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02) Il mio teatro è corpo, non psicologia. Il mio teatro sono io.

Pippo Delbono, unico italiano invitato al Festival di Avignone, ritenuto un genio dalla critica, più conosciuto all'estero che in patria, racconta il suo rapporto con il pubblico, con i personaggi, con i testi. E spiega che l'attore è un guerriero che non deve perdersi nell'opera. E neppure in se stesso

di Gian Luca Favetto

Il Venerdì di Repubblica n 955, 07/07/2006
TORINO. Un atto d'amore. E in fondo all'amore, in fondo a tutto l'amore possibile, anche una lucida ricerca di verità. Pippo Delbono
Questo è il teatro per Pippo Delbono: un gesto d'amore che cerca la verità.
A questo gli serve: a muoversi fra amore e verità, che sono territori, non solo sentimenti, sono azioni e carne. In questi territori si muove con molta curiosità e altrettanto bisogno, che a volte è un magnifico bis del sogno, un  doppio sogno, una seconda opportunità di vita, di altra vita. O di morte, di altra morte.
Serve a dire quello che sei, il teatro, non quello che sai. Così, spettacolo dopo spettacolo, il teatro che sta costruendo e incarnando da più di vent'anni dice chi è Pippo Delbono, da Varazze, provincia di Savona, classe 1959, autore, attore, regista fra i più apprezzati all'estero e in Italia.
Prima all'estero e poi anche in Italia.
E uno che sostiene: “Fare l'artista è mettere ordine nel caos delle cose che ti passano intorno. E mettersi a nudo e accogliere ciò che viene dall'esterno, è farsi attraversare e darsi”.
Uno sperimentatore. Uno che ha voluto deragliare dai binari come quasi tutti quelli della sua generazione, dice. Uno che lavora con le persone, non solo con gli attori.
Uno che dichiara: “Il pubblico guarda ed è guardato, non esiste la quarta parete”.
Ha iniziato tre anni facendo Gesù Bambino nelle recite dell'oratorio.
Ha continuato nel teatro dialettale con il padre.
Si è iscritto in una scuola di teatro a Savona e a Economia e Commercio a Genova.
Poi è scappato in Danimarca con l'Odin Teatret. Ha scelto per maestri Grotowski e Pina Bausch. Pippo Delbono
Ama l'Oriente, è diventato buddista.
Però si è allontanato poco da Varazze, ha preso casa a Pietra Ligure, dieci chilometri più a ovest: “per mantenere i legami con la mia terra”, spiega.
Ma poi ci sta poco, solo qualche settimana, solo qualche ritorno.
Per il resto, gira il mondo abitando il paese del Teatro.
Sul passaporto, alla voce nazionalità, non risulta l'aggettivo italiana.
Ha scritto: teatrale.
Di teatro è fatto Delbono. In vent'anni, quattordici spettacoli. Ancora tutti in repertorio. Resistono. Riesistono continuamente. Negli ultimi sei mesi ha presentato Il tempo degli assassini, che aveva debuttato nel 1987, Gente di plastica (2002), Urlo (2004), Il silenzio (2000), La rabbia (1995), Guerra (1998), Enrico V (1993), Esodo (2000), Racconti di giugno (2005).
Chi è un uomo più teatro di lui?
Porta con sé gli allestimenti come parti del corpo, mani, gambe, cuore, stomaco, torace, memoria. Proprio oggi è lui che chiude il Festival delle Colline Torinesi. Lunedì 10 inaugura quello di Sant'Arcangelo. Poi va a Lisbona. Dal 17 al 19 è l'unico italiano invitato al Festival di Avignone. Pippo Delbono
Da fine luglio a inizio settembre, fra Italia e Belgio, tiene un laboratorio per l’Ecole des maìtres, la scuola di formazione per attori ideata da Franco Quadri. Poi torna a provare il nuovo lavoro che debutta il 3 ottobre all'Argentina di Roma, Questo buio feroce, titolo raccolto dal libro audace e bellissimo i Harold Brodskey sulla propria morte piena di vita.
“La morte narra sempre la vita”, riconosce Delbono.
E racconta la sua: studio, applicazione, tecnica, rito. “Fare teatro è andare nelle zone ancestrali dove non esiste il tempo che siamo abituati a vivere. Non c'è passato presente futuro, c'è l'attimo, c'è l'istante che cattura la vita, come nella fotografia.
Nel mio lavoro non cerco una dimensione psicologica. L'attore è un guerriero e uno sciamano, non deve perdersi in se stesso né nei personaggi. Niente psicologia.
Il mio teatro è segno, azione, è muscoli in movimento, equilibrio, leggerezza, pesantezza, pause, silenzio”. Rievoca l'apprendistato. Il suono che ha imparato a farsi corpo. La musica. La danza.
“Lunghe ore passate a lavorare sugli esercizi fisici” sorride “ti esaurivi, eri stravolto, ma se insistevi e superavi quel momento veniva fuori un'energia insospettabile. Pippo Delbono
E anche una trasparenza. Potevi lasciarti guardare dentro. Vincevi ogni difesa, e allora gli occhi, la carne, i gesti ritrovavano la loro purezza, ritrovavano l'innocenza perduta dei bambini”.
Ha una voce melodiosa. Dice quello che pensa. E i suoi pensieri sono azioni. Escono in cantilena. Ha la faccia da marinaio e lampi felici nello sguardo dolente.
“Quando faccio una cosa nuova, ho bisogno sempre di sorprendermi. Cerco di arrivare nello stomaco, dove abbiamo le radici. Bisogna lasciar perdere la testa, lì ci sono paure, dubbi, miserie. La vita è più grande della testa. Bisogna andare oltre, sondare la  zona di mistero più nascosto, là dove si cela la verità.  Mica bisogna avere paura della verità, è un'azione, la si può agire”.
Chiosa: “Da qualche anno suono il violino, male. Quando riesco a eseguire una scala, sento di aver fatto qualcosa di grandioso. Puoi creare un poema con una sola nota di violino. E questo: non hai bisogno di miliardi di cose, basta farne una bene, lì c'è la meraviglia, la poesia, la verità. Non ci si arricchisce in orizzontale, ma in verticale, andando nel profondo”.
Andare nel profondo è viaggiare verso il luogo dove la vita e la morte si tengono insieme. Dove si guardano in faccia. Dove il fare teatro trova le sue ragioni, dice Delbono.
Sa che non si cambia il mondo con il teatro. Però è un gesto che fa prendere posizione, sostiene. E dalla posizione che prendi puoi modificare il modo di guardare il mondo.
Modificare lo sguardo è già cambiare.
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