| 12) La vita breve ed eccessiva del genio nero del sax Sovversivo, poetico, musicista virtuoso.ma anche vittima di alcool e droga. E di un demone che non lo abbandonò mai. Una biografia racconta John Coltrane di Gino Castaldo Il Venerdì di Repubblica n978, 15/12/2006 |
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| Quando si parla di genio musicale e furore autodistruttivo, si pensa sempre a icone rock come Jim Morrison o Jimi Hendrix, ma questo perverso abbinamento l'ha inventato il jazz. I disperati maestri di questa folle corsa venata di droga e folgorazioni creative sono stati antieroi come Charlie Parker o come uno dei suoi più fecondi epigoni: John Coltrane. ![]() Ora una minuziosa e in un certo senso definitiva biografìa (Blue Trane, la vita e la musica di John Coltrane, di Lewis Porter) colma con maniacale precisione un vuoto libresco che lasciava ampi buchi e varie approssimazioni sulla vera storia del sassofonista. Porter esagera perfino, documenta tutto, ricostruisce i primi balbettii musicali, le sue preferenze, i primi ascolti, e va indietro fino all'ottocento per rintracciare il percorso delle famiglie Blair e Coltrane, da cui nacque John, fino ai tempi della schiavitù, quando gli afroamericani prendevano il cognome dei padroni, in questo caso probabilmente di origine scozzese. A leggere dell'infanzia di John, si fa fatica a riconoscere il furore degli anni a venire. All'inizio era un bravo ragazzo, perfino timido, riservato. Studiava come un pazzo il suo strumento e questa ossessione Porter la fa risalire alla prematura morte del padre. Da quel momento, l'esercizio dello strumento fu una sorta di anestetico, ossessiva autoipnosi adatta a sfuggire la malinconia. Studiava, si innamorava, e discretamente coltivava i germi della sua furia creativa. Quando per la prima volta ascoltò Parker, nel 1945 a Philadelphia, fu come un pugno in faccia. Quella musica lo attirava come una irresistibile sirena. Parker del resto fece impazzire una intera generazione di jazzisti del dopoguerra. Erano tutti lì a sbavare ascoltando quelle fughe complicate, il delirio poetico, la magia irraggiungibile che sprigionava il suo sax contralto.
Compreso Coltrane, che già alla fine degli anni quaranta prese confidenza con l'eroina, la sua grande maledizione. In realtà, Coltrane ci mise ancora alcuni anni a completare la sua formazione. Piaceva a tutti il suo modo di suonare soprattutto quando passò al sax tenore. Ma nessuno pensava ancora che fosse un genio. Trane, come lo chiamavano, in assonanza ai treni di cui era appassionato, ma soprattutto per rendere evidente il suo torrenziale stile da predicatore sonoro, lavorava sodo, si esercitava, e piano piano scalò i vertici della gerarchia jazzistica, passando dalle bande locali di Philadelphia fino ai primi ingaggi in giro per l'America, finché non entrò nel 1949 nella band di Dizzy Gillespie, uno dei suoi idoli. Da lì inizia il vero Coltrane, quello che conosciamo meglio. Nel 1957 il primo disco a suo nome per la Prestige, la cui copertina ci restituisce un giovane artista dalla faccia molto seria, quasi arrabbiata. Ma a quel punto era già John Coltrane, il genio del sax tenore, richiesto da Miles Davis, che con lui costruì un complesso gioco di contrasti basati sull'opposizione luna - sole, intimità - esuberanza, da Thelonious Monk alla cui scuola Coltrane perfezionò ogni sorta di sottigliezza armonica. In quel tempo ci fu anche uno scontro tra titani. In un pezzo, intitolato Tenor madness, si sfidarono a colpi di improvvisazione lui e Sonny Rollins, i due giganti del sax tenore. Ad ascoltarlo c'è da saltare in aria: i due si alternano in un fuoco di braci che fa scintille, in una esplosione di puro godimento musicale. Ma il vero Coltrane doveva ancora arrivare, passò attraverso il giro di boa di Kind of blue, il disco di Davis del 1959 considerato da molti il più bel disco jazz di tutti i tempi, e quella esperienza sembrò lanciarlo verso le spiagge supreme dell'utopia. In fondo, se c'è un motivo per cui ancora oggi si pensa a John Coltrane come una leggenda è l'urgenza vitale e sovversiva della sua musica, l'impressione che quando suonava ci fosse in gioco l'esistenza. C'è una sua frase, riportata da Porter, che chiarisce molto bene la questione: "la mia musica è l'espressione spirituale di quello che sono: la mia fede, il mio sapere, la mia essenza. Credo che la musica possa rendere il mondo migliore e, se ne sono capace, voglio contribuire a farlo".
Non è solo musica, è cibo per l'anima, distillato angelico, anche quando il furore ebbe il sopravvento e prese a sfigurare le sue stesse creature, quando cominciò ossessivamente a reinventare la magnifica leggerezza di My favorite things ripercorrendo in pochissimi anni passaggi epocali, come dal figurativo all'astrattismo, come se un pittore avesse dipinto la Gioconda, perfetta e misteriosa, e poi avesse continuato a dipingerla in tutt'altre versioni, sempre più scomposte, quasi irriconoscibili. In quegli anni Coltrane viveva in una impalpabile nuvola spinta da un vento sempre più incontrollabile. L'esigenza di creare, di andare sempre più in alto, di scoprire territori nuovi e sempre meno condivisibili dai comuni mortali, scavava nella sua vita un baratro sempre più profondo. Anche perché il demone creativo, che lo incalzava sempre di più, si accompagnava inesorabilmente alla droga. Trane era eccessivo in tutto, fumava, beveva, assumeva eroina. E il suo fisico non resse più di tanto. Morì il 17 luglio del 1967 e aveva solo 41 anni. |
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