| 06) Da New York a Torino guardando dall'alto un mondo di colori uno dei più grandi illustratori italiani firma la campagna per le iniziative della città piemontese. Dalle stanze d'affìtto alla notorietà internazionale. «Mi piace frullare gli stili», dice di sé Lorenzo Mattotti. di Rossella Sleiter il venerdì di repubblica n959 04/08/2006 |
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Dalle colline di Rosignano, in Toscana, la casa di Lorenzo Mattotti vede il blu del mare e il verde dei boschi. «Magnifico panorama», commenta laconico il più famoso degli illustratori italiani, nato a Brescia nel 1954 da famiglia mantovana, casa a Parigi, dove vive con moglie (italiana) e due figli che lo chiamano «babbo».«Lo preferisco a papà, anch'io chiamavo babbo mio padre», spiega. Sarà perché è abituato ai baloon dei suoi celebri fumetti, Incidenti, Il Signor Spartaco, L'uomo alla finestra, Doctor Nefasto, Fuochi e Stigmate, dove non si può essere prolissi, ma dall'artista che tutti vogliono, New Yorker, Arte, Glamour, Le Monde, il Sole 24 Ore, per citarne solo alcuni, storie ed aneddoti escono a gocce. «Non mi chiede di Torino?» chiede alla fine di un'ora esatta di conversazione, durante la quale, con grande gentilezza, sopporta domande erratiche, dalla professione militare del padre a quanto paga il New Yorker una sua copertina (quattromila dollari).
![]() I torinesi hanno già incontrato Mattotti in un momento di particolare trionfo, la chiusura delle ultime olimpiadi e i piemontesi si erano già entusiasmati al suo manifesto realizzato per CioccolaTo, nel 2004, fiera di successo di un prodotto che fa ricca la regione. Commettiamo un errore: vedendo due personaggi che volano sul Valentino, citiamo Chagall. «No, Chagall proprio no. Io sono un espressionista che tende al simbolismo, mi sento vicino ai pittori del Novecento e mi piace mischiare gli stili, frullare tutto, con lentezza e un po' di indecisione. Per il manifesto di Torino, se devo trovare un riferimento penso a Giotto e al modo con cui gli antichi risolvevano lo spazio prima della scoperta della prospettiva, riempiendo l'alto per dare il senso della lontananza». Vogliamo sapere, invece, come lavora, che cosa progetta, chi sono i suoi pittori preferiti, se è goloso (non lo è), se ama viaggiare, perché vive a Parigi e come è arrivato al successo.Curiosità, per umanizzare una celebrità cresciuta con il rock nel cuore. Uno che ha faticato come un matto, la cartella di disegni sotto il braccio, in giro per festival dei comics e case editrici, una stanza d'affìtto a Como, poi un'altra a Udine, quindi una soffitta nelle case di ringhiera della Bovisa a Milano, («era la gavetta. Se ci penso, mi viene ancora l'angoscia»); per arrivare a essere sotto contratto con il New Yorker. E con l'Eni. E in mostra in Belgio, a Namur. E a Erlangen in Germania. E in libreria con Lettere da un tempo lontano, quattro storie scritte con Lilia Ambrosi e Gabriella Giandelli per Einaudi-Stile libero. «Ho debuttato con una striscia, Tram tram rock su un giornale di Milano, Seconda Mano. Ci mettevo i miei amici, Jerry Kramsky (Fabrizio Ostani), Antonio Tettamanti, Franco Serra, le nostre compagne, le nostre canzoni. Leggevo Kerouac, Garcia Màrquez e Peter Handke. Ascoltavo Bob Dylan e Peter Gabriel». Erano gli anni Settanta, Mattotti sapeva che non avrebbe mai preso la laurea in architettura a Venezia. I suoi miti si chiamavano Pratt, Moebius, Topor, Pericoli, Altan, accanto agli argentini José Munoz e Carlos Sampayo. «Con Franco Matticchio volevo fare un libro sulle canzoni di Bob Dylan, non una biografia, quella se l'è scritta e l'ho letta con piacere. No, potrei disegnare le emozioni che suscitano le sue canzoni. ![]() Anche in Patagonia, mentre guardavo il paesaggio dalla macchina, mi sembrava di leggere uno spartito: laggiù il paesaggio è musica». «Paese strano, la Patagonia, pieno di italiani. In un villaggio sperduto, dopo quattrocento chilometri di guida, mi ritrovo in una cucina che mi ricorda la mia zia di Mantova che fa il purè. Ero con il mio amico argentino Jorge Zenter, con cui ho realizzato Caboto e Il rumore della brina; se non si fosse innamorato, se non avesse fatto una figlia, se non fosse rimasto là, avrei progettato un libro con lui. Però ho i video e le foto, oltre ai miei schizzi». Gli strumenti abituali che lo aiutano a creare. «Per il futuro mi piacerebbe portare la mostra di Nemur a Napoli. Ci sto lavorando. Per ora so che a settembre parteciperò al Festival di Sarzana». Già dal titolo sembra che quell'appuntamento dal primo al 3, nelle belle terre della Lunigiana, glielo abbiano cucito addosso: festival della mente. ![]() Chi ha ascoltato Mattotti con Art Spiegelman, l'autore di Maus, dove i nazisti sono gatti, a caccia di ebrei-topi, non se lo perda a Sarzana. «A Mantova, per Spiegelman, c'erano tutti i suoi e i miei fan. Comincio ad averne tanti, tra i cinquantenni affezionati al fumetto che non si fermano a Tex Willer...». E che amano le sue storie dipinte: Jekyll&Hyde, dove si è ispirato a Otto Dix e Grosz, ha frullato tutto e ha tirato fuori il suo stile inconfondibile. E l'Inferno di Dante, dove la citazione corre verso il più grande di tutti, il settecentesco William Blake. il sito personale di Lorenzo Mattotti: http://www.mattotti.com da cui sono state prese le immagini delle copertine dei comics e deli libri. |
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«Magnifico panorama», commenta laconico il più famoso degli illustratori italiani, nato a Brescia nel 1954 da famiglia mantovana, casa a Parigi, dove vive con moglie (italiana) e due figli che lo chiamano «babbo».






goloso (non lo è), se ama viaggiare, perché vive a Parigi e come è arrivato al successo.

