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58) Rudolf Arnheim Analisi percettiva di un simbolo di interazione parte quarta da Verso una psicologia dell'arte Einaudi Paperbacks, 1969 |
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Espressione
delle forme. La scelta della forma circolare per un pattern che ha il compito di raffigurare l'universo non è casuale. Il cerchio (o la sfera) è l'unica configurazione che non presceglie alcuna direzione particolare, ed è pertanto usato spontaneamente ovunque per dipingere oggetti la cui forma sia incerta, o priva di importanza, ovvero per raffigurare qualche cosa che non abbia alcuna forma, che possa avere una forma qualsiasi, o che possieda tutte le forme. Considerata come oggetto visivo, la figura del cerchio è veicolo di due tipi diversi di espressione, a) Vista come una circonferenza, vale a dire come figura monodimensionale, essa costituisce una linea a curvatura costante, la traccia di una rotazione senza fine. In tal caso, essa è posta in relazione con le forme a spirale e si adatta assai bene a simboleggiare la concezione orientale del tempo come ininterrotto, ciclico Ritorno dell'Identico (al posto della progressione in linea retta, che ha origine nel passato e procede verso una meta infinitamente distante nel futuro), ![]() b) Vista come disco bidimensionale, la figura costituisce una superficie a simmetria centrale, che si espande da un centro in tutte le direzioni ed è cinta ovunque, alla medesima distanza dal centro, dalla barriera del suo contorno. Tale barriera genera una famiglia di vettori costrittivi che procedono dall'esterno verso il centro e contrastano i vettori espansivi che emanano radialmente dal centro. Un confine circolare è sempre sotto tensione come l'involucro di una palla, è sottoposto ad una pressione centrifuga dall'interno e genera una contropressione centripeta resistendo all'espansione. Del significato simbolico di tale dinamica percettiva, connesso alle attività dirette verso un centro e provenienti da esso, ci occuperemo più innanzi. Qui ricorderò soltanto che il movimento rotatorio monodimensionale del cerchio simboleggia spesso il tempo, mentre la dinamica radiale bidimensionale del disco denota relazioni spaziali, siano esse concrete o figurative. ![]() Proprio al modo del confine circolare, la curva ad S all'interno del T'ai-chi tu è percepibile sia come uri corpo definito da una linea, sia come un contorno. Se l'intera superficie del disco fosse colorata uniformemente, la curva interna verrebbe vista facilmente come un oggetto di forma sinuosa che giaccia su un disco; e con ciò l'espressione del pattern muterebbe completamente. La colorazione diversa delle due zone trasforma la linea in un confine, e il disco si divide in due oggetti dall'identica forma di goccia. Per poter disporre di un termine neutro, chiamerò queste forme a goccia col loro nome giapponese, magatama. (Un magatama è una goccia a forma di virgola: maga significa "curvo", o "piegato"; tama significa pietra preziosa o gemma. I magatama fatti di giada o di altro materiale, perforati al centro della testa rotonda, sono ciondoli di uso tradizionale). Ogni volta che un pattern è composto di diverse parti, l'effetto percettivo dipende dalla forza di unificazione dell'insieme in rapporto all'autonomia delle parti. ![]() Se l'insieme è semplice e bene organizzato e le parti non possiedono queste caratteristiche, il pattern apparirà come un tutto che in qualche modo ha subito qualche ripartizione. Nel caso opposto verrà visto come un agglomerato di unità autonome che in qualche modo si adattano al tutto. In un simbolo taoista, né il tutto né le parti devono essere dominanti, perché l'Unità Suprema va intesa come qualche cosa di identico allo yin e allo yang che la compongono, non di superiore o di inferiore a questi due principi. In realtà il T'ai-chi tu crea perfettamente questa ambiguità percettiva. Essendo un cerchio, vale a dire una forma indivisibile, il confine esterno possiede una coerenza che è la massima possibile. Le due metà, anziché risultare rigidamente separate da un diametro verticale, si insinuano dolcemente l'una nell'altra, riducendo così al minimo la frattura. D'altro lato, i magatama mantengono la propria autonomia perché possiedono una forma semplice e fortemente unificata. Ciascuno di essi trae profitto dalla potenzialità di isolamento di una "testa" semicircolare. ![]() Inoltre, il magatama viene percepito come deformazione della forma a goccia più semplice e simmetrica. Tale potenziale simmetria da un grande contributo alla forza strutturale di una figura. E inoltre, i due magatama non sono situati simmetricamente l'uno rispetto all'altro, il che ne promuoverebbe la fusione e pertanto rafforzerebbe l'insieme, ma sono rovesciati in modo che la testa dell'uno sia contigua alla coda dell'altro. Quando l'energia del tutto e delle parti è uguale si determina ambiguità, e l'ambiguità produce oscillazione. La mente non può tener fermo a due organizzazioni diverse dello stesso pattern nello stesso tempo: può soltanto subordinare l'una all'altra. Di conseguenza, la mente provvede alla necessaria gerarchizzazione conferendo alternativamente il predominio all'una ed all'altra struttura. Ad un dato momento prevale l'insieme; in quello successivo prevalgono le parti. Tale oscillazione rende possibile manifestare l'identità senza che la dualità vada perduta: risultato col quale, come abbiamo mostrato in precedenza, la formulazione concettuale dell'interazione non può competere. La posizione reciprocamente invertita ("69") caratterizza i magatama come antagonisti. Malgrado la contrapposizione tra potenze analoghe, si crea e si mantiene la vita. ![]() Peraltro la contrapposizione determina una tensione produttiva, più che un conflitto. Le due forze contrapposte, l'una diretta verso sinistra, l'altra verso destra, non collidono. Anzi si combinano generando una coppia di torsione e pertanto rotazione, il che rappresenta il ciclo di tutte le esistenze. Inoltre, distinguendoli l'uno rispetto all'altro, la posizione invertita dota pure ciascun magatama di un certo grado di individualità. È significativo che tali singoli elementi, pur completi in se stessi, siano nello stesso tempo meri complementi del contesto del tutto. Sono completi, ma hanno bisogno l'uno dell'altro per ottenere la completezza. Tale coincidenza tra l'essere, insieme, il tutto e le parti simultaneamente, costituisce un ulteriore aspetto dell'interazione che non è rappresentabile mediante una formulazione discorsiva. Esso viene percettivamente realizzato mediante l'alternanza oscillante di due concezioni: un magatama nella propria completezza, e la complementarietà dei due entro il cerchio, che rivela l'incompletezza di ciascuno di essi.(continua) |
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