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24) Mehdi Belhaij Kacem, vuoi fare la rivoluzione? leggi Dante

Provocazioni: accontentarsi del male minore, mettere l'uomo al centro dell'universo, troppi talk show. Sono solo alcuni degli errori che stiamo facendo. Parola di Mehdi Belhaj Kacem, intellettuale franco-tunisino

di Marta Grazia Meda

D, La Repubblica delle Donne, 12/05/2007
Pensare non è fuori moda. Anzi. È probabilmente la sola vera attività che ci permette di affrancarci dall'isteria del presente, per tentare di affrontare il futuro. Per luminoso o minaccioso che sia. Questo, in sintesi, l'approccio di Mehdi Belhaj Kacem, un giovane intellettuale franco-tunisino. Con il saggio Pop Philosophie(ed. Denoèl), ha incantato le nuove generazioni e provocato sdegno nei circoli intellettuali parigini, che vedono in lui un autodidatta touche-à-tout, capace dì mescolare allegramente Matrix e Heidegger, i videogiochi e la crisi dell'Occidente. MBKacem
Dopo aver scritto La Psychose Francaise (ed. Gallimard), un pamphlet sulle sommosse nelle banlieue, Kacem ha deciso di tagliare i ponti con i media: «Le domande stupide dei talk show ti rendono stupido», ha commentato laconico. Dopo di che, è andato a vivere fuori Parigi per riprendere fiato e dedicarsi a Dante, del quale pubblica una nuova traduzione di Vita Nova (ed. Gallimard).
Lo abbiamo incontrato per parlare del nostro grande poeta e, come c'era da aspettarsi con Kacem, è stato facile passare a discutere dell'amore, della democrazia.
Il mondo è in subbuglio e lei si ritira in campagna per tradurre Vita Nova di Dante: un tuffo nel passato nella speranza di rifuggire il presente?
« Vita Nova è un astro nel firmamento culturale dell'Occidente: non c'è nulla di datato in quella idea assoluta dell'amore. E poi, lavorarci era un modo indiretto dì fare politica».
Ci spiega in che modo?
«Per rispondere al nichilismo attuale, presento questo testo come un frammento di eternità. Per dire al pubblico: leggete Vita Nova piuttosto dei deprimenti Houellebecq e Dantec. Dante soffre tanto quanto il romanziere depressivo contemporaneo, è altrettanto intenso, ma non cerca scuse per non produrre la bellezza, l'amore».
L'amore è ancora di attualità?
«In questo periodo postpornografico, postsessuale, abbiamo bisogno di amore. Credo che, da un punto di vista filosofico, ciò che facciamo di più interessante, di più importante nella vita è sempre il risultato di un incontro. E Dante va preso alla lettera nella sua soggettività fisica: l'incontro con Beatrice, l'esperienza fisica di quell'evento, sono stati determinanti. La filosofia è anche questo: in che modo veniamo folgorati da un incontro con un poema, una persona, una situazione, un amore, un evento politico».
Ma oggi il Web, il virtuale, ci privano dell'esperienza fisica.
«No, il virtuale è reale. È il nuovo strumento delle giovani generazioni: un puro mezzo tecnico. La difficoltà risiede nell'individuare il vero incontro nell'oceano di scambi attuali. Ci vuole pazienza. E io so essere paziente».
Eppure molti pensano che l'esperienza virtuale ci tagli fuori dalla realtà.
«Credo nel progresso soggettivo, ovvero: possiamo progredire e migliorare con il passare del tempo. Un buon artista non si lascerà dominare dalla tecnica ma, al contrario, la metterà al proprio servizio. Non penso che il Web sia il fenomeno più interessante da analizzare, oggi».
Cosa lo è, allora?
«Per esempio, una delle grandi singolarità della nostra epoca è che l'iconoclastia e l'iconolatria sono la stessa cosa».
Si spieghi meglio.
«Parlo di tutti questi programmi di trash tv, da Grande Fratello a Pop Idol (un programma inglese simile al nostro Amici, ndr). Insomma, della produzione che conoscete bene in Italia, nella quale si cristallizza tutto l'orrore dell'Occidente».
E sulla quale gli intellettuali hanno lanciato l'anatema.
«Dobbiamo registrare questa singolarità della nostra epoca senza abbandonarci al disfattismo, come fa il vostro filosofo Giorgio Agamben per esempio. Sono d'accordo sulla necessità di constatare questa singolarità, ma gli intellettuali che fabbricano la politica di domani non si interessano di tv o delle elezioni presidenziali, bensì dei sans papier, degli operai dimenticati da tutti, di ecologia. Non andranno in un talk show a parlare dei danni della trash tv».
Però le generazioni che crescono con la trash tv credono che un quarto d'ora di celebrità aprirà tutte le porte.
«Non credo. Ecco perché parlo dì iconoclastia e iconolatria. I giovani che seguono questi programmi non sono così stupidì: adorano senza adorare, e questa è una situazione nuova. Nel contempo, però, votano per i personaggi presentati perché possono facilmente identificarsi in loro. E qui sta la perversione del sistema».marianna
Ovvero?
«Produciamo una forma di democrazia poco esigente, che ti incoraggia a votare per uno che vedi simile a te. Da voi ha portato Berlusconi al potere, da noi promuove Sarkozy».
Lei critica anche questa nuova democrazia del contro, mai a favore.
«È la miseria e la perversione delle attuali democrazie occidentali. Dunque: come trasformare il no in un sì? Non cedendo all'isteria, con pazienza. Anch'io mi sentivo un ribelle, uno "contro". Con il tempo ho imparato a impegnarmi per qualcosa; per esempio, milito in Amnesty International. È comunque interessante tutta questa frammentazione di "no", che spero tenderà verso qualcosa di positivo: i movimenti ecologisti, solidali, gli anti ogm...».
Lei sostiene che abbiamo fermato il contatore della storia 60 anni fa.
«Sì, ci siamo fermati a Hitler, Stalin, Auschwitz e i gulag, ma nel frattempo è trascorso più di mezzo secolo. Le democrazie contemporanee fondano la loro legittimità su quegli eventi come se, nel frattempo, non fosse accaduto nient'altro, e così si arriva a votare Bush e Sarkozy. Lucie Aubrac, una delle grandi figure della Resistenza francese, appena scomparsa, diceva che resistere non è l'atto eroico di un momento ma una pratica quotidiana. Lei, alla fine della vita, militava con i sans papier e con Amnesty International, ma nessuno è andato a chiederle del suo impegno recente».
Troppo occupati a commemorare il passato?
«Addormentiamo le masse con la retorica della democrazia come male minore, ma a forza di accontentarci, di essere sempre meno esigenti, di cedere ogni giorno un po' di più all'ordine costituito per il bene comune, ci ritroviamo con capi di Stato come Bush: pensi alla responsabilità degli Stati Uniti negli ultimi 50 anni in materia di ecologia, di diritti umani, di tortura, di conflitti».
Che, lei dice, risultano da una certa ideologia umanistica.
«Nel nome dell'umanesimo abbiamo Guantanamo. Il nazionalsocialismo, lo stalinismo erano ideologie urnanistiche: è con un'idea superiore dell'uomo che furono commessi quei crimini. Dobbiamo andare oltre l'umanesimo».
Può chiarire meglio il concetto?
«Dobbiamo accettare il fatto che l'uomo non è il centro dell'universo, non è moralmente superiore, non è l'immagine di Dio, ma è l'animale più crudele del nostro mondo. Elaborare, quindi, una filosofia postumanistica».
Che cosa sarebbe?
«La risposta si trova nelle pratiche politiche reali: l'ecologia è una politica e un'etica postumanistica, i vegetariani praticano il postumanesimo. li pensiero dominante stigmatizza il musulmano che sgozza un agnello nella vasca da bagno ma non si preoccupa degli allevamenti industriali, né dei mattatoi».
Molti potrebbero obiettare che, prima di salvare le balene, bisognerebbe aiutare quei milioni di esseri umani sotto la soglia di povertà.
«Sto semplicemente dicendo che l'umanesimo di Glucksmann ci porta a Bush e poi a Sarkozy. I diritti umani versione Usa si riducono a una democrazia formale e al libero mercato. Gli stessi Stati Uniti, però, all'Onu rifiutano di riconoscere il diritto al cibo e a un tetto».
Lei dice che oggi poniamo le domande sbagliate.
«Le faccio un esempio: stando alle statistiche, in un anno in Francia ci sono stati 900 omicidi e 150 mila tentativi di suicidio, di cui 50 mila riusciti. La risposta del governo? Aumentare il numero di poliziotti. Questo atteggiamento riflette il nichilismo contemporaneo di cui parlavo prima, e il problema fondamentale delle nostre democrazie, oggi siamo talmente occupati a nutrire l'isterismo sicuritario da occultare i veri problemi».
Ci sono dati oggettivi che confermano l'aumento della violenza e delle aggressioni.
«Ma questo non deve farci accettare tutto! Con la scusa del male minore, lasciamo il potere all'estrema destra sorridente. Se questa democrazia fosse sana, non saremmo tutti depressi, egoisti, angosciati».
E quindi impauriti.
«È assurdo avere paura dì tutto - dello straniero, dell'immigrato, del musulmano, dell'omosessuale - come accade oggi. È il paradosso della democrazia apparentemente tollerante, che finisce con il temere qualsiasi cosa. Dovremmo piuttosto avere paura dei reattori nucleari russi!».
Per esempio, abbiamo paura dell'inoperosità causata dalla mancanza di lavoro.
«In Francia, l'inoperosità è pensata come il negativo del lavoro, quindi è una questione complessa che nessuno vuole affrontare. Abbiamo stabilito che l'operaio è una categoria politica. Ma cosa facciamo con tutta questa generazione di giovani parcheggiati nelle banlieue, poveri, disoccupati, emarginati? Dobbiamo davvero accettare che questo sia il prezzo del capitalismo trionfante?».
Cosa fare allora? Inventare nuove forme di solidarietà?
«Cominciare a pensare diversamente. Io sono soltanto un piccolo essere in un mare di sei miliardi di persone, ma sono certo di una cosa: non è possibile una risposta totale, globale. Ecco perché non sono in sintonia con gli altermondialisti: non si può pensare in termini di un tutto, di una nozione metafisica quale la totalità. Credo che, in futuro, non accadrà più».
Insomma, dal global torneremo al local.
«Le risposte politiche si daranno sul locale, perché non esistono che località. La mia zolla di terra - nel senso del luogo nel quale mi trovo - non è dissimile da quella di un cinese o un messicano. L'importante è fare ciò che puoi là dove ti trovi, perché non abbiamo il diritto di non fare tutto quanto è nelle nostre possibilità».
Per esempio votare: perché lei non vota mai?
«Bisogna inventare nuove forme di democrazia, che non passino per le urne. Accetterei l'idea del voto solo in presenza di una vera proporzionale. Altrimenti ci si ritrova come qui in Francia, con i due principali partiti, che rappresentano meno del 30 per cento della popolazione, a dirigere il Paese: questa non è democrazia».
È possibile inventare nuove forme di democrazia?
«Sono una persona in mezzo a 60 milioni di francesi. Però sono certo che se pensiamo insieme di sì, lo sarà. Cominciamo proprio da questa domanda: si possono inventare nuove forme di democrazia? Il problema è che nessuno se la pone. Viceversa, diventerebbe possibile».
È già così difficile sopravvivere, lavorare, educare i figli... In più, dobbiamo anche pensare a una nuova democrazia. Non è un'impresa da titani?
«Certo, è difficile, e non ho una risposta confezionata per i media. La prima azione è il pensiero: battiamoci per le cose che valgono, abbiamo gli strumenti per farlo. Sto preparando un libro sulle nuove sfide che ci si presentano: se vuole, ne potremo parlare tra qualche mese».
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