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13) Mira Nair straniera globale

Dall'India agli USA, come i protagonisti del suo ultimo the Namesake: per scoprire di sentirsi alieni ovunque, nella prima e nella seconda "patria". La premiata autrice di Mississippi Masala si concede un film indipendente. Che fa riflettere

di Francesca Lombardo

D La Repubblica delle donne, 25/11/2006
Immigrazione, famiglia, integrazione razziale.
Sono questi i temi a cui si ispira The Namesake, il nuovo film di Mira Nair, versatile regista indiana, americana d'adozione ormai, vincitrice dì molti premi a festival internazionali.
Attrice passata alla regia, Nair s'è rivelata al grande pubblico con Mississippi Masala, miglior film straniero al festival di Venezia 1991.mira nair
Come Monsoon Wedding, anche The Namesake nasce dal desiderio di Mira di mettere a nudo il mondo indiano con la sua rigida struttura sociale e le sue regole, ma soprattutto di metterlo a confronto con l'universo americano, nel quale lei vive da tanti anni.
Al recente blockbuster Vanity Fair, che vantava attori del calibro di Reese Whiterspoon, un budget milionario e scene kolossal, segue quindi questo piccolo film dove gli interpreti sono per lo più sconosciuti e il budget è da film indipendente.
Ma la stessa Nair lo definisce grande per l'universalità dei temi trattati, dei sentimenti, delle emozioni che dovrebbe trasmettere.
Lei ha detto che The Namesake si ispira al dolore, e che la lettura del libro, omonimo, di Jhumpa Lahiri al quale il film è ispirato, è stata di gran conforto per la perdita di una persona a lei cara...
Come spesso succede nella vita, ho scoperto questo libro per caso.
L'ho comprato con l'intenzione dì leggerlo durante uno dei miei tanti viaggi in aereo, ma non l'ho aperto per 5 mesi. Ho iniziato a leggerlo durante un volo per Jodhpur, in India, dove dovevo ultimare le scene di Vanity Fair. Ero in lutto per la scomparsa di mia suocera, che era africana e negli ultimi anni viveva a New york, con noi: quindi, che è morta in una terra per lei straniera.
Cosa l'ha colpita di questo libro?
Il nocciolo del racconto è la perdita di un genitore in un paese straniero. È come se Jhumpa Lahiri, la scrittrice, sapesse esattamente come mi sentivo, cosa mi stava accadendo. Leggerlo è stato dì grande conforto per me. Un giorno, stavo girando una scena con Reese Witherspoon per Vanity Fair, ed ero attorniata da una folla enorme di comparse e attori, più un centinaio di elefanti, ho sentito la necessità improvvisa di rifugiarmi nella mia stanza d'albergo a leggere The Namesake. Volevo trovarmi da sola in un ambiente dove potevo esprimere il dolore per la morte di mia suocera, ancora assai forte dentro di me: mentre leggevo il libro, sentivo che stavo rielaborando la perdita.
Dopo la lettura, com'è nata in lei l'idea di farne poi un film?
Appena sbarcata a New York ho chiamato il mio agente. Ero convinta che i diritti d'autore di questo film fossero già stati venduti. È stato un miracolo, ma nessuno li aveva comprati ancora. A quel punto ho sentito che il destino stava veramente giocando la sua parte, che il nostro incontro era predestinato e per Jhumpa è stato lo stesso.
Parte del film si svolge a Calcutta. Sia lei che la scrittrice conoscevate bene Calcutta? Jhumpa ha visitato Calcutta molte volte, io ci ho vissuto, e questo è stato un altro elemento che ci ha fatto sentire sulla stessa lunghezza d'onda. Tra noi si è subito instaurata una forte affinità, un forte senso dì fiducia. Lei è conosciuta per essere una persona molto riservata, ma si è aperta molto con me. Era semplicemente entusiasta del mio progetto e dell'idea di una trasposizione cinematografica.
Come è stato girare a Calcutta?
Molto, molto differente che girare film in America, ovviamente. Diciamo che è una esperienza collettiva. Gli indiani hanno una vera passione per il cinema. I giornali pubblicano continuamente informazioni dai set dei film. Ogni mattina una folla veniva ad assistere alle riprese, per non parlare dei poliziotti che cominciavano a recitare dialoghi tratti dal film Monsoon Wedding. È una esperienza quasi surreale, ma fantastica.
Le immagini, lo stile del film sono piuttosto diversi dai suoi lavori precedenti. A cosa si è ispirata per The Namesake?
Per me è molto importante non ripetermi. Però la fotografia ispira tutti i miei film. Se non esistesse la fotografia, non credo sarei mai diventata regista. In The Namesake la utilizzo soprattutto come strumento narrativo, è un'opportunità per rappresentare il mondo bengali, una cultura che amo profondamente. Ho voluto creare però qualcosa che non avesse nulla a che vedere con l'atmosfera festaiola e mondana di Monsoon Wedding. Lo stile fotografico rappresenta la compostezza e la riservatezza di questo mondo bengali, e la fotografia è più che altro al servizio delle emozioni dei personaggi, emozioni che poi si evolvono durante il film.
Di origine familiare, lei è una bengali?
No, io sono una punjabi. Siamo molto differenti, i punjabi sono i filistei dell'India. I bengali sono molto più sicuri di loro stessi, quasi presuntuosi, ma al tempo stesso molto austeri. Pur non appartenendo a questa cultura, sembra sia riuscita a coglierla nel vivo. Dopo la proiezione al film festival di Londra, molti bengali sono venuti da me con le lacrime agli occhi, emozionati. Una grande gratificazione.
La storia del film è quella di una giovane coppia indiana che emigra negli Stati Uniti, a New York, e buona parte della trama è imperniata sullo scontro di queste due culture e mondi così differenti. Poi lei racconta come la seconda generazione di immigrati, rappresentata dal figlio, vive il contrasto tra il mondo americano e quello riproposto dai genitori. Un mondo che viene scoperto dal protagonista Gogol a poco a poco. Che significato ha per lei un tema così universale come l'emigrazione e l'integrazione culturale?Mira Nair2
Milioni di persone oggi emigrano, anche se emigrare non vuoi dire solo cambiare continente o paese, ma anche città. Significa imparare a comprendere, accettare nuovi valori di riferimento, e integrarli con quelli primari, quelli che ti hanno formato. È un'esperienza bellissima, ma anche traumatica.
Anche lei, comunque, è un'"emigrata"...
Andai all'università a Harvard quando avevo solo diciannove anni. Non avevo mai lasciato l'India, prima di allora. Ma in qualche modo la mia percezione del mondo era più sviluppata di quella di un giovane che proveniva dallo stato dell'Indiana. Sapevo tutto sulla guerra in Vietnam, conoscevo tutte le canzoni dei Beatles, cosa che sconcertava molto i miei colleghi universitari americani. In qualche modo anche loro, quelli che provenivano da altri stati americani, subivano per così dire uno "shock culturale" e dovevano adattarsi a una nuova realtà, quella di Harvard. Questo dimostra quanto possa essere difficile, per tutti noi, anche lasciare solamente la casa paterna per andare a vivere in un'altra città nel tuo stesso paese. Chi ha vissuto per molto tempo in una "terra" d'adozione, riesce poi a tornare indietro?
Dopo esser vissuto anni in un posto dove sei emigrato, non sai più davvero a che paese appartieni. È difficile tornare indietro, lasciarsi alle spalle quel nuovo mondo che hai cercato di conquistare con tempo e fatica. Così la protagonista femminile, la madre di Gogol, alla fine decide di vivere sei mesi a New York, dove ci sono i suoi figli, e sei mesi a Calcutta.
Il film è una celebrazione dei valori della famiglia?
I valori della famiglia sono il vero perno di questo film, come sono il perno della società indiana. Anche in Iindia si avverte che le cose stanno cambiando, per esempio le ragazze indossano la minigonna di giorno e il sari la notte. Ma l'importanza che si attribuisce ai valori familiari non è cambiata, e non solo per chi vive in India. Non vedrai mai dei figli indiani essere maleducati con i propri genitori. Possono ribellarsi, questo sì, magari andare via, ma non mancherebbero mai di rispetto, esprimendosi con parolacce o urlando. Per me è uno shock vedere come nelle famiglie occidentali i genitori parlano ai figli, e viceversa. Dico sempre a mio figlio che l'adolescenza, con il suo rifiuto della famiglia, è un fenomeno occidentale.
The Namesake è un film molto musicale, la protagonista canta e suona vari strumenti, più volte. A cosa si è ispirata?
Alla musica indiana, che amo molto. Da noi c'è una tradizione diversa per ogni stato. Conosco la musica bengali da circa trentanni e Botamn song, che viene cantata nel film, è una delle mie canzoni preferite. I bengali hanno una tradizione di cantanti che si esibiscono per strada. È una cosa che sta scomparendo nel resto del mondo. L'unico altro posto dove ancora li vedo, è l'Irlanda. Le canzoni bengali sono canzoni filosofiche, esprimono concetti come "la vita è un fiume che scorre", o "arriviamo al mondo con le mani vuote e lo lasciamo nella stessa maniera". In particolare, che ruolo gioca la musica in The Namesake?
È uno strumento narrativo, l'ho impiegata per raccontare come il primo viaggio di gogol in India, dove va da adolescente con tutta la sua famiglia, abbia effetti profondi su di lui. È il momento in cui le due culture, quella americana e quella d'origine, si fondono nella sua mente e nel suo cuore. E quando Gogol torna a New York, ha subito una trasformazione, non sente il desiderio urgente dì mettersi il walkman nelle orecchie e ritornare ad ascoltare i Pearl Jam. Parliamo del cast, degli attori? Ho sentito dire che suo figlio ha suggerito Kal Penn nel ruolo di Gogol. È vero?
Sì, tanto che ormai Kal invita mio figlio e i suoi amici a tutte le première dei suoi film, perché si sente in debito (ride). È riconoscente. Se ha ottenuto la parte di Gogol, in effetti lo deve in gran parte a lui, che allora aveva 13 anni. Sono stata oggetto di una vera e propria pressione domestica. E il destino ha voluto che negli stessi giorni Kal mi stesse scrivendo una lettera in cui si proponeva per la parte, dicendo d'aver deciso di fare l'attore a otto anni dopo aver visto Mississippi Masala in uno shopping center del New Jersey. Non nascondo che per un regista è una cosa molto lusinghiera. Quando è venuto al provino, era molto seduttivo, e nello stesso tempo determinato, diciamo "affamato" dì apprendere nuove cose. Avere attori così per un regista è prezioso: riescono a portare una rara verità ai ruoli. Kal aveva inoltre dei tempi comici incredibili, poteva piangere un minuto e l'altro farti ridere. Mio figlio aveva ragione, non avevo più dubbi. L'ho scritturato.
Jacinda Barret, che fa Maxime, la fidanzata di Gogol. È l'unico personaggio americano in questo microcosmo bengali...
Inizialmente avevo pensato a Natalie Portman, ma dopo un incontro entrambe abbiamo capito che il ruolo non era nelle sue corde. Poi avevo pensato a Scarlett Johansson, ma lei era più orientata su ruoli da protagonista. Così ho scelto Jacinda Barrett: mi ha colpito per la sua empatia.
Come s'inserisce Maxime, la ricca fidanzata americana, in quel mondo indiano, meglio bengali?
Non volevo fare di Maxime uno stereotipo, un personaggio superficiale, solo perché è bianca, americana e viene da una famiglia ricca. Anche lei doveva avere una sua umanità. Maxime viene lasciata da Gogol perché non appartiene al suo mondo bengali, il problema di due mondi che non si incontrano più comincia a pesare nella loro relazione, nonostante lui sia nato e cresciuto in america. Con la morte del padre, Gogol inizia a riscoprire le sue radici, e a quel punto maxime non rientra più nel suo universo. A lei Gogol preferisce l'amica di famiglia, anche lei bengali, ma nata e cresciuta a New York: però la loro identità culturale non è abbastanza per far funzionare la relazione. Devo essere riuscita nel mio intento (ride), perché, finita la proiezione, un genitore indiano s'è avvicinato e m'ha detto: "Gogol avrebbe fatto molto meglio a sposare Maxime".
A cosa sta lavorando attualmente?
Sto facendo un documentario sui Beatles quando erano in India, nel 1968, e su come hanno influenzato la nostra vita e la nostra cultura. Canzoni come Abbey road o Sgt. Pepper sono state importanti per me. Diciamo che questo documentario è una celebrazione del peso, del significato dell'ispirazione. Sto anche producendo una serie dì cortometraggi, diretti da tre registi indiani, sull'impatto dell'Hiv in India, con star indiane. I miei film riflettono sempre un periodo della mia vita. Secondo la filosofìa hindu la vita dell'uomo è scandita da 4 stadi. The Namesake rappresenta la famiglia, che poi è il mio stadio inferiore di madre e moglie. Ma adesso che mio figlio ha 15 anni, e mia figlia 23, la loro vita sta sbocciando, stanno prendendo le loro strade. Sento che per me è il momento di tornare tra gli altri, raccogliere nuove storie da raccontare.
C'è un altro film indiano nei suoi progetti futuri?
Il prossimo film sarà sul medio oriente, forse ambientato in Iraq o nei territori occupati. Voglio andare lì, parlare con la gente per strada. Dalla strada nascerà il mio nuovo film.
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