| 04) Il principe falconiere che nel volo dei rapaci fa rivivere il passato Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris, nobile siciliano imparentato con Federico II, si dedica in un castello toscano all' antica e sofisticata arte dell'addestramento dei falchi alla caccia 'Loro non ti riconosceranno mai come padrone ", dice 'Bisogna fargli credere che sono loro a usare noi " di Attilio Bolzoni la domenica di repubblica 30/07/2006 |
| Lariano. In picchiata Hikmett, il predatore che porta il nome di un emiro, è un puntino nero nel cielo. Precipita, si avvita su se stesso e scompare nell'aria rarefatta. È veloce, sempre più veloce. Sfiora i quattrocento chilometri l'ora quando, con l'ultimo sussulto, si avventa sulla sua anatra. Va a caccia sopra le cime dei cerri e dei lecci che coprono le colline toscane intorno a Siena. Tra i boschi scorre un torrente, c'è una grande casa sul picco più alto. ![]() Hikmett e tutti gli altri qui. “E qui siamo in cima al mondo», dice Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris, un siciliano successore della dinastia normanna che ci presenta i suoi amici. Uno è proprio Hikmett, poi c'è Arbalat, un altro è Firusè, c'è Odalisca, in fondo fa capolino anche Sham. Sono in fila su una pertica bassa, tutti con un cappuccio di cuoio in testa che copre i loro occhi, tutti che aspettano per alzarsi un'altra volta in volo. Sono i cento falchi del principe. Una sua antenata, Emma, sposò un figlio dell'imperatore Federico II. Poi uno dei rami dei Ventimiglia si divise la Sicilia fino all'Unità d'Italia. «La falconeria ce l'abbiamo in famiglia da più di mille anni», racconta il nobile Aldino nel castello di Luriano, un tempo antica dogana senese e oggi proprietà del casato dei Chigi. Per arrivare quassù abbiamo attraversato la campagna selvatica tra le province di Grosseto e Siena, ci siamo arrampicati lungo uno sterrato che finisce dove c'è un prato e dove ci sono loro. Immobili sui trespoli, i becchi adunchi, le zampe grigio blu dei più giovani e quelle gialle degli adulti, gli artigli aguzzi, la livrea color ardesia. Sono lì, pronti a sollevarsi ancora e avvistare la prossima preda. Arrivano dagli allevamenti della Germania o della Norvegia e nelle voliere di Luriano vengono nutriti, curati, coccolati. Mangiano la loro razione quotidiana di piccioni e il principe li addestra per mesi, a volte per anni. ![]() «È un lavoro infinito farli crescere in cattività e soprattutto prepararli, è sufficiente un movimento brusco o una decisione sbagliata e si deve ricominciare tutto daccapo», spiega il falconiere mentre si infila il tradizionale guanto per far accomodare sul suo braccio uno dei rapaci. È un rapporto ad incastro, quello tra il falco e l'uomo. Lo descrive così Alduino: «Lui non ti riconoscerà mai come padrone, non si sentirà mai sottomesso ma al massimo amico. Bisogna far credere al falco che noi siamo usati da lui e non il contrario, è una relazione dove nessuno dei due può perdere la propria identità, comunque c'è un momento preciso dove entrambi capiamo che finalmente si è raggiunto un legame di fiducia e di amicizia». E dopo la fatica e il piacere di scoprirsi uno con l'altro, in mezzo alle valli si trasformano in un'arma da guerra. Pesano poco meno o poco più di un chilo, l'apertura delle loro ali va da ottantacinque a centodieci centimetri, attaccano anche le gru che sono quattro o cinque volte più grosse e con un calcio possono spezzarli in due. Ce ne sono di tre specie nella tenuta di Luriano. I falchi lanario che sono i più piccoli, i girifalchi quelli più grossi, i falchi pellegrini che sono i più veloci e cacciano solo in volo. «Nel medioevo avere in mano un animale selvatico e così temibile era una prova di potere: chi governava un falco poteva governare il mondo», ricorda il discendente di quell'imperatore che sui falchi scrisse De arte venandi cum avibus, un trattato che ancora ai giorni nostri rappresenta un'opera ornitologica di valore e un testo sacro per l'addestramento dei rapaci e che si può trovare in libreria (edizioni Laterza). La falconeria non è mai stata solo una caccia da carniere ma una caccia per rivelare la capacità del cervello umano di comandare, un'esibizione di forza che era anche di grande efficacia mediatica. Si faceva davanti a tutti, si dimostrava a tutti quanto si era potenti. Le sue origini si perdono nella preistoria. Veniva praticata m Cina e in Mongolia già nel 2000 avanti Cristo; addestravano rapaci le tribù nomadi dell'Arabia prima di Maometto; in Europa si è diffusa in Grecia e poi sempre più su, fino in Germania. ![]() Il principe siciliano fa un po' di conti. Federico II, incoronato nel 1208 a quattordici anni, di falchi ne aveva duecento. Lui, che di anni ne ha cinquanta, li ha cominciati ad allevare un quarto di secolo fa sulle Madonie, le grandi montagne della Sicilia. Dopo una laurea in agraria a Catania, dopo l'avventura dei fiori nelle serre del Ragusano, dopo il servizio militare al Centro allevamento e rifornimento quadrupedi di Grosseto - i cavalli, altra attrazione fatale per Alduino il falconiere venuto dal sud si è accampato in questo angolo di Toscana fondando “l’Accademia italiana cavalieri di alto volo". Prima i cavalli. Ricerche di anni e anni per individuare quelli dell'antica razza di Persano, selezionata proprio da Federico II, l'unica italiana riconosciuta a livello internazionale. E poi i falchi. Ricostruisce il suo arrivo nella tenuta di Luriano: «L'antica razza di Persano fu scelta per la guerra e per la falconeria, il rapace incute paura al cavallo e quindi il quadrupede deve avere caratteristiche particolari, ecco perché qui alleviamo anche quei cavalli». Ma anche il falco ha le sue paure. È terrorizzato dall'uomo. «Specialmente dalla sua faccia, credo che la veda orribile», spiega Alduino Ventimiglia di Monteforte Lascaris. Per quella paura una volta lo tranquillizzavano chiudendogli gli occhi, "cigliandolo", cucendo le due palpebre inferiori. Piano piano si aprivano e il falco ricominciava a vedere. Il cappuccio lo inventarono gli arabi, in Europa lo importò uno straordinario naturalista-scienziato-falconiere, il solito Federico II. ![]() Vicino alle stalle di Luriano c'è una grande voliera. E dietro i caseggiati quelle più piccole dove fanno crescere i falchi. Ci vogliono almeno quarantacinque giorni perché prendano il volo. Dai paesi del nord arrivano quasi tutti dai "laboratori", incroci con l'inseminazione artificiale, ibridi per farli resistere in un altro mondo. Dai freddi e dai ghiacci scandinavi fino ai bollori delle terre mediorientali. È laggiù, a Dubai e ad Abu Dhabi, che vanno a finire gli esemplari più pregiati addestrati in Europa. Li usano soprattutto per la caccia all'ubara, una gallina delle zone desertiche. È un mercato da milioni e milioni di dollari. «Gli esemplari migliori possono arrivare a valere anche l00mila euro», assicura il principe. Il costo medio dei girifalchi va dai 10 ai 20mila euro, per allevarli ce ne vogliono circa millecinquecento, l'addestramento è sudore e tecnica e passione che non ha prezzo. Alduino guarda i suoi rapaci e sospira: «Loro ti aiutano a non pensare da terra ma ti fanno pensare dall'alto, l'arte della falconeria è quella di mettere il piccolo falco contro un animale più forte e combatterlo con intelligenza e coraggio». In combattimento le femmine sono più affidabili dei maschi. Sono meno imprevedibili in ciclo. Sono loro che cacciano sopra il fiume Merse, che si lanciano dal picco più alto tra Chiusdino e Luriano per inseguire cornacchie e fagiani. «In quel momento si crea un senso tale di stupore e di riconciliazione con la natura che ti fa sentire vivo, che ti fa sentire incredibilmente vicino a Dio», sussurra il principe dei falchi. È ora di farli alzare. Cerca la direzione del vento, calcola la sua posizione e quella degli altri animali che stanno intorno, misura le distanza dal ruscello e dagli alberi. E comincia a pensare. Il principe comincia a pensare cosa farà il suo falco in quel momento. E un attimo dopo. |



