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19) Giovanni Allevi, Musica classica, successo da popstar “E dire che al liceo mi davano del noioso”

Prima due cd che pochi notarono (a parte Jovanotti che lo ha prodotto). Poi un viaggio in Usa, una telefonata al Blue Note, tempio del jazz, e qualcuno che risponde. Così inizia la favola che ora riempie i teatri

di Giuseppe Videtti

Venerdì di Repubblica, 02/2007
Terni. Se il pianoforte potesse parlare, stasera, racconterebbe fiabe.
Riempie il teatro di note dolcissime, melodie che navigano nell'aria e ammaliano la platea.
Giovanni Allevi, curvo sulla tastiera, mette venti anni di conservatorio al servizio di un pubblico adorante, faticosamente conquistato in dieci anni di attività.
Due album prodotti da Jovanotti, 13 dita e Composizioni, passati quasi inosservati; poi, nel 2005, No concept vende più copie di un disco pop, e il più recente Joy, che è a quota 50 mila copie, bissa un successo internazionale che non ha precedenti in Italia per un disco di piano solo.g. allevi
Dopo i primi trionfali concerti al Blue Note di New York, Allevi si è esibito praticamente in tutto il mondo. I suoi spartiti di classica contemporanea sono tra i libri di musica più venduti d'Europa; a fine maggio uscirà Canto di libertà, l'esordio cinematografico di Valerio D'Annunzio per il quale ha scritto la colonna sonora; Umbria Jazz lo ha messo in cartellone il 7 luglio al Teatro Morlacchi di Perugia. E a dicembre inizierà una serie di concerti con i Berliner Philharmoniker, prima data a Napoli, che potrebbe diventare lo spunto per il quinto disco.
Tutto è cominciato con una monetina da 50 cents.
Agosto 2004, a New York si muore di caldo. Allevi è lì per esplorare la città e fare una full immersion nella Manhattan del jazz.
“Io penso in grande” confessa. “Metto la monetina nella feritoia del telefono a gettoni e chiamo il Blue Note. Sono tutti in ferie, ma per una fortunata coincidenza risponde l'imprendibile Steve Bensusan, figlio del fondatore. Gli propongo un'audizione: "Se le piaccio mi ingaggia, altrimenti non se ne fa nulla". E lui: "Venga domani".
Ecco come sono diventato ospite fisso al Blue Note”.
Mentre parla con l'accordatore al Teatro Verdi di Terni, dove si è esibito per la rassegna Vision in musica 07, accarezza lo strumento come fosse un vecchio compagno di battaglia.
“Adesso, finalmente, suonare il pianoforte è figo, non come al liceo, quando creava un gap tra me e i miei compagni, che facevano l'equazione pianista = noioso” scherza.
Poi, suona qualcosa che ha l'impeto di una tempesta di Ciajkovskij.
“Ti trascina via” dice, alludendo alla tastiera, “stasera sarà un bel duetto”.
E giura che quelle esplosioni di gioia sono il frutto di un terribile spavento. “Il mio primo attacco di panico è arrivato al rientro del tour in Cina. Per eccesso di gioia” racconta.
“Pensavo di avere un infarto. Mentre l'ambulanza volava verso l'ospedale, mi sono detto: se mi salvo voglio cantare la gioia di vivere. Ed è stato in quel momento che la melodia di Joy è venuta a trovarmi.
Ho capito tante cose durante quella corsa in ospedale, ad esempio che l'opera d'arte si realizza nell'ascoltatore. Il mio dovere è quello di coinvolgerlo e la mia responsabilità prima è una dedizione totale nei confronti della musica”. dischi
Per strada uno studente con i capelli biondi, cerati, lo ferma e gli racconta di come l'ha scoperto, di quanto la sua musica gli sia d'aiuto. Gli sorridono in molti, lo chiamano per nome, lo salutano. Un clima da popstar che ha travolto lo schivo pianista di Ascoli Piceno.
“Sono stati due anni di delirio totale. È arrivato il successo, quello folgorante.
Pensavo di diventare un artista di nicchia, stimato da pochi, invece mi sono scoperto un trascinatore di folle. Mi regalano torte al cioccolato, romanzi ispirati alla mia musica, quadri che hanno dipinto ascoltando i miei dischi.
Dopo un concerto al Blue Note di Milano, mi hanno fatto trovare il marciapiede coperto di petali di rose. Una volta, a Locorotondo, in provincia di Bari, ho rischiato di essere sopraffatto dalla folla, la polizia mi ha trascinato via per problemi di ordine pubblico.
Poi il maresciallo mi ha chiesto l'autografo. Gliel'ho fatto sul bollettario delle multe”.
Proprio come una popstar, ci mancherebbe che avesse anche delle groupie al seguito. “Ci sono anche quelle” esclama la moglie, Nada Bernardo. “Una ragazzina di sedici anni ha voluto l'autografo su una bottiglia dove era scritto: contiene aria che ha catturato le note di Giovanni Allevi”. E lui: “Mi sono fatto un'idea nuova dei giovani, li vedo animati da un fiume sotterraneo di poesia, di entusiasmo. E, soprattutto, non è vero che i ragazzi vogliono solo canzonette”.
Nel 2004, scoraggiato dall'indifferenza dei discografici, tentò la sua prima sortita all'estero.
“Un ingaggio all'Academy of Performing Arts di Hong Kong che mi procurai da solo, via Internet. Poi ci sono tornato nel 2005 e ho cominciato a vedere i teatri pieni di gente.
I cinesi sono competitivi non solo nella forza lavoro, ma anche nel passaparola.allevi al pianoforte Sull'Italia, dopo due dischi flop, ci avevo messo una pietra sopra. "Lascia perdere" mi dissero i miei primi discografici". “Peggio” esclama Nada, “dissero: 'a chi vuoi che interessi un pianista?'”.
“Eh sì, è stata dura, ho 37 anni” conferma lui.
Negli anni della gavetta, quando per sbarcare il lunario insegnava musica, lo sostenevano un entusiasmo e una forza incredibili. Mai un attacco di panico, neanche quando uscivano dischi e nessuno se ne accorgeva.
“Neanche al primo concerto, 17 anni fa a Napoli. Vennero a vedermi in cinque. Erano seduti in seconda fila. Comprensivi, dissero: "Se vuoi puoi anche andartene". E io: "È il mio battesimo dal vivo, suonerò per voi". All'inizio ebbi vergogna, come se all'improvviso la dura realtà mi avesse aggredito alle spalle. Ma poi quei cinque, durante l'esecuzione, fecero un tifo da stadio, mi comunicarono un entusiasmo travolgente.
Non avevo neanche una camera d'albergo, dormii su una panchina della stazione, ma quella notte ebbi chiaro in mente che suonare era tutto quello che volevo fare nella vita. Che il pubblico va valutato persona per persona, non a gruppi. Che a spalancarmi le porte del successo sarebbero state delle splendide persone comuni”.
Sul palcoscenico, Allevi è più di un virtuoso dello strumento, è un prim'attore. “Ho capito che la mia fragilità è la mia forza” confessa.
E di quella timidezza cronica fa sfoggio tra una canzone e l'altra quando, con la stessa naiveté di Bart Simpson, filosofeggia (la laurea l'ha presa davvero) citando Heidegger, raccontando aneddoti di vita on the road e spiegando la genesi di ogni composizione.
“Il primo battito del cuore è il passaggio dall'eternità all'esistenza” dice prima di eseguire un brano ai limiti delle sue capacità interpretative. “Prima del concerto il panico c'è sempre. Il terrore di non riuscire a raggiungere con le note quelli dell'ultima fila” spiega.
“Poi, il calore del pubblico mi fa dimenticare la paura e in quell'ora e mezzo sono l'uomo più felice del mondo. Dopo il concerto implodo, crollo.
C'è l'incontro con il pubblico, nella platea o nel foyer, mi rincorrono nei camerini. E io voglio salutarli proprio tutti, ci tengo. Rimango in teatro più di due ore. Anche all'estero parlo con il mio pubblico. allevi in scenaImparo frasi a memoria. A Hong Kong ho salutato in cantonese, a Shanghai in mandarino. Solo in ungherese non sono riuscito a farlo, troppe consonanti”.
A fine concerto, un personal trainer incantato dalla sua musica si propone come guardia del corpo: “Vedrà che prima o poi ne avrà bisogno”.
Sono in tanti, di tutte le età, professionisti, insegnanti. E anche bambini, che, in teatro, quando Allevi affrontava le partiture più spericolate, facevano ooooh.

L'era dell'emozione
Creatività nell'innovazione, Parla il musicista Giovanni Allevi

Giovanni Allevi a colloquio con Cristina Tagliabue
Il Sole24ore,15/02/2007

Per guardare al futuro, dice, bisogna prima entrare in profondità nel passato. E così, senza nemmeno accorgersene, Giovanni Allevi, il musicista di raro talento che ha riportato il pianoforte all'attenzione del grande pubblico, ci ha dato la scusa per guardare alle sue, di radici.
Una laurea in filosofia nel 1998, un diploma in Composizione al Conservatorio "G. Verdi" di Milano e, ancor prima, un diploma in Pianoforte al Conservatorio "F. Morlacchi" di Perugia. Tutto, con il massimo dei voti possibili.
Perfezionista, intellettuale, ma soprattutto artista, abbiamo chiesto a Giovanni — chiamato a parlare al convegno Innovaction di Udine — qual è oggi il ruolo del creativo all'interno del complesso processo dell'innovazione.
“L'obiettivo dell'artista — spiega Allevi— è far sì che le persone vivano l'arte del proprio tempo, si riconoscano nella musica che ascoltano. Stiamo attraversando un'epoca nuova e inedita, e credo che il mio compito sia trasformare il comune sentire, e più in generale la spiritualità, in un'opera d'arte.
Spesso sono chiamato a portare la mia testimonianza nelle Università e nei convegni perché mi viene riconosciuta la paternità del nuovo, all'interno del mondo della musica.
E tuttavia, io non ho ricette. Posso soltanto dire che per cambiare qualcosa è  necessario uno studio matto e disperatissimo di ciò che è stato. L'evoluzione e il significato si trovano soltanto guardando indietro”.giovanni allevi
E Allevi, in questo, è doppiamente maestro.
Vent'anni di studio accademico e una cultura che spazia da Hegel a Chopin lo hanno portato, oggi, a poter superare la ragione per dare spazio, soprattutto, alle emozioni:
“Il Settecento è stato il secolo della ragione illuminista, l'Ottocento del Romanticismo e del sentimento, il Novecento ci ha portato grandi e tragiche violenze. Credo che il Duemila sia l'era dell'emozione. Per questo ho intitolato il mio ultimo album “Joy”, e per questo il precedente suonava No concept. Risale a quel periodo il mio abbandono della razionalità, perché dopo tanto leggere e pensare mi sono accorto che molte cose non possono essere spiegate. In fin dei conti, la mia laurea in filosofia è servita a questo, se ci penso.
A capire che tutto è assolutamente inspiegabile. Ed è bello che sia così”.
Lo stesso processo d'ispirazione di un'artista che compone con uno strumento classico come il pianoforte è tutt'altro che spiegabile a parole.
Detta da Allevi, sembra quasi una favola: “La musica è un'entità esterna, una strega capricciosa che mi viene a trovare. Quando bussa alla mia porta, a qualsiasi ora del giorno e della notte, è già assolutamente perfetta. Mi chiede dedizione assoluta, e il mio compito è assecondarla totalmente. Ma poi il resto è semplice: trasformo la strega capricciosa in un pentagramma”.
Già, il classico pentagramma.
Quel foglio a righe che ha davvero cambiato il comune sentire, ma che oggi, per la maggior parte degli italiani nati dopo gli anni Cinquanta, è i percepito come lontano, diverso, come qualcosa che non parla più:
“Nel Novecento — racconta Allevi — i compositori si sono defilati dalla società, rinchiudendosi in torri d'avorio. Mentre sono cresciuti i grandissimi interpreti, pianisti, direttori ed esecutori.
Il risultato di tutto ciò, però, è stato da una parte una produzione elitaria, una musica altissima ma incomprensibile ai più.
Dall'altra la trasformazione della musica classica in un museo. Inevitabile conseguenza, per l'Italia, è stata una frattura tra musica di serie A e musica di serie B.
Le persone hanno iniziato a sentire una sorta di inferiorità nei confronti della musica classica, e questo divario è ancora tutto da colmare. Pochi concerti, poche esecuzioni, un pubblico sempre minore. Per fortuna, oggi, si ricomincia a comporre. E a restituire la narrazione del nostro tempo attraverso note più comprensibili. Perché soltanto attraverso la relazione con il pubblico è possibile creare. La gente capisce a orecchio se una cosa è bella oppure no”.
In teoria, dovrebbe funzionare come nel mondo delle altre arti contemporanee.
Cinema, pittura scultura, disegno, teatro nessuna finalità se non permettere alla musica di esprimere se stessa: precisa Allevi — perché se l’artista svolge bene il suo compito il successivo impatto emotivo del pubblico arriverà.
Ma non è di questo che bisogna andare alla ricerca, la musica non può essere composta per una produzione fìlmica, per una pubblicità né tanto meno per il consenso popolare. allevi al pianoforte
Questo non rientra nelle mie finalità, almeno. Certo, ne è una lieta conseguenza, ma null’altro.”
Un purista, Giovanni Allevi. Una persona che si confronta con il proprio tempo, raccoglie le idee — e le streghe— e poi ritorna a immergersi nella società.
Un trasformatore, come lui stesso dice. E forse, anche un ricercatore.
Nato ad Ascoli Piceno nel 1969, a soli cinque anni trovò la chiave del pianoforte e iniziò a strimpellare di nascosto.
“Quando chiesi di poterlo suonare — racconta — mio padre mi rispose che il pianoforte non era un giocattolo, ma uno strumento serio, come la musica tutta. Io lo avevo preso a pugni mentre mia sorella prendeva lezione e mi fu quindi vietato.
Ma da quel giorno del divieto, la tastiera diventò la mia ossessione. Scoprii quindi dove si trovava quella chiave d'argento per aprirla — era in una cassettiera, dentro una scatola di plastica gialla, proprio lì vicino — e la infilai nella serratura di quella scatola dei desideri.
Per un'intera settimana, tanta era l'emozione, la osservai soltanto come inebetito da un sogno. Poi presi coraggio e iniziai a suonare di nascosto”.
Perché il padre lo scoprisse, ci vollero altri cinque anni. Ma poi, per fortuna, lo perdonò.
“Nato il 9 aprile 1969 ad Ascoli Piceno, in una famiglia di musicisti, Giovanni Allevi è diplomato con il massimo dei voti sia in pianoforte al conservatorio "F. Morlacchi" di Perugia che in composizione al conservatorio "G. Verdi" di Milano. È laureato cum laude in Filosofia e ha frequentato l'Accademia Internazionale di Alto Perfezionamento di Arezzo.
Nel 1996 musica la tragedia Le Troiane di Euripide, l'anno dopo vince le selezioni internazionali per giovani concertisti al Teatro San Filippo di Torino.
Il suo primo album, “13 dita” è del '97 (glielo pubblica un entusiasta Jovanotti) e da allora la sua carriera si dipana tra concerti, nuovi album, rassegne (sia concerti di classica che festival jazz e rock)e riconoscimenti internazionali.
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