| 02) Il supermarket della felicità Critici. Consapevoli. E soprattutto liberi. Di comprare solo quello che ci fa sentire realizzati e soddisfatti. Contro le critiche della sinistra e le demonizzazioni della Chiesa, un mattre-à-penser rivaluta il turboconsumismo. E sfata un tabù. Colloquio con Gilles Lipovetsky di Fabio Gambaro l’Espresso, n 20, 25/05/2006 |
| Non è vero che la società dei consumi sia standardizzata e alienante. Al contrario, quando si consuma, ci si fa del bene e si valorizza la propria individualità. Soprattutto oggi, al tempo del turboconsumismo che moltiplica all'infinito le possibilità dei consumatori. A sostenerlo non è il direttore marketing di un'azienda di prodotti di lusso, ma uno dei più famosi filosofi francesi, Gilles Lipovetsky. ![]() Lipovetsky da anni scandaglia con curiosità e intelligenza il mondo in cui viviamo e di libro in libro, incrociando gli strumenti della filosofia e della sociologia, ha elaborato una lettura dell'universo consumistico che si muove controcorrente rispetto alle interpretazioni negative e colpevolizzanti che vanno per la maggiore. Così facendo, sorprende, suscita discussioni e costringe a riflettere. Come avviene anche con "Le bon-heur paradoxal" (Gallimard), opera appena giunta nelle librerie francesi che viene dopo "L'era del vuoto", "L'impero dell'effimero" o "La terza donna", titoli già tradotti in una ventina di lingue. Si tratta di un denso saggio sulla "paradossale felicità" prodotta dalla "società dell'iperconsumismo", una società dominata da un'economia della varierà e della reattività, non è più basata sull'offerta ma sulla domanda. È il turboconsumismo che si è imposto negli ultimi vent'anni, diffondendo una logica dell'eccesso in aree sempre più vaste di consumatori, segmentando il mercato, favorendo il credito, riducendo i cicli di vita dei prodotti, proponendo pratiche pubblicitarie e commerciali sempre più seducenti e aggressive. E di questa realtà che mercifica qualsiasi esperienza e ci spinge a consumare sempre, comunque e ovunque che parla Lipovestsky. Per descriverla e spiegarla, ma soprattutto per farla finita con la visione tutta negativa di un processo che ha trasformato in profondità il nostro modo di vivere e pensare. «Il mio libro è un tentativo per liberare il consumatore dai sensi di colpa», ci spiega l'autore che ha 62 anni e vive a Grenoble. «Esiste tutta una tradizione intellettuale, di destra come di sinistra, che da sempre demonizza il consumo, connotandolo esclusivamente in maniera negativa. La tradizione cattolica lo accusa di allontanare gli uomini dalla fede e dalla chiesa. Per la sinistra rappresenta l'onnipotenza del denaro, la privatizzazione della vita e la rinuncia all'impegno politico. C'è poi chi attribuisce al consumismo la responsabilità della massificazione e del conformismo dominanti, senza dimenticare chi gli rimprovera di essere uno dei più efficaci vettori del nichilismo contemporaneo». Lo studioso francese, che non nega gli aspetti negativi e le contraddizioni della deriva consumistica, denuncia la parzialità e l'inadeguatezza di queste letture unilaterali che pretendono di ridurre un fenomeno complesso e polimorfo a poche formule schematiche. E soprattutto ricorda il nostro debito nei confronti di un modello che ha cambiato il nostro modo di vivere e di pensare: «La società dei consumi ci ha fatto uscire definitivamente dal XIX secolo e ha svolto un ruolo fondamentale nel processo di democratizzazione della società. È stata un vettore di autonomizzazione dell'esistenza. Dietro il consumismo di massa, c'è il fatto che le persone diventano degli individui dotati di una grande autonomia rispetto alle istituzioni e ai gruppi sociali. Egli esempi sono evidenti. Non si può pensare il maggio francese, la liberazione dei costumi, il movimento femminista e la liberazione sessuale senza tenere conto dell'edonismo emerso con il consumismo». ![]() Insomma, non c'è libertà senza consumi. E anzi chi propugna una società spartana, in realtà non vuole una società basata sui diritti individuali e sulla libera scelta dei cittadini. Il vero problema, aggiunge il filosofo, non è l'eccesso di consumo, ma il numero crescente di coloro che ne sono esclusi: «Oggi in Occidente ci sono nuove zone di povertà assolutamente inquietanti. E in un mondo dominato dal consumismo, chi ne è escluso e come se non esistesse». A Baudrillard, che in un celebre libro denunciava l'universo dei consumi come un mondo dominato dall'alienazione dei soggetti e dall'assenza di riflessione, Lipovetsky risponde che non è più cosìi. Che anzi il turboconsumismo, proprio perché aumenta a dismisura le possibilità di scelta dell'individuo, costruisce consumatori più attenti e critici, che prima di comprare riflettono, valutano, s'informano. Il consumo «è diventato problematico, la merce non è più innocente e l'acquisto non è più solo d'impulso». L'homo consumericus del XXI secolo è un uomo libero e attento che, a differenza di quanto sostiene chi dipinge la società dei consumi come il regno dell'inautenticità, ormai non compra più per essere riconosciuto dagli altri o distinguersi rispetto a un gruppo. La logica dello status symbol esiste ancora, ma non e più il motore principale degli acquisti: «Oggi domina una logica emozionale e esperienziale. Si consuma per sé e per il proprio piacere. Il consumo è personalizzato e non necessariamente ostentativo. Si pensi ad esempio al vasto mercato dell'anima, del benessere e della salute, un mercato che non può certo essere spiegato con la logica dello status symbol. Insomma, la logica dominante è orientata verso se stessi più che verso lo sguardo degli altri». Il filosofo sa bene che i controesempi non mancano, a cominciare da quello degli adolescenti schiavi delle marche e dell'oggettistica trendy. Ricorda però che il loro è un mercato molto particolare, le cui logiche non possono essere generalizzate al resto del mercato, dominato invece da un consumatore più maturo. Un consumatore «mobile, flessibile, svincolato dalle vecchie culture di classe, imprevedibile nei gusti e negli acquisti», adattato perfettamente alle dinamiche dell'iperconsumismo che ha ormai colonizzato tutti gli spazi della vita sociale, invadendo anche i territori in passato preservati. Dalla politica alla religione, dall'educazione alla sessualità. Spiega: «La logica commerciale impone ovunque un comportamento che agisce sempre in funzione della relazione costi-benefici. In passato, alcune scelte erano dettate dalla tradizione, dalla religione, dalle fedi politiche, dalla morale, dal sistema di valori. Oggi, invece, il cittadino-consumatore si comporta sempre come al supermercato, paragonando le diverse offerte e scegliendo quella più vantaggiosa. Vuole un risultato adeguato all'investimento». Pascal Bruckner ha scritto sul "Nouvel Observateur" che Lipovetski «rifiuta la postura del giudice e detesta il catastrofismo, posando sul nostro tempo lo sguardo del medico che annuncia freddamente la diagnosi». Di fronte alla sua descrizione del turboconsumismo, si domanda però se per l'autore di "Le bonheur paradoxal" la condizione attuale vada considerata «un'Austerlitz o una Waterloo». Incertezza che «da al libro una densità sconcertante». ![]() In effetti, se Lipovetsky rifiuta dì demonizzare l'universo del turboconsumismo, si tiene però alla larga da ogni acritica apologia. E sebbene "Le Figaro" lo abbia accusato di fare l'elogio incondizionato della frivolezza e del supermercato, in realtà tutta la seconda parte del suo libro è dedicata a mettere in luce le contraddizioni che minano dall'interno il presunto giardino delle delizie in cui viviamo. E soprattutto la sua condizione paradossale, dove la felicità sempre promessa solo molto raramente si presenta all'appuntamento: «Abbiamo tutto, siamo liberi, possiamo procurarci qualunque cosa in qualunque momento, eppure siamo incerti e infelici». A questo proposito, Roger-Pol Droit, sulle pagine di "Le Monde", ha parlato di «felicità ferita». Per spiegare tale contraddizione, Lipovetsky sottolinea che l'individualismo dominante ha indebolito e reso più fragili gli individui: «La cultura del consumo ha trasformato radicalmente l'educazione e la socializzazione degli individui, i quali sembrano essere disarmati, incapaci di reagire ai contrattempi e alle frustrazioni. Sono figli della cultura dell'edonismo, del piacere immediato e a ogni costo, che non li ha certo abituati a rinunciare e ad aspettare». Dalle contraddizioni dell'iperconsumismo per ora non si esce. Anche perché il fenomeno nei prossimi anni conquisterà zone del mondo sempre più ampie. A cominciare dall'India e dalla Cina, dove oltre due miliardi di persone attendono impazienti di saltare sulla grande giostra del consumo sfrenato e ipertrofico. E per il filosofo francese non saranno certo i limiti ecologici o economici a frenare la fuga in avanti di un pianeta totalmente prigioniero di queste logiche mercantili, anche perché, come in parte già avviene, gli uomini saranno capaci d'inventarsi nuove forme di consumo meno divoratrici di risorse ed energia. In questo contesto, gli inviti alla decrescita in nome di un altro modello di sviluppo finiranno nel già vasto catalogo delle belle intenzioni mai realizzate. «Viviamo in una civiltà della felicità privata, ma nulla ci dice che sarà una civiltà eterna», chiosa però Lipovetsky: «Se un giorno usciremo da questo sistema, sarà grazie a una radicale svolta culturale, a un cambiamento di valori. L'edonismo consumistico perderà la sua posizione cardinale. I valori sono gli uomini che se li creano. Siccome l'attuale sistema, pur appagando molti desideri, non ci soddisfa pienamente, verrà il giorno in cui c'inventeranno qualcos'altro». Un orizzonte per ora lontano, al quale però il filosofo non vuole rinunciare: «In passato diverse civiltà hanno vissuto organizzandosi intorno a valori molto diversi da quelli del consumo sfrenato». Capiterà a noi? |


