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14) La nostra identità in fuga

Dentro di noi vivono mille individui. Formati da quello che abbiamo fatto e pensato. Ma anche da quello che non siamo diventati mai. Jean-Bertrand Pontalis, analista e scrittore, spiega perché dobbiamo fidarci della psicanalisi. Senza crederci

di Laura Lamanda

D La Repubblica delle donne, 18/11/2006
"Quest'intervista procede in uno strano modo. Bisognerebbe seguire, io credo, un ordine cronologico: la mia formazione, i miei inizi filosofici, e così via... Di solito si fa così".
È irrequieto, quasi indispettito, Jean-Bertrand Pontalis, fra i maggiori psicanalisti francesi, direttore di collana presso la storica Gallimard, saggista e scrittore di narrativa.
Gli stiamo di fronte ormai da mezz'ora, separati dalla scrivania ingombra di manoscritti che gli arrivano ogni giorno, coscienti di vivere un privilegio; nonostante le reciproche buone intenzioni, però, la conversazione non decolla.JB Pontalis
Le nostre parole gli sembrano spesso troppo investigative, e i temi che abbordiamo, di cui ha tanto scritto, troppo periferici.
Dopo rettifiche e correzioni di tiro, verrebbe voglia di rinunciare, o di restare davanti a lui in silenzio, come fanno a volte gli psicanalizzati nei momenti di afasia.
"Non amo essere bloccato da una definizione", ci spiega "Preferisco essere una farfalla che vola portata dal vento, piuttosto che una farfalla fissata al muro con uno spillo. Io non sono io. Sono molteplice, non sono la mia carta di identità."
Pontalis svicola, precisa, si sottrae. Resta libero, e non gli importa se il nostro discorso è invece incatenato all'ordine che lui vorrebbe imporci.
Davanti a questo paradosso, ci viene istintivo indagare con lui il cortocircuito di senso generato dalle sue parole.
In tutti i suoi scritti, a partire dallo straordinario L'amore per gli inizi, ha raccontato la sua diffidenza nei confronti delle parole, che "quando ci definiscono ci uccidono", e sono raramente capaci di vera aderenza alle cose e all'esperienza.
Questa sua avversione per il linguaggio, che "seduce, ferisce, addormenta: ha tutti i poteri" è stata precoce, e lo ha portato, bambino, a parlare il meno possibile.
"Mi credevano muto", scrive nello stesso libro, "e io desideravo restarlo, come se sospettassi che, una volta entrato a mia volta nel linguaggio, non ne sarei mai più uscito. Avevo infatti la certezza che dalla sua prigione, dalle sue catene, non ci sarebbe più stato modo di liberarsi."
Immaginava vie di fuga in lavori che non richiedessero l'uso della parola: muratore o spazzino sarebbero stati perfetti.
È stato Sartre, suo professore al liceo Pasteur a partire dal 1941, a mostrargli, con l'esempio, come conciliarsi con la parola, che poteva diventare gioco e sfida, prestandosi, nelle forme scritte più diverse (sceneggiatura, romanzo, pamphlet...), al sabotaggio di ogni gerarchia di genere.
Il giovane Pontalis assimila questo polimorfismo, quest'attrazione per l'espressione multipla, e si costruisce lentamente un'identità professionale ramificata, ma sempre legata alla parola.
"Io ho tre identità: psicanalista, curatore e scrittore. Non avrei sopportato di servire un solo linguaggio, e di trasformarmi nel suo schiavo." ci spiega "Ho optato allora per la separazione dei poteri."
La riuscita di una tale impresa ha richiesto l'adozione di un metodo rigoroso, applicato con disciplina per anni. Durante le vacanze, la scrittura. A Parigi, il pomeriggio, le sedute di psicanalisi, e la mattina il lavoro da Gallimard.
"Venire qui in casa editrice mi permette una vita di relazione normale, distesa, diversa da quella, così intensa, che ho con i miei pazienti. Qui scambio due parole con le ragazze della reception, incontro gli autori, chiacchiero con i colleghi. Mi alleggerisco."
La collaborazione con Gallimard è cominciata per Pontalis negli anni sessanta, quando è diventato curatore di Connaissance de l'inconscient, collezione di opere psicanalitiche, e poi fondatore e direttore della Nouvelle revue de Psychanalise.
Da più di trent'anni, inoltre, fa parte del comitato di lettura della casa editrice.
Attività importante, questa, non tanto dissimile dal lavoro di analista.
Leggere, infatti, per lui significa lasciarsi portare via dalla prigione dell'identità, in un doppio movimento di straniamento da sé e di avvicinamento all'altro, analogo a quello che lo psicanalista sperimenta:
"In analisi, il paziente inventa. Non abbiamo sicurezza che quello che dice sia vero, e in fondo non ha nessuna importanza. Crea una narrazione, che qualche seduta più tardi si disloca, diventa un'altra cosa. Non inventa solo se stesso, ma anche l'analista, di cui si fa una rappresentazione tutta personale."
Del resto, spiega, ogni racconto di noi che non sia puramente fattuale, ma che segua un asse, è un'invenzione: "Anche io, in fondo, nei miei scritti autobiografici mi sono inventato.
Avrei potuto scegliere altri avvenimenti, e far affiorare un altro Pontalis. Tutti noi, quando ci raccontiamo, rievochiamo possibilità sfiorate e mai realizzate.
Siamo anche tutti i mille noi stessi che avrebbero potuto esistere, ma non hanno preso forma.
Di loro ci dimentichiamo, fino a che, provvidenzialmente, attraversiamo momenti di smarrimento, in cui la nostra identità vacilla, e ogni definizione viene meno."
Pontalis racconta esperienze di questo tipo in vari suoi testi.
In Finestre, ad esempio, spiega come possano insinuarsi a volte nel nostro quotidiano, e scardinarlo. Succede, ad esempio, quando un passante ci incrocia facendo riaffiorare un viso dal passato, portandoci, nello spazio di qualche secondo (il tempo di identificarlo), in luoghi diversi, in nostre età diverse.
Sono, questi, momenti di vuoto, di cesura, ma anche di respirazione, di benefica perdita di sé:
"Perché il pensiero si rimetta in moto, bisogna che subisca battute di arresto, anche a rischio di perdersi."
La stessa cosa capita ai pazienti durante la seduta psicanalitica, quando cercano parole che possano raccontare il loro enigma. «
"Certi reagiscono a queste difficoltà con il silenzio. Altri, invece, con un abuso di linguaggio.
Mi ricordo per esempio di un mio paziente, scrittore, che parlava molto bene, di continuo, lasciando affiorare i ricordi facilmente.
Io avevo però la sensazione che tutta questa padronanza del discorso ci nascondesse l'essenziale, ci tenesse lontani dal vero.
Ci volle molto tempo per trovare il punto nevralgico della sua sofferenza, camuffato sotto la proliferazione delle associazioni e dei ricordi.
Fu, quello, un momento molto forte per entrambi.
Quando tocchiamo il vero, infatti, quando le nostre parole riescono a raggiungere la cosa, ne facciamo un'esperienza violenta, quasi fisica."
Le parole coincidono improvvisamente con il sensibile, e il linguaggio, da ostile, diventa finalmente amico.
Non solo lo psicanalista e il paziente, ma anche gli scrittori, che Pontalis chiama uomini della nominazione, inseguono questo tipo dì miracolo, abitati come sono dall'illusione che la vita possa presentarsi dentro le loro parole, e abitarla.
Bisogna, però, fare in modo che queste parole non si trasformino in idee fisse. Per questo, scatenando non poche polemiche, Pontalis ha più volte affermato la necessità di fidarsi della psicanalisi, senza però crederci.
"Intendevo dire che non bisogna prendere la psicanalisi come una religione rivelata, come un dogma." ci spiega "Accontentiamoci della fiducia nel movimento del pensiero che sa stimolare, ed evitiamo di 'fissare' ciò che ci fa scoprire o intuire."
Forse un timore simile lo porta oggi a rifiutare di ripercorrere con noi certi passaggi, certi temi dei suoi libri. Di un certo soggetto non ricorda di aver parlato, e dell'altro, dice, chissà cosa intendeva dire davvero.
Se gli citiamo titoli, pagine, frasi, si mostra infastidito, ci rimprovera una lettura troppo analitica. E smentisce ogni nostra domanda.
Ci congeda cortesemente, ma con un sollievo palpabile, dopo aver cercato di strapparci, sotto giuramento, l'impegno a sottoporgli il nostro articolo almeno quattro giorni prima della stampa.
Tentativo infruttuoso: ci ha insegnato fin troppo bene che ogni racconto è soggettivo, e che la vita si lascia cogliere e intuire senza preavviso, ma resiste a ogni definizione, e all'ostinata ricerca di una fedeltà impossibile.
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