|
All'anteprima ufficiale, riservata a una platea di Vip a Pechino, il pubblico "annaspava o rideva nervosamente", secondo il quotidiano governativo China Daily. E quando è uscito nelle sale, le reazioni sono state ancora più forti: un giornale a diffusione nazionale lo ha definito "un film dell'orrore, sconsigliato ai giovanotti, se non vogliono diventare impotenti".
L'accusa: "È scandaloso mostrare quattro donne di mezza età, piene di rughe, non particolarmente belle e neanche truccate, che parlano di uomini e di sesso con tanta brutalità".
La protagonista dello scandalo è la 50enne Ning Ying, una delle rare donne-regista del cinema cinese, con un passato di vittima della Rivoluzione culturale maoista, un periodo dì formazione a Cinecittà, un'esperienza come cosceneggiatrice di L'ultimo imperatore di Bertolucci, e una serie di film di stile neorealista, o documentari impegnati su temi come l'immigrazione, l'Aids, la discriminazione contro le bambine nelle campagne, i rapimenti di ragazze-schiave nel racket della prostituzione.
Ma è solo con il suo ultimo film, la fìction Moto perpetuo, che Ning Ying è riuscita davvero a spaccare la società cinese, facendo esplodere il conflitto latente fra "le due metà del cielo".
Si sono polarizzati all'estremo i commenti dei giornali, su Internet è divampato un dibattito che ha quasi i toni di un referendum pro o contro. Tra i cinesi e le cinesi che l'hanno visto nessuno è uscito indifferente, e gli schieramenti seguono in parte una logica generazionale, ma soprattutto rivelano l'esistenza, oggi, di una Grande Muraglia culturale tra i due sessi.
La trama di Moto perpetuo all'inizio trae lo spettatore in inganno.
L'avvio sembra seguire la logica di un giallo "a porte chiuse", stile Agatha Christie, e alla prima impressione le donne protagoniste appaiono prigioniere di un destino subalterno.
La storia infatti si apre quando Niu-niu, editrice di una rivista di moda, scopre da una e-mail che suo marito ha un'amante. Di colpo si vede relegata nel vasto esercito delle mogli tradite, in quel dilagare di adulteri che sembra essere una pandemia sociale della Cina di oggi, dove i mariti (soprattutto se benestanti) riscoprono l'antico costume delle "seconde mogli", concubine semi-ufficiali.
I sospetti di Niu niu si dirigono sulle sue tre migliori amiche: l'intellettuale Lala, l'imprenditrice edile Madame Ye, l'artista Li Qinqin.
Niuniu approfitta della festa del Capodanno lunare per invitarle a un sontuoso banchetto in casa sua, dove vive con la madre.
Prima stuzzicando le amiche in tono scherzoso, poi con interrogatori sempre più pressanti cerca dì smascherare la colpevole.
Ben presto però i dialoghi fra le donne sfuggono alla regia investigativa della padrona di casa, e sincerità e spontaneità hanno la meglio.
Così il weekend festivo diventa l'occasione per una seduta di confessioni intime.
Molto più realistico e più crudo di Sex and the city o Desperate housewives, il film apre uno squarcio su ciò che le donne cinesi si dicono veramente, quel che pensano degli uomini, del successo, del denaro, della Cina di oggi.
L'effetto-realtà è ottenuto attraverso lunghi dialoghi in ambienti chiusi, primi piani quasi ossessivi che riecheggiano atmosfere di Ingmar Bergman o di Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti.
Il linguaggio esplicito è sconcertante.
Anche lo spettatore occidentale resta sorpreso che la censura cinese abbia permesso l'uscita sugli schermi di una simile "bomba", sia pure dopo lunghi negoziati con la regista, qualche taglio e qualche cambiamento.
Il dialogo ha anche momenti di comicità irresistibile: le amiche, che hanno tutte avuto qualche relazione con il marito di Niu niu, fanno ciascuna la caricatura delle sue tecniche per "rimorchiare": sempre la stessa passeggiata romantica al tramonto su un laghetto imperiale del centro storico di Pechino, sempre le stesse mediocri e monotone prestazioni sessuali, seguite da lunghi monologhi notturni, a letto, sulla letteratura francese contemporanea.
Il disincanto, il sarcasmo delle donne mature da ai dialoghi una verve dissacrante.
“Quando io ho cominciato a fare del cinema -racconta Ning Ying - da voi in Occidente stavano sfondando i film d'autore dei nostri mostri sacri anni Ottanta, come Addio mia concubina di Chen Kaige. Film di qualità raffinata, certo, ma sempre ambientati in un passato decadente, con costumi splendidi, scenografie preziose: esattamente l'immagine che gli occidentali volevano vedere del mio paese, e anche l'immagine che alla stessa classe dirigente cinese piaceva idealizzare. Per me invece era tutto finto, a me interessava raccontare altre cose, spiare dietro le quinte”.
Un'operazione che le è riuscita con Moto perpetuo.
“Il progetto originale di questo film”, dice la regista, “è nato dalla mia profonda insoddisfazione per i ritratti stereotipati della donna orientale diffusi sia in Cina che all'estero: la femmina dolce e fragile, occasionalmente seducente, ma sempre docile e sottomessa”.
Le donne del film invece emanano forza di carattere, oltre a un'idea dell'erotismo tutta diversa dalle fantasie maschili: nel ritratto crudele e meschino del marito adultero, che a poco a poco le quattro amiche compongono insieme, si prendono la loro vera vendetta.
L'effetto dirompente è aumentato da un'altra trovata di Ning Ying.
Anziché attrici professioniste, la regista ha diretto le sue migliori amiche. Tutte donne dì successo, e alcune molto famose. Quattro mogli di mezza età, ma non certo qualunque: un pezzo della nuova classe dirigente di Pechino. Liu Suola, che recita la parte di Lala nei film, nella vita è una celebre scrittrice di romanzi, nonché musicista e cantante, invitata di recente in tournée all'Opera di Berlino. Ha un albero genealogico che affonda le radici nella nomenklatura comunista. Suo zio fu uno degli eroi militari della Lunga Marcia, compagno di Mao. Suo padre è morto in circostanze misteriose, forse assassinato in una delle purghe del regime. La donna che fa la parte dell'imprenditrice edile è davvero una capitalista, oltre che figlia di un ministro. La figura più nota è la moglie tradita, interpretata da Hong Huang. Lei ha fondato e possiede la casa editrice che pubblica la versione cinese dei magazine TimeOut I-Look, Media Star. È anche la ex moglie del famoso regista cinematografico Chen Kaige (appunto l'autore dì Addio mia concubina) e questo naturalmente fa intuire allusioni piccanti a lui nel personaggio dell'Assente, il maschio invisibile ma continuamente evocato.
Il ritratto che emerge dai dialoghi del film è molto simile a Ken Chaige intellettuale colto e cosmopolita, vanitoso e avido di riconoscimenti, ex artista socialmente impegnato, ex contestatore, ora straricco e cooptato dal regime.
Un personaggio solo apparentemente secondario, ma che non passa inosservato per il pubblico cinese, è una quinta donna, l'anziana madre di Niu-niu nel film, che è proprio la mamma di Hong Huang. Si chiama Zhang Hanzhi, ed è una figura potente dell'establishment rosso: fu interprete ufficiale di Mao Zedong nei vertici con i leader occidentali, poi fece carriera diplomatica e sposò un ministro degli Esteri, primo rappresentante della Cina popolare all'Onu.
Anche l'ambiente in cui è girato il film è la vera dimora di famiglia, un antico siheyuan (le case tradizionali dì Pechino con il tetto a pagoda e i portoni di legno rosso decorato, quadrilateri a un solo piano disposti intorno al cortile interno) che fu donato da Mao: un pezzo di storia che tutti i cinesi conoscono.
Il fatto che a recitare in Moto perpetuo siano 5 donne-Vip contribuisce ad aumentare il realismo del film e a eccitare una curiosità morbosa: è l'occasione di vedere dal buco della serratura come vivono i nuovi ricchi al vertice del paese.
È anche un limite del film.
Queste quarantenni e cinquantenni che parlano di sesso e denudano i vizi degli uomini rappresentano solo una parte del mondo femminile.
La loro cultura moderna e disinibita, il loro erotismo che si scatena allusivamente a tavola quando "succhiano" zampe di gallina, lo humour graffiante sui maschi sono a una distanza abissale dalla condizione delle contadine cinesi nelle zone più povere del paese.
“Certo queste mie amiche che hanno accettato sono tutte ricche e famose”, ammette Ning Ying, “ciononostante sono piene di problemi. Ho voluto entrargli dentro come una sonda nello stomaco. Anche loro sono state travolte dal moto perpetuo che da il titolo al film ed è una definizione della nostra storia recente: in vent'anni la società cinese ha digerito cambiamenti che in Occidente si sono succeduti in 2 secoli.
Ho cercato dì descrivere cos'è accaduto dentro la donna cinese, che ha vissuto esperienze così tumultuose, ivi compresi i traumi politici come la Rivoluzione culturale”.
Ning Ying è riuscita a far emergere delle lacerazioni tra i due sessi così profonde da portare quasi all'incomunicabilità.
Le reazioni a Moto perpetuo hanno seguito una implacabile logica "sessista".
Il critico (maschio) del quotidiano di Pechino si è detto orripilato per lo spettacolo di "queste donne svergognate, presuntuose e disgustose, la cui satira degli uomini è distruttiva".
La giornalista Guo Shuang dell'agenzìa Xinhua, invece, ha scritto che il film "sposa fino in fondo l'angolatura femminile, vede il mondo coi nostri occhi, a costo dì rovesciare i luoghi comuni sulla donna cinese tenera, obbediente e oppressa".
Lo choc ha fatto sì che il film è stato però presto ritirato dalle sale.
Ora si prende la rivincita dilagando nei dvd-pirata, e i commenti continuano sui forum online e sui blog.
“In un colpo solo”, dice Ning Ying, “ho sfidato quattro tabù. Primo: ho mostrato quell'alta società cinese che di solito sfugge agli sguardi del pubblico. Secondo: ho insidiato dei dubbi sulla sua moralità. Terzo: nessun maschio aveva mai sentito delle donne per bene parlare di sesso in quel modo, perché basta che ci sia un uomo in mezzo a noi perché il nostro linguaggio si autocensuri. Infine ho evocato il conflitto tra la memoria del passato e lo sviluppo economico.
E la virulenza delle reazioni - mi hanno incolpato perché ho osato mettere in mostra delle donne non abbastanza belle! - fa temere che si ritorni indietro perfino rispetto all'epoca di Mao”, conclude la regista. “Sotto il maoismo diventammo la metà del cielo, dal punto di vista dei diritti sociali fummo liberate dall'eredità della Cina feudale. Oggi i canoni estetici che importiamo dall'America ci impongono donne sempre più giovani, sempre più belle, sempre più sexy: l'esatto opposto della tradizione confuciana di rispetto della donna matura”.
|