| 05) Inedito Paz diciotto anni fa, appena trentaduenne, moriva Andrea Pazienza: il più esplosivo, il più enigmatico, il più solare ma anche sulfureo genio del fumetto italiano. Ora Sandro Visca, il (il prof che lo scoprì in un liceo di Pescara e che ne fu l'amico-mentore degli anni di formazione, ha aperto i cassetti e recuperato quei primi, già straordinari disegni. Ne sono usciti un libro per fandango e i disegni mai visti pubblicati in queste pagine di Michele Smargiassi la domenica di repubblica 30/07/2006 |
| La matita ribelle e maudit del vignettista-ragazzino. "Frenetico, velocissimo, senza pause: in due minuti sul foglio c’erano sette mani; perfette. E io mi dissi: non è possibile... " Cimabue, il pittore, tutti sanno chi è. Il nome di Sandro Visca, invece, dirà poco a chi non frequenta le gallerie d'arte e non ha confidenza col Bolaffi. Qui però si dimostrerà che l'artista e professore abruzzese fu più grande, almeno come uomo, dell'antico maestro toscano. Al giovane Giotto, pastorello di Vespignano scoperto con «grandissima meraviglia» mentre su un sasso disegnava le sue pecore, Cimabue offrì la sua bottega e la sua sapienza. Al suo Giotto, un sedicenne dolce e impertinente incontrato nell'aula d'un liceo, il professor Visca mise a disposizione la sua bottega, la sua sapienza e anche il suo corpo. Come cavia, modello, soggetto, vittima, materia plastica per l'apprendistato di colui che (Visca l'aveva capito subito) sarebbe diventato il più esplosivo, il più enigmatico, il più solare ma anche sulfureo, il più indiscutibile genio del fumetto italiano: Andrea Pazienza. ![]() Chi oggi non si stanca di rileggere le storie di Zanardi, di Penthotal, di Pompeo, e rimpiange che non abbiano avuto eredi, e maledice quell'ultimo "schizzo" (l'unico schizzo sbagliato di un disegnatore che non conosceva la gomma da cancellare, uno schizzo fatto con la siringa, non con la matita) che diciotto anni fa ci portò via Andrea appena trentaduenne, chi continua a leggere i suoi romanzi a pennarello deve sapere che Zanardi, Penthotal e Pompeo ebbero un fratello maggiore, un personaggio magro allampanato baffuto, quasi sempre nudo, costantemente sbeffeggiato, triturato, massacrato in ogni posa, movimento, atteggiamento, in decine e decine di pagine strappate da quaderni a quadretti. Un personaggio che non era solo di carta e inchiostro, infatti eccomelo qui davanti, in carne ed ossa, sessantaduenne, senza più baffi e coi capelli diventati di cenere, nel suo studio d'artista al primo piano di un condominio di Pescara, tra i suoi grandi quadri di stoffa cucita, i suoi teatrini di cartone e oggetti incollati, le sue sculture di legno. Visca: un cognome che già sa di fumetto, se il professore non s'offende. Ma se non s'è offeso allora... «Sono stato il primo personaggio di Andrea», ammette, orgoglioso ed esitante, «e non è stato facile, sa. Pescara è una piccola città, e nel ' 72 era ancora più provinciale». Nel liceo che oggi esibisce Pazienza come il più illustre tra i suoi alunni, veder circolare vignette con un professore nudo faceva scandalo. «Fermare Andrea però sarebbe stato un delitto. E io, al diavolo i pudori, non l'ho fermato». Sarà perché in fondo erano entrambi ragazzi. Quando s'incontrarono, Visca aveva appena 27 anni, solo undici più di Pazienza, pur avendo già lavorato a Roma e a Milano con grandi artisti come Burri. Andrea poi si dava arie da più grande della sua età: del resto a Pescara viveva da solo, i suoi lo avevano mandato al liceo artistico Misticoni, che aveva buona fama in tutto il centro-sud, ma erano rimasti a San Severo. Un ragazzino anni Settanta, «stessa età di Miguel Bosé», scrisse nel curriculum; alto, scheletrico, caschetto di ricci neri narcisisticamente lavati ogni mattina, un'ombra di peluria sul labbro superiore sempre tirato da un sorriso un po ' beffardo un po' complice. «Mi piacque perché somigliava a me da ragazzo: ribelle, un po' esibizionista, gran voglia di ridere e di far ridere. Che fosse un genio lo capii subito dopo». Quel giorno, nella classe di Disegno di figura, il futuro Apaz s'annoia vistosamente, come sempre. «Prof, copiare dal vero è una rottura». Visca non è un professore all'antica, ma rispetta ruoli e doveri. «Pazienza vieni un po' qui, prendi questo», un Fabriano ruvido A3, «e disegnami una mano». La mano, croce dei pittori, la prova più difficile. «Uffa prof». «Poche storie, e disegnala bella grande, anche». Silenzio di sfida. «Prende il carboncino e comincia a disegnare. Frenetico, velocissimo, senza pause, come un plotter meccanico. Una mano, piccola; poi un'altra, un'altra ancora... In due minuti sul foglio ci sono sette mani disposte ad arco, in realtà una mano sola, semiaperta, congelata in sette pose mentre ruota su se stessa. E io penso: questo non è possibile». «Senza essergli insegnato modo nessuno altro che dallo estinto della natura», così pensò, strabiliato, Cimabue di Giotto. Così pure pensò, affascinato, Visca di Pazienza. «Aveva un mondo di forme in testa. Un database immenso. Sapeva l'aspetto e le flessioni di qualsiasi muscolo umano o animale. Il professor Sciarretta, il collega di anatomia, me lo rubava per fargli disegnare alla lavagna mentre spiegava. Gli bastava pensare una figura per riprodurla, perfetta». Un Mozart con la matita, un discolo irriverente ma baciato dalle muse. Andrea ne era consapevole: «So disegnare qualsiasi cosa in qualunque modo», ha lasciato scritto, «ma disegno poco e controvoglia». Falso. «Falsissimo. Andrea disegnava continuamente, compulsivamente, ovunque si trovasse, qualunque foglio o penna avesse sottomano». Poco gli interessavano le attempate modelle in posa sul palchetto dell'aula di disegno. Amava Rembrandt e Duchamp, ma di immagini ne aveva già troppe di sue, nella mente, da far uscire già perfette come Minerva dalla testa di Giove. Il primo fu un orsetto, a diciotto mesi. Per la meraviglia di papà Enrico, acquerellista di talento. Voleva farne un pittore, papà. Ma Andrea svignettava e basta. Disegnini sottobanco, caricature dei professori e dei compagni di classe, scherzi, sberleffi, disegnati in classe tra lo strabilio dei compagni e subito regalati, a decine, a centinaia. Visca, il prof-ragazzo che gli aveva aperto la porta del suo studio e della sua amicizia, diventò il suo bersaglio preferito. Forse perché era più artista che prof, e non si ribellava. «Per tutti, anche per i miei colleghi, erano disegnini stupidi. Invece guardi qui», fruga tra vecchie carte, «sono io, vede? Nudo, in tutte le pose, decapitato, sbranato, evirato, ecco guardi questa dove ho le gambe in alto, guardi questa coscia di scorcio, la curva delle natiche: solo un grande riesce a disegnare a memoria un corpo in questa prospettiva. Aveva bisogno di usare me per esprimersi così? Bene, lo facesse pure. Non era giusto fermarlo». ![]() Chi avrebbe potuto? Andrea sedicenne era «un vulcano», era anche «sicuro di sé, vanitoso, felice di essere al centro dell'attenzione». Irrispettoso, sardonico, sospeso già il primo giorno di scuola, «ma solare», consapevole di essere molto bravo e Capace di approfittarne come di un lasciapassare: così per Visca. Anche se Pazienza, degli anni pescaresi, ricordava un'esistenza sdoppiata: di giorno «bravo, fertile e sgarbato», di notte in «condizione tu demònchei» (to the monkey, scimmiesca?) , irriverente, oltraggioso, trasgressivo. Sfogandosi su Visca, forse, poteva ricongiungere le sue metà. A tutto rischio di Visca. «Un giorno arrivo a scuola e tutti, professori e ragazzi, appena mi vedono ridono e svicolano. Mi dico: qui è successo qualcosa. In classe Andrea ha la sua faccia furba. Gli altri ridacchiano. Capisco che sono l'unico a non sapere. Allora Andrea trova il modo di informarmi. Finge un litigio col compagno di banco, "No, lascia, nascondilo!", io ovviamente intervengo, "Pazienza portami quel foglietto". E' l'ennesima caricatura mia, ma terribile: io che mi masturbo leggendo Topolino e immaginandomi Minnie nuda. Mi vien da ridere. Ma devo rispettare il ruolo: "Pazienza, fuori". Lui fa la scena, m'abbraccia le ginocchia, "Perdono!", anch'io recito, "Fuori di qui!", lui esce fingendo disperazione. Tre ore dopo vado a cercarlo, il bidello mi dice che è al gabinetto, infatti eccolo, sdraiato sulle piastrelle a pancia in giù a disegnarmi ancora, nudo, mentre mi faccio uno spinello». E lei? «Non aveva bisogno di un professore. Aveva bisogno di attenzione, forse di affetto. Il pomeriggio, come sempre, era nel mio studio». Gli invidiò mai quel talento maudit? «Ero troppo felice di insegnargli quel poco che potevo». «Gli tolga di testa quelle sciocchezze, quelle caricature», papà Enrico andò apposta da Visca a lamentarsi, «ne faccia un artista». «Ma lui era già un artista, di un'arte che nessuno ancora apprezzava». In quei primi anni Settanta poche e poco stimate le riviste "nobili" di fumetti in Italia: quasi solo Linus e il suo Alter. Non era previsto che si potesse uscire dal liceo artistico altro che pittori. E tutti se lo immaginavano pittore, Andrea. A un certo punto provò anche a esserlo». C'era una coraggiosa galleria d'arte, a Pescara: si chiamava Laboratorio comune d'arte Convergenze, l'aveva creata, con Visca e altri artisti, Giuseppe D'Emilio, uno di quegli intellettuali estroversi che hanno permesso alla provincia italiana di non essere provinciale. «Gli proponemmo di esporre: quadri, però. E lui ci si mise di buon grado. Grandi bristol 70x100 che riempì di colori, tutto a pennarelli. Sono splendidi. Ma a lui non piacevano. "I vostri quadri finiscono nei salotti e lì muoiono". Forse aveva ragione. Allora segui la tua strada, gli dissi, però non ti perdere con le vignette. Col disegno puoi raccontare storie. Provaci». Il giorno dopo tornò in classe con un mazzetto di fogli. Don Viskotte della Mancia, «dove io percorrevo l'Abruzzo in avventure inverosimili. Ero diventato il suo primo personaggio». Quell'incunabolo è andato perso. Ma seguirono Visc8 Il poliziotto, Visco Little, storie oniriche come L’ulcera, tutte inedite fino a quando, più di trent'anni dopo, Visca ha pensato fosse arrivato il tempo di farle vedere a tutti. «Andrea non solo disegnava benissimo: scriveva benissimo. Follie in una lingua nuova, come i suoi disegni. Ma geniali follie, perché leggeva molto, leggeva di tutto, e sapeva raccontare tutto». Durò tre anni l'educazione sentimentale del giovane Pazienza a Pescara. «Lui voleva restare qui. Ma qui tu muori, Andrea. E lui: tu allora perché vivi qui? Ma io avevo scelto Pescara dopo aver fatto la mia strada, e dopo aver rinunciato a un mondo che non mi piaceva. Andrea invece aveva il futuro davanti». Scelse Bologna, il Dams. Tornò a Pescara solo nel '75 per una mostra personale, sempre a Convergenze, stavolta solo di disegni: quelli inediti che vedete in queste pagine, già straordinari, già all'altezza di quelli dell'artista maturo. Col vecchio prof, solo telefonate. «Non mi invitò mai a Bologna, e io so perchè». Perché a Bologna Pazienza incontrò il suo giorno e la sua notte. Divenne famoso, pubblicò le sue sturiellètt, conobbe l'albero del bene e del male, lo sperimentò e lo raccontò. «Zanardi è un personaggio disgustoso e affascinante, ma il vero Io di Andrea non era Zanardi, era Pompeo, come il suo luogo era l'eden senza tempo di San Menailo, non il caos del '77 di Bologna. Cercava il sole. Ma non riusciva a non raccontare il buio che vedeva crescere intorno a sé». Quando Pazienza si ritirò in un cascinale a Montepulciano con la sua compagna Marina, Visca sospirò di sollievo. «Non immaginavo che i pusher lo avrebbero trovato anche lì». Pochi giorni prima dell'epilogo, una telefonata: «Sandro vieni a trovarmi, ci sono novità, ho in mente una cosa straordinaria, poi ti dico». Visca non ebbe il tempo di sapere quale. La fulminea, torrenziale esistenza del Mozart col pennarello era al capolinea. «Dieci minuti dopo mi ritelefonò solo per dirmi " Sandro, Sandro ti voglio bene"». I personaggi dei fumetti raramente piangono, e Visca è un personaggio come si deve. «Ma darei i suoi disegni per riavere lui». ![]() uno dei siti dedicati ad Andrea Pazienza (da cui è tratta questa immagine): http://www.2fly.it/paz/index.htm |


