi tra "patterns di comportamento tali" quali "quel modo costituzionalmente predeterminato in cui il pulcino esce dall'uovo, l'uccello costruisce il proprio nido...".
Dato che l'ereditarietà ha luogo soltanto mediante il corpo, la teoria di Jung giunge a dire che il plasma germinale di qualsiasi essere umano è portatore dei meccanismi responsabili della produzione spontanea delle forme visuali in questione.
La teoria presenta due implicazioni caratteristiche.
In primo luogo, presume l'esistenza di meccanismi specifici ereditari atti a dotare l'organismo della disposizione archetipica opportuna per produrre, diciamo, le figure centriche del "mandala".
In secondo luogo, non è necessario che la teoria presuma che l'organismo produttore delle figure archetipiche sia consapevole del loro significato simbolico, non più di quanto un uccello conosca la ragione per la quale sta costruendosi il nido.
Le attività ereditarie non presuppongono la comprensione.
In realtà la teoria non deve presupporre che esista una qualche parentela - un isomorfismo, come direbbero gli psicologi gestaltisti - tra le caratteristiche percettive degli schemi visuali ed il significato simbolico che ad essi si può attribuire.
In concreto, però, Jung crede che i patterns archetipici siano connessi intrinsecamente col significato che rappresentano.
Egli si rende conto che il contenuto simbolico viene percepito direttamente entro l'immagine.
I simboli, egli dice, sono "pregni di significato", e "immagine e significato sono identici".
In verità egli potrebbe sostenere che il valore di sopravvivenza degli archetipi consista precisamente nel fatto che essi conferiscono un'espressione direttamente percepibile a patterns fondamentali dell'esistenza umana.
Ma ciò di cui non pare si renda conto è che, una volta ammessa l’autoevidenza percettiva di tale simbolismo, non occorre affatto ricorrere ai servizi di meccanismi ereditati ipotetici.
Se la mente conscia o inconscia di qualsiasi essere umano è in grado di percepire spontaneamente certe forme elementari come immagini di situazioni di vita significative, non occorre affatto la genetica per spiegare perché tali forme si ripresentino indipendentemente in molti casi.
E dato che la presupposizione circa un simbolismo spontaneamente percepibile va d'accordo con i risultati della psicologia, siamo indotti dal principio dell'economia scientifica a scartare come ridondante una teoria fondata su matrici percettive ereditate.

Espressione inerente.

Tra le numerose formulazioni junghiane del problema ve ne sono alcune che non vanno troppo d'accordo con la sua nozione degli archetipi ereditari.
Jung parla paradossalmente di "forme eternamente ereditate", o asserisce che "l'archetipo non nacque mai come fenomeno della vita organica, ma penetrò nel quadro con la vita stessa".
In tali affermazioni, sembra che egli si renda conto intuitivamente del fatto che, secondo Wolfgang Kòhler, "un fenomeno percettivo che non si ricordi non deve, per tale ragione, necessariamente dipendere dall'esistenza di speciali fattori istologici".
Il presente saggio si fonda sulla convinzione che simboli visuali elementari simili appaiano indipendentemente, in occasioni ed in luoghi diversi, perché:
a) il vedere implica la percezione del comportamento delle configurazioni delle forze visuali; e
b) tali configurazioni di forze, che vengono percepite, sono spontaneamente viste come immagini del comportamento delle forze in situazioni di vita significative.
Ad esempio, il corso quotidiano del sole è visto come simbolo della vita umana perché gli aspetti percettivi del sorgere, salire, raggiungere un culmine, e discendere, vengono percepiti spontaneamente come strutturalmente simili (isomorfi) rispetto alla dinamica del nascere, crescere, maturare, declinare.
Una tale "identità tra immagine e significato" può risultare evidente a qualsiasi artista o a qualsiasi persona intuitiva; ma è tutt'altro che ovvia per scienziati avvezzi a ritenere che le percezioni siano associate ai propri significati per pura convenzione o in ragione dell'esperienza passata.
Gli psicologi gestaltisti hanno dimostrato in quale larga misura la struttura data di una figura "priva di senso" determini il modo in cui viene percepita; ed hanno pure fatto notare, occasionalmente, la similarità intrinseca tra, diciamo, l'espressione del viso e il corrispondente stato mentale.
Ma non è stata presentata alcuna analisi concreta di nessuna proprietà visuale, salvo le più elementari (vale a dire, sopra e sotto, angolare e ricurvo) per dimostrare le corrispondenze tra la forma espressiva e situazioni di vita significative.

Un simbolo taoista.

Per giungere a tale dimostrazione applicherò gli strumenti dell'analisi percettiva al T'ai-chi tu ben noto e antichissimo emblema che simboleggia il principio yin-yang nella filosofia cinese. 01
Il termine T'ai-chi tu significa "la grande mappa dei poli".
Il disegno visivo e l'essenza delle idee che la figura rappresenta sono abbastanza semplici da render possibile un'analisi concreta e pressoché completa; sono, d'altro lato, ricchi e sottili quanto basta per risultare accettabili come esempio del tipo di simbolismo di cui si occupano gli psichiatri, gli antropologi ed i filosofi.
Gli elementi della cosmologia taoista sono familiari al lettore occidentale.
Si afferma che caratteristica della natura è, fondamentalmente, il mutamento senza tregua.
Il movimento di qualsiasi esistenza rappresenta l'eterno Ritorno dell'Identico, il che viene inteso come ripetizione periodica e, su un piano più fondamentale, come l'immutabile costanza assicurata dalla regolarità e dall'uniformità del mutamento.
Questa nozione di un fluire stazionario viene vivificata dalla polarità dello yin e dello yang, due principi antagonistici e bilanciati, la cui interazione costituisce la dualità all'interno dell'unità, dell'indivisibile e supremo Uno.
Lo yang è il principio maschile: rappresenta la luce, il calore e l'asciutto.
Lo yin è femminile e rappresenta l'oscurità, il freddo, l'umido.
Essendo opposti, i due principi generano i fenomeni della natura.
Non sono distinti l'uno rispetto all'altro, né semplicemente si sommano nell'insieme.
Essi rappresentano l'interazione costante di tutto con tutto entro l'Uno.
Quando vi è armonia, la Via (Tao) della Natura pervade tutta l'esistenza. Ma l'armonia non ha luogo automaticamente.
Il comportamento umano esige un'iniziativa attiva, che può tener fermo alla Via della Natura, oppure violarla 1. (continua)
1 Impiegherò il termine "filosofia taoista" per designare il prodotto, in realtà alquanto più complesso, della confluenza tra il taoismo, la scuola yin-yang, alcuni elementi del confucianesimo, e così via.
Per non infarcire questo articolo di citazioni dalla filosofia cinese, rimando il lettore all'esauriente opera di Fung Yu-lan, nonché alla bibliografia che è in essa contenuta.
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