| 08) Jazz: la musica con il diavolo in corpo. guance piene di fiato che si converte in una cascata di note, dita frenetiche che amoreggiano col piano o pizzicano il contrabbasso, schiene che si arcuano e trasformano il sax in un prolungamento del respiro Daniela Zedda ha fotografato e raccolto in un libro i dettagli della musica più nuda. Quella che non mente mai perché l'artista è solo col suo strumento davanti alla platea. di Gino Castaldo la domenica di repubblica, 06/08/2006 |
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Tutto nel jazz sembra partire da un gesto, il corpo proteso in cerca di equilibrio nell'oceano indistinto delle possibilità, il diaframma che sussulta, la mente che guida e coordina mille piccoli muscoli di braccia e volti.
Il jazz non mente, non può mentire, l'uomo è solo col suo strumento, quello che ha da dire è nudo, scoperto, lo stesso processo creativo, la parte più intima e segreta del pensiero di un artista, è offerto alla vista del pubblico. E tutto questo passa per il gesto, che nel jazz è riflesso di un movimento dell'anima. Quando Miles Davis si ripiegava su se stesso, in posizione quasi fetale, con la tromba che implodeva nel suo stomaco riportando in dentro quello che dalla bocca usciva, era il suo stesso corpo a farsi gesto, disegnava curve struggenti, esprimeva il suo totale disinteresse al fatto che qualcuno, là fuori, comprendesse quello che stava accadendo. Quella silhouette ricurva si è impressa come un marchio indelebile nella memoria dei cultori. Charlie Mingus col corpo borbottava, avvolgeva il contrabbasso, lo usava con l'agilità di un chitarrino e con uno sguardo imponeva al resto del gruppo la necessità di un crescèndo, una ripartenza o una scintilla di follia. Keith Jarrett quando suona il pianoforte sembra stia facendo l'amore, o meglio, sembra che stia cercando di far l'amore, prima odiando i tasti, poi carezzandoli, sfiorandoli col petto, rabbioso o seduttivo, carnale o algido, le sue mani sono fatate, volano leggere come fossero possedute, guidate da un'entità soprannaturale.
Sulle chitarre il gioco delle dita è una sinfonia visiva, precede la musica, l'annuncia e la svela. B.B.King ha dita enormi, stira le corde per arrotondare e allungare le note, all'opposto Derek Bailey era nervoso, le corde le maltrattava, le trasformava con le mani in una geometria di frattali. Notate i batteristi jazz. Spesso guardano altrove, di lato, lasciano che le mani vadano per loro conto, veloci, guizzanti, gesti da distratti apprendisti stregoni, a volte ruggiscono, come faceva Elvin Jones. Le rullate per lui erano un terremoto, una valanga, altri soffiano sospiri sabbiosi con le spazzole, ruminano sulle pelli dei tamburi come se dovessero conciarle. Forse tutto è cominciato da un gesto, da una mano che si abbatteva selvaggiamente su un tamburo nelle adunate di Congo Square, la piazza di New Orleans dove si radunavano schiavi ed ex schiavi per suonare la loro voglia di libertà. Poi una cornetta fu alzata verso il cielo, gesto potente e sovversivo, come un incipit, un fiat lux degno di una genesi dei poveri. La tromba fu il primo luccicante strumento a emergere dal brodo primordiale della musica afroamericana di fine Ottocento, ricordava le marce, chiamava a raccolta, col tempo si scoprì che poteva capitanare la creazione della musica più originale e innovativa prodotta dal melting pot americano, la nuova arte, la nuova musica che stava per affascinare il mondo.
Il dopoguerra aveva rotto gli indugi. I nuovi jazzisti erano rapidi, insaziabili, acuti, i loro gesti sembravano scorribande di vertigine, Charlie Parker su tutti. Il suo fraseggio simulava il volo, voleva rubarne i segreti, poche note folgoranti e poi improvvise inafferrabili sequenze con le mani che diventavano ipercinetiche, quasi invisibili, piccoli rapidi movimenti del capo che sottolineavano gli scarti, le improvvise deviazioni, un campionario di movimenti che è diventato patrimonio comune di tutti i sassofonisti a venire. I sassofonisti, leader naturali, prepotenti e imperiosi, non fanno nulla per nascondere che il sax, come del resto capita a ogni strumento, è in fin dei conti un prolungamento del corpo, l'estensione del gesto fisico, una protesi che trasforma in note la musica del respiro. Le ance entrano in simbiosi con la bocca, lingua e labbra cercano lo spiraglio perfetto, l'umidità del flato ammorbidisce la tagliente sottigliezza delle linguette. Sonny Rollins che ancora oggi, alla sua veneranda età, manda in estasi gli amanti del jazz, usa il sax tenore come una proboscide, un complemento naturale, inscindibile dal suo corpo, le note escono veloci, saltellanti, profonde, a volte sembrano far risuonare la caverna che è dentro di lui, altre volte fuggono lontane come creature indisciplinate e ribelli.
Ci sono stati pianisti imponenti come Oscar Peterson, faccia sorridente, le sue braccia spaziavano con disinvoltura lungo la tastiera, facevano sembrare l'improvvisazione un gioco da ragazzi, altri più minuti, e con loro il pianoforte sembrava una piazza da percorrere in lungo e in largo, in un caso addirittura c'era il corpicino ferito di Michel Petrucciani. Era talmente piccolo, il corpo di un bambino, che dovevano alzargli i pedali e quando si metteva al pianoforte sembrava impossibile potesse dominare quel monumento, eppure ci riusciva, dalle sue mani usciva una energia insospettabile, i tasti li pigiava con delicata autorevolezza e quando intonava il tema di Estate bastava chiudere gli occhi per immaginarlo grande. Anche i cantanti hanno avuto i loro gesti. Sinatra non perdeva mai l'espressione da ribaldo, le sue note di velluto le accompagnava con lo sguardo, erano gesti da seduttore. Billie Holiday sembrava voler cantare in onore di uno spirito inaccessibile, chiudeva gli occhi, la bocca si piegava in un sussurro angelico. Ella Fitzgerald era monella, la sua faccia guizzava, la sua bocca si perdeva in impossibili scioglilingua musicali. Nel jazz ci sono stati re, duchi, conti, e ognuno faceva i conti con i gesti legati al proprio rango. Duke Ellington era sontuoso, elegante, suonava il pianoforte con pochi colpi di grazia, la testa dritta per non perdere mai di vista l'orchestra, che governava con gesti di amorosa precisione.
Gesti che erano istrioneschi, compiacenti, poi diventati duri, assorti, acuti, spiritati, poi perfino ostili quando l'avanguardia degli anni Sessanta arrivò a sconvolgere ogni certezza. Ornette Coleman e Don Cherry proclamarono l'avvento del free jazz, ma in fondo quella libertà il jazz l'aveva sempre cercata, si trattava di estremizzarla, mostrarla al di là di ogni dubbio, e in scena erano sfacciati, provocatori, soffiavano nei loro strumenti come se dovessero forzarli, trasformarli in qualcosa d'altro. E dopo di loro fu il diluvio. Archie Shepp era rodomontesco, torrenziale, il suo corpo voleva dominare la platea, quelli dell'Art Ensemble of Chicago uscivano mascherati, la faccia dipinta con segni primitivi, gli strumenti li offrivano in pasto al pubblico come totem, Anthony Braxton intitolava i pezzi con formule matematiche e in scena sembrava un professorino saccente. Gesti e ancora gesti, segni inconfondibili che ci portano come una strada di memorie fino ai nostri giorni. Oggi, a restaurazione compiuta, il jazz si preoccupa soprattutto della sua rispettabilità, rivendica con forza il suo privilegio d'onore, essere la più antica, la più classica delle musiche che ancora portano il musicista a una sfida con se stesso, senza veli, senza trucchi, nel regno dell'autenticità. E a vederli oggi i gesti dei jazzisti sono più conformisti, sfuggono al marchio della lucida follia, vogliono essere classici, per bene, in attesa di una prossima rivoluzione che, ci si può scommettere, porterà una nuova gestualità. È in libreria Solitude, raccolta di ritratti dei grandi personaggi del jazz firmati dalla fotografa sarda Daniela Zedda. Il volume testimonia gli incontri della Zedda con i grandi della musica jazz in venti anni d'attività, dal 1986 al 2005. Concentrati sull'approfondimento psicologico, gli scatti della fotografa - tutti in bianco e nero - catturano le espressioni di diverse generazioni jazzistiche: da Ray Charles a John Cage, da Miles Davis a Youssou N'Dour (Il libro, 208 pagine, è edito da Imago. Prezzo: 50 euro) |
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