| 21) Lasciatemi cantare i concerti in tutto il mondo, la consacrazione al blue note di New York. E poi gli spettacoli in teatro con Riondino e la Banda Osiris. " infine, la tv con arbore. Il caffè intervista stefano bollani, musicista libero di Roberto Ugolotti Il caffè del Teatro, aprile 2007 |
|
| Hai portato il jazz in tv. Hai già ricevuto intimidazioni da parte dei puristi? No. Non direttamente. Però hai sentito delle voci? Sì. Le sentivo già prima. Diciamo che ultimamente sono aumentate anche se non credo che la mia partecipazione al programma di Arbore abbia cambiato particolarmente le cose. In fondo 'quelli che sì arrabbiano' è perché credono che io vada lì a rappresentare il jazz italiano e di conseguenza temono che il jazz italiano venga screditato dal fatto che io lì faccio anche cose in qualche modo ironiche. Il punto è che io in quella situazione rappresento solo me stesso e quindi, caso mai, sputtano me stesso, non il jazz italiano. Purtroppo nel jazz c'è la tendenza a vedere tutto come una corporazione, anche se ci sono in realtà molti musicisti che fanno cose molto diverse tra loro. Ci sono Fresu, Rava, Trovesi, Pierannunzi, Liguori...mille cose diverse. E però, tra musicisti soprattutto, c'è questo clima dovuto al fatto che tutti vorrebbero lavorare e invece siamo in, non so, cinquanta che possono campare di concerti senza dover insegnare o svolgere attività parallele. Questo porta a tutta una serie di invidie e atteggiamenti di distacco. In più, se sei tra questi cinquanta e ti permetti di uscirne per suonare nei teatri o addirittura in tv, scatta negli altri una reazione infastidita. Ma non saprei cosa fare per evitarla. Guarda cosa è successo a Mehldau: fino a che non lo conosceva nessuno era un genio del pianoforte, ora che è famoso tutti a ridimensionarlo, tutti a dire che ha perso l'ispirazione.
È così che si difende il concetto di nicchia... Assolutamente. Ma è una concezione settaria e pretenziosa. E deriva dalla convinzione, secono me sbagliata, che è necessario rimanere nell'ombra, che se non fai la fame non sei un vero musicista, un vero artista. La maggior parte dei musicisti che hanno fatto la storia del jazz non sono morti di fame. Qualcuno è morto per droga, certo, o in qualche maniera che lo ha reso leggendario, ma per molti altri non è stato così. Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Louis Armstrong, Miles Davis, per dirne quattro, non mi risulta fossero poveri... La tua carriera di musicista è talmente varia e articolata che ormai ti sta stretta anche solo l'etichetta di pianista jazz. Guarda, nonostante il jazz sia una musica molto larga, non mi va comunque di rientrare "nel genere", lo credo che il jazz non sia un genere, ma un linguaggio. Il linguaggio dell'improvvisazione, della libertà - per come lo vedo io, naturalmente - un linguaggio con il quale si possono dire mille cose. Io dico tante cose diverse usando lo stesso linguaggio. Se c'è una cosa che accomuna le diverse cose che faccio è proprio il gusto dell'improvvisazione e del divertimento. Che ci porta poi a considerare di nuovo il jazz come una musica popolare? Sì. Anche se, ti dirò, c'è questo equivoco per cui si pensa spesso al jazz come se debba essere suonato e sudato in un club fumoso per essere 'veramente jazz'. In realtà io preferisco mille volte suonare jazz in un teatro, in una sala da concerti. Certo, capita anche di suonare nei jazzclubs, ed è anche bello, cinematograficamente ti sembra di avere a fianco Charlie Parker... ma in teatro è un'altra cosa. Hai detto in una intervista che per te è fondamentale il lato ludico del tuo lavoro... Credo che si noti, in questo spettacolo (Primo Piano, con la Banda Osiris, ndr) forse ancor più che in televisione con Arbore. È una fase che sto attraversando. Non è detto che fra cinque anni sia ancora così, come non era così cinque anni fa. Diciamo che mi arrogo il diritto di fare come mi pare. Fortunatamente mi sento libero, come musicista; il mio lavoro non poggia su una struttura organizzativa imponente, e non da da mangiare a venti famiglie, da quella dell'ufficio stampa a quella della costumista, come invece succede probabilmente a personaggi come Ramazzotti, Zucchero o la Pausini, che proprio per questo possono fare quello che vogliono fino a un certo punto. Se la Pausini sbaglia un disco, ci sono venti famiglie che accusano il colpo. Il fatto che nel mio ambito girino meno soldi mi permette di cambiare direzione quando mi pare. Se chi mi vede stasera con la Banda Osiris mi vedesse anche domani con il quintetto, potrebbe rimanere spiazzato. Paradossalmente però, questa tua libertà di espressione ti sta portando ad avere un grande successo. Non so. Io ho l'impressione di avere un pubblico molto disponibile, che viene volentieri ai miei concerti, si fida e, in fondo, spera di vedere una cosa nuova ogni sera. Non mi piacerebbe avere il pubblico tipico del pop, o della musica operistica, composto cioè da gente che vuole sentire ciò che già conosce, e va a vedere Gino Paoli perché vuole sentire Sapore di sale e Il cielo in una stanza, non il nuovo disco...Quel tipo di pubblico non mi fa impazzire. Come non mi fa impazzire un certo tipo di pubblico jazz che va ai concerti aspettandosi una serie di assoli, o di particolari virtuosismi, oppure vorrebbe solo ballads... ecco io credo di avere un pubblico molto intelligente - mi faccio i complimenti da solo! E l'esperienza televisiva ti sta dando qualcosa o te la sta togliendo? In effetti non è stata una cosa programmata. Ho ricevuto la chiamata di Arbore e mi sembrava assurdo dire di no, perché è un personaggio che ammiro e che ha sempre fatto televisione intelligente. Certo, all'inizio mi sentivo un pesce fuor d'acqua, poi pian piano ho iniziato ad ambientarmi ed ora la vivo serenamente, come una parentesi, qualcosa che non necessariamente prevede ulteriori sviluppi televisivi anzi, l'effetto è quello di avere un po' di pubblico in più ai miei concerti, ed era quello in cui speravo. La mia priorità è questa, e poi a me la televisione non piace. Se non fosse stato il programma di Arbore non sarei andato. Già la collocazione oraria è una garanzia. Sì. È fascia protetta. Hai per caso in programma di raccogliere in un disco le canzoni apocrife che stai presentando in tv? In realtà no. Le mie canzoni apocrife risalgono a circa dieci anni fa. Sono più o meno rimaste nel cassetto, qualche amico le aveva sentite, qualche volta le ho usate come bis stravagante durante i concerti. Arbore me le ha fatte tirar fuori perché le conosceva, ma ad un disco che le raccolga non ho ancora pensato, anche se c'è chi me lo chiede. E invece, dei personaggi che coinvolgi in queste interpretazioni, si è fatto sentire nessuno? No. Nessuno si è fatto sentire di questi, ma ho ricevuto e-mail di insulti - alcuni particolarmente violenti - dai fans di Masini. Solo loro. Nel forum del sito di Masini non si parla d'altro che di questa mia imitazione, più ancora che della sua partecipazione a Sanremo. Mi hanno scritto veramente di tutto. Roba da squadracce. " Masini non si tocca!" Come se fossero pronti a menarmi... O forse vogliono smentire le voci sulla presunta intensa attività autoerotica di Masini... Può darsi. In questo caso dovrebbe essere lui a intervenire... Per tornare a te, è da poco uscito il tuo secondo disco con il trio danese... Sì, e la cosa bella - e di nuovo molto spiazzante -è che se uno mi vede in tv per la prima volta e decide di entrare in un negozio di dischi chiedendo l'ultimo disco di Bollani, si ritrova ad ascoltare, invece che Lo gnomo e lo struzzo del finto Branduardi, una serie di canzoni scandinave reinterpretate in chiave jazz - tra l'altro, uno dei dischi più squisitamente jazz che ho mai registrato, in trio, piano, contrabbasso e batteria. Insomma, può essere bizzarro, ma è una possibilità che mi mette allegria. Immagino queste persone che arrivano a casa senza avere idea di ciò che stanno per ascoltare e magari, sono ottimista, gli piace. A me piace molto, è normale. Mi piace perché è stata una bella sfida, avendo a che fare con una serie di canzoni che non conoscevo per nulla, propostemi dai due partner, bassista e batterista, che sono danesi. Si tratta di standards scandinavi? Beh, proprio standards no. Alcune sono addirittura pop-songs di qualche anno fa, c'è qualche brano degli anni '30, c'è una canzone popolare del 700, e una specie di Ninna Nanna il cui testo era stato scritto da Hans Christian Andersen... Tutte rivedute e corrette come già ti è capitato di fare con brani storici della canzone leggera italiana. Si, ma la differenza sta nel fatto che in spettacoli come Guarda che luna, o Abbassa la tua radio si giocava con la tradizione italiana, fatta di canzoni che conoscono tutti. Con questo ultimo disco l'effetto lo si può ottenere sul pubblico scandinavo, forse; su quello italiano assolutamente no, sono tutte canzoni sconosciute e quindi è come se fossero tutti brani nostri. E, non a caso, non è un disco ironico, non c'è più il senso del gioco, mancando al 90% dei possibili ascoltatori la possibilità di confrontare la rilettura con l'originale. Grazie Stefano. Finito? Ancora, dai, che le so tutte! |
|
