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08) Arnoldo Foà

novant'anni, la figura diritta, la celebre voce che non sente l'usura del tempo, una memoria perfetta che riavvolge il film della sua vita

di Fabrizio Ravelli

La Repubblica 13/08/2006
ROMA. La stretta di mano è asciutta e forte, il corpo diritto e gagliardo alla faccia dei novant'anni. Accende e riaccende la pipa, seduto al tavolo di un salotto in penombra, pieno di quadri e sculture. Quasi tutte opere sue.
La sola cosa di cui gli importa davvero parlare: "Guardi quello: è bellissimo!".
La sola cosa, si capisce, oltre alla moglie Anna. Una donna che ha mezzo secolo meno di lui, piccolina e sorridente. Lui l'accarezza con sguardi innamorati, da ragazzo.
E poi la voce, baritonale, chiara, uguale a nessun'altra, che suona davvero familiare, visto che è stata compagna di tutti noi da sempre.Arnoldo Foà
Fosse teatro, o la prima leggendaria tv, o il cinema dei grandi. Usata in proprio, o prestata ad altri: Anthony Quinn, per dirne uno. La voce di Arnoldo Foà, che come lui non sente l'ombra degli anni, è quella dell'italiano come dovrebbe essere: forte, ben scandito, esatto. E lui assomiglia a questa voce, essendo uno che ha sempre parlato chiaro, senza cedimenti.
Con l'intervistatore finge una sorta di aggressione, si capisce che è uno scherzo collaudato: "Ma lei, che cosa vuole sapere da me? Che cosa sa di me? Vuoi sentirsi raccontare tutta la mia vita? Ma che palle!".
Diciamo qualcosa come 75 anni di teatro, per ora, visto che l'esordio si colloca all'età di 15 anni: "Era a Firenze. una commedia di Veneziani. Ed ebbi un successo straordinario, non tanto col pubblico quanto coi miei compagni. Perché, al momento di andare in scena, quello che doveva essere lì con me non c'era, è arrivato in ritardo. E io sono andato avanti per qualche minuto, un po' con le mie battute e un po' con le sue, parlando. E il pubblico non s'è accorto che era mancato. Così, alla fine, i miei compagni dicevano: ammazza quanto sei bravo".
A Firenze Foà, nato a Ferrara da madre ferrarese e padre torinese, frequenta la famosa scuola di teatro del Rasi: "Avevo come insegnante un professore di storia della musica al Conservatorio, Raffaello Melani". Ma è a Roma che la storia di Foà, ebreo ateo che odia i fascisti ma capisce gli uomini, perfino certi fascisti, diventa una di quelle storie che non si finirebbe di ascoltare. Una storia tutta italiana, dove l'infamia delle leggi razziali viene, a volte, riscattata dall'umanità e dallo scetticismo di alcuni. Nel '38, con l'inizio della persecuzione, Foà viene allontanato dal Centro sperimentale di cinematografia.
"Io, la prima cosa che dicevo era: sono ebreo. Lo dicevo prima. Ero amico di uno che era alla Farnesina, allora sede del fascio, un pezzo grosso.
E una volta gli ho chiesto: ma che cos'è il fascismo? La risposta non l'ho mai dimenticata. Disse: il fascismo è un regime totalitario mitigato dalla generale inosservanza delle leggi.
Frase esattissima.
Io facevo la fame, stavo in una stanza ammobiliata e con le leggi razziali non potevo lavorare, non potevo fare l'attore. Però lo facevo lo stesso. Mi chiamavano quando qualcuno si ammalava, e io volavo a sostituirlo".
In gergo, "il pompiere". "Le racconto un episodio meraviglioso.
Mi telefonano alle sette e mezza per andare a fare uno Shakespeare all'Eliseo. Avevo la prima scena. Dico la mia battuta e Rina Morelli, che era in scena con me, non mi risponde. Siccome dovevamo essere sulla riva del mare, penso che non ha sentito per il rumore delle onde, e gliela dico più forte. Dopo di che, quando siamo usciti, chiedo cos'era successo.
E lei: "Sa, stavo dicendo un'Ave Maria per lei...". Attrice meravigliosa, la Morelli, che bell'attrice. Sembrava non avesse voce, ma si sentiva dovunque. Aveva un'espressione di un candore incredibile, però esprimeva tutto: dalla bontà alla cattiveria".Arnoldo Foà
Gli anni di Foà "pompiere", attore ebreo sotto falso nome. "Avevo il nome che mi aveva dato il mio maestro di Firenze, ed era il mio nome, diciamo, ufficiale: Puccio Gamma.
Ma ne usavo anche altri. Galli, per esempio. Ero così furbo che m'ero preso anche il nome di Fiorentini: ho scoperto dopo che qui a Roma è un nome ebraico. Direttore del Minculpop, il ministero della cultura popolare fascista, era Ugo De Pirro. Una volta arrivai a teatro in ritardo, c'era tutta la compagnia schierata, e c'era lui che veniva presentato.
Quando arriva da me, io dico: "Puccio Gamma". Lui, fermo con la mano tesa: "Puccio Gamma?". Io:"Sì". "Io sono il DePirro". Lui sapeva. Lo sapeva perché il direttore della scuola di teatro gli aveva scritto: "Aiuta come puoi Arnoldo Foà, cioè Puccio Gamma, perché domani sarà uno dei nostri migliori attori".
De Pirro l'ho incontrato dopo la guerra, nel bosco vicino a Ostia dove andavo a portare il cane. Mi ha fermato:" Lei è Foà, vero?". Mi ha raccontato :"Sapesse quante lettere ho ricevuto, e ho messo in un cassetto, lei non ne ha un'idea". Lettere che mi denunciavano. Io sono andato al processo, e l'ho difeso. Ho detto: questa è la mia storia, ma chissà quante ce ne sono come la mia. In effetti poi non venne condannato".
Nella sua vita di attore clandestino c'è anche l'amicizia con un commissario di polizia. "Uno che aveva un cognome ebraico fra l'altro, ma non era ebreo. Stava in un commissariato del centro.
Io avevo fatto un corso all'Eiar, e in questo corso c'era la figlia del commissario. Viene la polizia fascista, io vengo cacciato dall'Eiar. Incontro questa ragazza per strada. Facevo una fame, ma una fame. Le racconto la mia situazione. Non potevo manco fumare:  m'ero comprato un bocchino, e quando vedevo una sigaretta buttata a terra ancora accesa la prendevo, la mettevo nel bocchino e me la finivo. Lei mi invita a cena. Io vado e le porto due rose, che m'erano costate, e lei si mette a piangere. Anche il padre s'è commosso, ed è diventato amico mio.
Una volta mi chiama in commissariato, gentilissimo, e mi presenta a un gruppo di altri commissari: "Vi presento l'ebreo Arnoldo Foà". Io non capisco, e un po' mi spavento. Poi racconta che un pezzo grosso gli aveva ordinato di cacciar via tutti i venditori da una piazza di Roma, in quanto ebrei. Mussolini aveva detto: "Ripulire gli angolini". Lui s'è informato: i venditori erano quasi tutti cristiani.
Li ha cacciati tutti, e raccontava questa cosa fra grandi risate di tutti quei commissari. Per dire cos'era l'Italia. C'era poi un altro commissario, vicino alla camera che avevo in via Piave, che una volta alla settimana mi convocava.
"Giudeo Arnoldo Foà?". "Sissignore". "Ha la moglie ariana?". "Nossignore". "Ha la cameriera ariana?". "Nossignore". Faceva domande sulle cose che non potevo avere. E alla fine: "Vulisse 'nu café?". Gli italiani sono così". Arnoldo Foà
A dir la verità, questo amore di Foà per l'Italia ha avuto i suoi alti e bassi. "Sì, a un certo punto me ne sono andato. Quando Berlusconi è andato al governo coi fascisti. Ho detto: no, i fascisti al governo no, non voglio più vederli. Me ne sono andato alle Seychelles, e ci sono stato quattro anni. Poi mi sono convinto che gli uomini, sotto qualunque governo si trovino, sono sempre uguali. Lì poi c'era un presidente della repubblica che era una merda di quelle moltiplicate per venti, un comunista a diciotto carati che quando il comunismo è finito ha cambiato casacca, e faceva soldi a tutto spiano. Via, sono tornato, in fondo l'Italia è il paese più bello del mondo. E gli italiani sono fantastici. Escluse le merde, ovvio".
Coi fascisti e con la vita clandestina da "pompiere" aveva chiuso rifugiandosi a Napoli, dove stavano per arrivare gli americani. "Venni assunto alla radio alleata come capo-annunciatore, chief announcer and write". È sua la voce che diede agli italiani l'annuncio che la guerra era finita. Era finita anche quella vita di attore ebreo messo al bando, che non rinunciava alla sua vocazione: essere un uomo libero, non aver paura, parlare chiaro.
Le molte identità tornavano a essere una sola: "Una volta lavoravo con Strehler, e chiacchierando con Paolo Grassi lui mi disse: "Ho visto un altro bravissimo attore fare questa tua parte".Dico: "Galli? Sì, ero io, truccato da vecchio". Dice: "Ricordo un altro bravo giovane...". Fa un nome, ero sempre io".
Dalla Liberazione in avanti, ci vorrebbe un romanzo per raccontare quanto ha lavorato Foà. Il più grande con cui ha recitato, dice , era Ruggeri. "Uno che aveva sempre la stessa intonazione, non cambiava mai, tutte le battute erano uguali. Faceva il comico e il drammatico, sempre con la stessa intonazione. Ed era grande, era davvero grande".
Ricorda con affetto Mastroianni. "Un bravo attore, perché era anche semplice, e un uomo semplice nella vita". Si capisce che del suo mestiere ha un'idea, lui pure, semplice: "Io, per la verità, non ho mai avuto rapporti con gli attori. Ho sempre lavorato per conto mio, ma non li ho mai frequentati tanto. A me piace vivere la mia vita, non ho mai cercato di essere meglio di quello che sono, o di conquistare simpatie a destra e a sinistra, non me ne frega niente.
Lavoro, e se piaccio piaccio, se non piaccio basta". Una maniera per sopportare quello che, dice, è un mestiere duro: "Non è facile, la vita dell'attore. Devi saper fare tante di quelle cose: cantare e ballare, andare a cavallo, stare a tavola come alla corte reale e come fra gli operai".
E, magari, finire vecchio e senza quattrini.Arnoldo Foà
"Ricordo Salvo Randone, che è morto povero. L'ultima volta che l'ho visto aveva fatto una prima a Napoli, ed entra nel mio stesso albergo accompagnato da un giovane attore. Camminava male. Gli faccio: "Come è andata?". E lui: "Arno", non me ne frega un cazzo". Lui è stato davvero un grande attore".
A Foà, sempre più spesso, chiedono il suo segreto, che è invece quello di invecchiare prodigiosamente bene. "Mi chiedono come si sta a novant'anni. Ma io non so cosa rispondere, mica è merito mio. Si mangia, si dorme, si fuma la pipa. Un segreto non ce l'ho".
O forse sì, un segreto e un consiglio, entrambi hanno a che fare con tutta la sua vita. Il segreto, forse, sarebbe questo: "La mattina mi sveglio, il corpo pesante ma la testa come quella di un bambino. Mi sento tre o quattro anni, penso cose infantili".
E il consiglio è quello che da ai giovani attori, quei pochi che incontra: "Parlare chiaro, farsi sentire bene. Dire bene le finali".
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