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01) Sotto la stella del jazz

sardo, un fisico da Chet Baker, una sensibilità strabiliante. Mentre a Perugina inizia il più importante festival italiano, Paolo Fresu racconta come è cambiato il rapporto tra questo genere musicale e gli italiani. E annuncia: è il rinascimento.

di Giuseppe Videtti

Il Venerdì di Repubblica n 955, 07/07/2006
ROMA.
Un artista col physique du role. Come Chet Baker, come Gerry Mulligan.
Un trombettista cool che non avrebbe sfigurato su quelle magnifiche copertine di microsolchi in cui i jazzisti della West Coast sembravano modelli davanti all'obiettivo di Bruce Weber.
“E’ proprio un'incisione del quartetto di Gerry Mulligan con Chet Baker il primo album che ho comprato", ricorda Paolo Fresu, 45 anni.
E l'ultimo? “Una rara edizione delle Variazioni Goldberg di Glenn Gould”.
Paolo Fresu
Non c'è un angolo di musica che non valga la pena di essere esplorato: ecco la filosofia del trombettista. Tre dischi appena pubblicati con il suo quintetto, uno in uscita con la Blue Note che contiene duetti con Uri Caine, un salto alla presentazione del libro fotografico di Daniela Zedda che contiene anche suoi magnifici ritratti, un concerto con Marco Paolini sulle Dolomiti, fugaci apparizioni accanto ad artisti pop (Negramaro, Alice) e il 14 luglio a Umbria Jazz (che inizia oggi). Mille altri progetti per teatro, cinema, danza, poesia. Senza contare le attività didattiche a Siena e a Nuoro, il festival Time in jazz di Berchida di cui è presidente, il frenetico susseguirsi di tournée in giro per il mondo.
Tutto questo non lo stressa, lo carica, lo emoziona, lo rende più creativo, più motivato.
Ci mancherebbe anche che non fosse l’uomo di punta del jazz italiano. E non sarà un caso che duemila persone ascoltano in religioso silenzio un suo concerto per tromba solista.
“Ho cominciato a studiare musica a 11 anni” racconta. “Il jazz lo ascoltavo solo alla radio, allora. La tromba di Miles Davis mi stordì come una botta in testa. Da quel momento investii nella musica tutte le mie energie, con determinazione.
Forse per questo non sono mai sceso a patti con il pop, perché per me la musica non è uno strumento per diventare famoso e fare quattrini, ma un  modo di prendere e dare, di comunicare. È questa l'urgenza che mi ha fatto incidere 280 dischi (tra album miei e partecipazioni varie).
Se sposo un'idea, non m'importa di suonare con l'artista più sconosciuto del mondo. Vengo dalla Sardegna, da un paese dove, a parte la banda musicale, non c'era nulla”.
La provincia è stata uno stimolo indispensabile per la sua creatività?
“La provincia è una  limitazione e al tempo stesso un incentivo.
Negli anni Ottanta la Sardegna era più isolata di oggi, ci si dava le martellate addosso. E i miei non erano medici o avvocati, mio padre badava agli animali e alla vigna.
Ma questo è stato  un bene, in casa non ho avuto condizionamenti, fin dall'inizio ho vissuto la musica in maniera spontanea. Con la banda musicale di Berchidda ho imparato a condividere la musica in modo sano, appagante”.
Si parla molto di una nouvelle vague sarda di  cui lei è uno degli uomini di punta...
“Parlare di nouvelle vague presuppone che ci sia stato un medioevo, e io su questo non sono d'accordo. La Sardegna ha sempre avuto la sua lingua, i suoi poeti, i suoi musicisti, i suoi attori. Ma se nouvelle vague vuoi dire che la Sardegna, oggi più che mai, ha un ventre gravido di talenti (e penso a tutti gli scrittori che sono passati attraverso la casa editrice Il Maestrale di Nuoro), allora sono pienamente d'accordo”.
Vive molto del suo tempo a Parigi. Non trova che la Francia sia molto più generosa dell'Italia con gli artisti?
“La Francia è sempre stata più attenta alle culture altre, ai suoni del mondo, e Parigi fa parte della storia del jazz quasi quanto New York, come testimoniano una ricca iconografia e tanti film  della seconda metà del Novecento.
I musicisti francesi godono di sostegni da parte delle istituzioni che noi non osiamo neanche sperare, compreso un sussidio di disoccupazione per gli artisti "intermittenti", quelli cioè che non lavorano in un'orchestra stabile e quindi non hanno un reddito fisso.
Ma nonostante i noti problemi, credo che in Italia ci sia più creatività e una maggiore differenziazione stilistica.
È un momento d'oro per il jazz italiano, non si capisce perché non debba godere della stessa attenzione della moda, del calcio o del cinema”.
Perché per decenni il jazz è stato considerato musica di élite?
“Il jazz nasce come musica popolare, musica di strada, a New Orleans veniva suonato durante matrimoni e funerali.
Nell'Italia del dopoguerra, invece, è stato proposto come musica di élite, lontana dalla gente, troppo alta per il popolo.
Oggi però sta recuperando quella valenza comunicativa che gli intellettuali e i borghesi che se ne erano appropriati avevano ucciso.
Fino a quando non è arrivato Massimo Urbani, figlio della più sfigata periferia romana.
Il primo che ha incominciato di nuovo a vivere il jazz con lo stomaco, la pancia, e anche con le palle. Il successo dei molti festival che ci sono in Sardegna sta a significare che la gente riscopre nel jazz le stesse matrici della musica popolare, quella che nasce dal profondo.
Ora che finalmente i musicisti si sono tolti il gessato, riescono a condividere la musica col pubblico, a creare la stessa forma di comunicazione collettiva dei suonatori di launeddas alla festa di Sant'Efisio.
Jazz è una parola troppo corta per raccontare cento anni di storia in cui, da Louis Armstrong a Miles Davis e Pat Metheny, ne sono successe di tutti i colori.
Mi fa ridere quando sento dire: a me il jazz non piace. Mi vien voglia di chiedere: ma quale jazz non ti piace?”.

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