| 12) il filosofo elettronico Nuove teorie: E-mail, telefonini, computer: sono ‘sensori psicanalitici’ capaci di rilevare lo strano rapporto che abbiamo con la realtà e con gli altri di Umberto Galimberti D La Repubblica delle donne, 20/01/2007 |
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I nuovi mezzi di comunicazione che velocizzano il tempo e riducono lo spazio forse non provocano nuove patologie, ma certamente amplificano quelle che uno già possiede, le evidenziano, le rendono pubbliche, le mostrano a tutti. Se fossimo buoni osservatori di noi stessi, forse, per conoscerci, potremmo risparmiarci le sedute psicanalitiche e prestare attenzione all'uso che facciamo di Internet, della posta elettronica, del telefonino, che sono grandi rivelatori del rapporto che abbiamo con la realtà e con gli altri. ![]() 1. L'intolleranza della distanza. Da un punto di vista psicologico i nuovi mezzi di comunicazione sono dei regolatori e dei moderatori della separazione, determinata non solo dalla lontananza fisica, ma soprattutto da quella più intollerabile di natura sentimentale che nasce dai vissuti di mancanza e di perdita del contatto con l'altro. È un sentimento questo che abbiamo provato più volte da bambini quando la mamma si assentava. La possibilità che il telefonino o la posta elettronica ci offrono di superare questa distanza e sopperire a questa assenza, dice quanto le sindromi infantili sono presenti e attive in noi, e quanto, incapaci di superarle, le tamponiamo con il mezzo tecnico. Ma chi è un uomo che non sa tollerare la distanza e l'assenza, che non sa stare solo con sé, che traduce subito la solitudine in un vissuto d'abbandono, quando non addirittura in una perdita di identità? "Pur avendo il telefonino e Internet sempre accesi non mi chiama e non mi scrive nessuno, quindi sono nessuno". I sentimenti non hanno mediazioni razionali, il loro modo di procedere è da corto circuito. Le conclusioni arrivano presto. E allora mettiamoci noi a telefonare, a chattare, a scrivere mail, non perché abbiamo davvero qualcosa da dire, ma per soddisfare un bisogno di sicurezza incrinato, da ricostruire con contatti continui, per non dire compulsivi. Non tolleriamo la distanza, non sopportiamo l'assenza, viviamo come dono degli altri, come loro concessione, in uno stato di dipendenza parziale o totale, che la dice lunga sul nostro stato infantile e sulla nostra mancanza di autonomia. 2. L'Illusione dell'onnipotenza. Sappiamo però che l'infanzia non conosce solo la dipendenza, ma anche l'onnipotenza. Un'onnipotenza magica, che forse compensa la dipendenza reale del bambino nei confronti degli adulti che lo aiutano a crescere. Le nuove tecnologie al servizio della comunicazione soddisfano anche il bisogno infantile di onnipotenza, perché garantiscono illusoriamente il dominio e il controllo delle persone e degli eventi che ci interessano, con conseguente ridimensionamento dell'ansia a essi connessa. L'ansia non viene più elaborata, ma immediatamente agitata e placata dalla risposta e dalla rassicurazione dell'altro. Ciò comporta che le nostre capacità interiori di gestire ansie e conflitti si indeboliscono progressivamente, e al loro posto subentra quella sorta di delirio di onnipotenza che ci da l'illusione, ma non più che l'illusione, di poter controllare la realtà a distanza con la semplice attivazione di una tastiera o di un auricolare. 3. Il controllo paranoico. Con i nuovi media trasformiamo, infatti, una condizione di reale impotenza, che alimenta in noi una tensione emotiva, in un gioco illusorio di dominio sul mondo. Ma qui il rimedio è peggio del male perché, se per placare l'ansia abbiamo bisogno del controllo, il controllo a sua volta alimenta i nostri vissuti paranoici, per cui incontenibili diventano le nostre verifiche sulla vita delle persone che ci interessano, sui luoghi che frequentano, sugli spostamenti che effettuano nell'arco della giornata, sulle persone che incontrano e sulle cose che fanno in nostra assenza. In nome dell'amore ci trasformiamo in investigatori privati che in ogni momento vogliono sapere dove si trova il compagno, la compagna, la moglie, il marito, la figlia, il figlio, sempre che essi ci raccontino la verità quando liì raggiungiamo con il telefonino, e a condizione che noi si sia abbastanza abili a captare alcuni segnali, i rumori di fondo, le voci d'attorno, e ora anche le immagini, che ci possono fornire utili indizi per alimentare la nostra ansia o garantire la nostra quiete. Questo bisogno di controllo sottintende un radicale sentimento di incertezza e di sfiducia, che noi tentiamo di limitare allo spazio esistenziale privato, per nasconderci che, forse, questo spazio è più ampio, perché investe il nostro presente e il nostro futuro, su cui non esercitiamo alcun controllo, e perciò riversiamo l'ansia che ne deriva sullo spazio personale e relazionale che ci riguarda da vicino. Quanta nostra radicale impotenza a governare la nostra vita scarichiamo sul controllo di quei malcapitati che sono i nostri familiari e i nostri amori? La rassicurazione che nasce dell'avere un certo controllo sulla realtà personale porta l'individuo a immaginare di possedere strumenti di controllo anche sugli eventi sociali, sugli imprevisti della strada, sulle anomalie del clima, e quindi di non essere in balia degli eventi, e di tacitare quel sentimento, alla base dell'angoscia primitiva, che è il terrore dell'imprevedibile, vero motore delle ricerche tecnico-scientifiche, di cui il telefonino e il computer sono il mezzo più potente nelle nostre mani. 4. L'esibizionismo. Ma l'onnipotenza non è vera onnipotenza se non è esibita, e l'esibizionismo è un'altra patologia che il telefonino ostenta, fino a giungere alla pubblicizzazione dell'intimo, del personale, del segreto, del riservato. Ci sono persone di ogni età che usano il telefonino per strada e danno visibilità ai propri sentimenti e ai propri rapporti affettivi. Aggiungono volentieri dettagli intimi e, senza mostrare vergogna, dicono in pubblico certe frasi volutamente a voce alta, come se fossero in preda a un bisogno di visibilità. Le espressioni del loro viso, dopo la telefonata, non ci fanno pensare a un senso di vergogna, nato dall'essere state colte inopportunamente in un momento delicato della conversazione. Noi siamo stati solo dei testimoni involontari del loro bisogno di rendersi visibili. Alla fine esse sembrano molto soddisfatte di essere state colte nella loro intimità da un pubblico ignaro, chiamato a raccolta per l'occasione. In fondo "non hanno nulla da nascondere, nulla di cui vergognarsi" che, tradotto, significa scambiare la spudoratezza per sincerità, e guadagnare visibilità a buon mercato, solo con il costo di una telefonata. 5. L'angoscia dell'anonimato. Il bisogno di visibilità la dice lunga sul terrore dell'anonimato in cui gli individui, nella nostra società, temono di affogare. "Anonimato" qui ha una duplice e tragica valenza: da un lato sembra la condizione indispensabile perché uno possa mettere a nudo, per via telefonica o per via telematica, i propri sentimenti, i propri bisogni, i propri desideri profondi, le proprie (per)versioni sessuali; dall'altro è la denuncia dell'isolamento dell'individuo, che ciascuno cerca a suo modo di colmare attraverso contatti telefonici o telematici dove, senza esporre la propria faccia, si soddisfa il bisogno di essere al centro dell'interesse di qualcuno, di non sentirsi soli al mondo e del tutto isolati in un solipsistico rapporto privato tra sé e quel vuoto di sé che ciascuno di noi avverte quando può vivere solo se un altro lo contatta. Come i bambini possono incominciare ad abitare il mondo, a padroneggiare la realtà e a instaurare relazioni affettive tramite gli orsacchiotti e i giocattoli preferiti, così sembra che noi adulti non siamo più capaci di abitare il mondo e di garantirci le relazioni affettive senza quel tramite che è il telefonino o il computer portatile, in nulla dissimili dall'orsacchiotto o dal giocattolo preferito dal bambino. Che dire a questo punto? Che le nuove tecnologie, di cui andiamo tanto fieri, portano a una progressiva infantilizzazione di tutti noi e in generale della società in cui viviamo? Pare di sì. 6. La perdita del mondo circostante e del mondo interiore. Lo psicologo Luciano Di Gregorio in Psicopatologia del cellulare (Franco Angeli) fa notare ironicamente che per uno strano scherzo lessicale, il "cellulare" ha lo stesso nome del mezzo che si usa per il trasferimento dei detenuti. Andiamo allora a scoprire che cosa perdiamo con l'uso disinvolto di questo mezzo. Un'infinità di cose a cui in Italia hanno rinunciato 40 milioni di nevrotici che per strada, al ristorante, in treno, al cinema, a teatro, e in generale ovunque arriva prepotente il trillo, girano ansiosamente su se stessi per cercare il "campo", lasciandovi lì come un fesso ad aspettare che la telefonata finisca. Poi naturalmente si scusano prima e dopo la telefonata. In entrambi i casi vi fanno comunque sapere che voi venite dopo, e molto dopo, la loro ansia che non riesce ad astenersi dal flusso di parole scandite dai minuti che costano. Un tempo chi parlava da solo ad alta voce in strada era considerato un pazzo. Oggi quanti si comportano in questo modo sono considerati persone molto impegnate. Per loro il telefono è la spina che li tiene legati al mondo e così perdono il mondo circostante e soprattutto il loro mondo interiore. Intensificando la comunicazione non sappiamo più cos'è il silenzio che è poi l'unica via di cui disponiamo per entrare in comunicazione con noi stessi e quindi in qualche modo per conoscerci. Non sappiamo più cos'è l'attesa con il carico di emozioni che comporta, e quel tanto di imprevisto che colora di sorpresa la nostra quotidianità. Non abbiamo più rispetto dell'atmosfera che siì crea nella comunicazione d'amore, quando il mondo deve essere messo tra parentesi perché un altro mondo possa prender quota. Il nostro presenzialismo al mondo esterno non concede a chi ci sta vicino alcun privilegio. Un telefonino acceso è un mondo in mezzo ai due. 7. La perdita della libertà. Ma i telefonini si possono spegnere, talvolta non prendono, oppure la scheda è finita. E allora giù tutta quella cascata di bugie e di giustificazioni a cui siamo costretti per il solo fatto di essere raggiungibili in qualsiasi punto della terra, senza poterci sottrarre a quella sorveglianza continua a cui ci siamo sottoposti per sentirci al mondo. Acceso o spento che sia, il telefonino non da scampo. Se chiamiamo vuoi dire che non sappiamo più attendere e, nell'attesa, pensare ed elaborare, se rispondiamo siamo in ogni momento alla mercé degli altri, se spegniamo il telefonino dobbiamo prima o poi giustificarci. In una parola, non siamo più liberi. Non abbiamo più tempo per pensare le nostre risposte perché dobbiamo darle subito e di corsa, per iscritto o a voce. Non abbiamo più la possibilità di interiorizzare i nostri amori perché, se non chiamano o non rispondono, è già subito abbandono. Non sappiamo più stare presso di noi neppure per brevi attimi, e così la nostra interiorità si impoverisce. E tutto ciò per sapere subito e sul momento che la mamma sta bene, che la fidanzata ci ama, che l'amico ci aspetta, che il commercialista è riuscito ad aggiustare le cose, che l'avvocato ha trovato un buco per riceverci, insomma che il mondo esterno c'è e funziona, e noi siamo in mezzo, e in ogni istante lo possiamo controllare. Così sappiamo di esistere. Abbiamo rinunciato al soliloquio dell'anima, ma in compenso il telefonino, anche se con qualche interferenza, con qualche galleria, con qualche vuoto di campo, ci ha dato il mondo, e se non proprio il mondo, senz'altro il rumore del mondo. In cambio di una grossa fetta della nostra libertà. Il suo ultimo libro è Psichiatria e fenomenologia: È un saggio pubblicato per la prima volta nel 1979, ora edito da Feltrinelli in una nuova versione. |
