| 18) Una strana nuova ricchezza Siamo spinti da una molla edonistica? Oppure la nostra storia biologica ci spinge a una sorta di pessimismo di razza? Gli esperti non hanno dubbi è importante cercare di avere più spazio, tempo per sé, silenzio di Monica Marelli D di Repubblica, 17/02/2007 |
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Avere uno stipendio da favola o vivere di rendita, essere sposati anziché arrancare in solitudine da un appuntamento all'altro, insomma vivere 'alla grande' come nei videoclip dei rapper americani. Se questa è l'immagine stereotipata della realizzazione, consoliamoci: i motivi reali che concorrono alla costruzione del vero benessere sono altri. Probabilmente a portata di mano, più di quanto pensiamo. Lo sostiene il premio Nobel per l'Economia Daniel Kahneman, della Woodrow Wilson School and Department of Psychology (Università dì Princeton), che ha ideato, insieme ad altri ricercatori, un metodo di indagine per scovare il reale livello di soddisfazione delle persone. ![]() Si chiama Day Reconstruction Method e i suoi risultati contraddicono la maggior parte delle ricerche fatte fino a ora, dove i ricchi sembrano essere i più felici e i più sani. Kahneman ritiene che sia di gran lunga più veritiero un sondaggio dell'intera giornata degli intervistati piuttosto che le solite domande da questionario generico che tengono conto soltanto dello status di partenza e non delle circostanze quotidiane. In pratica, soltanto attraverso un'analisi di come la gente spende il proprio tempo e quali sentimenti accompagnano l'intera giornata si può ottenere un'idea del livello dì benessere dell'intera società. I ricercatori quindi hanno chiesto a 909 donne di ricostruire la loro giornata in un diario, pensando a essa come alle scene di un film. Dopo aver dato un nome a ogni scena (per esempio: Pranzo con Annie, A scuola, L'ora della cena) hanno poi chiesto di spiegare come si sentivano durante quegli episodi, descrivendo lo stato emotivo con parole prefissate: felicità, calore, amicizia, divertimento, frustrazione, rabbia. I dati raccolti hanno fornito una specie di classifica del benessere: al primo posto si trova il tempo trascorso con gli amici, seguito, fra gli altri, dal pranzo con i colleghi simpatici. Commenta Domenico Secondulfo, professore dì sociologia dell'Università di Verona: “Non mi stupisco affatto di questo risultato perché gli amici costituiscono un gruppo di scelta e al suo interno ci sentiamo sicuri e rilassati, perché non dobbiamo rispondere a doveri imposti dall'esterno ma soltanto a quelli che abbiamo accettato all'interno del gruppo stesso. Questo ovviamente non può accadere né in famiglia né al lavoro. L'affinità di spirito che ci lega agli amici regala sicuramente una sensazione di benessere: ci sentiamo fusi nel 'nocciolo' e i momenti trascorsi sono utili per staccarsi dalla vita quotidiana”. Ma allora che cosa è successo ai soliti stereotipi del benessere? Avere oggetti firmati, vivere in una casa stupenda o avere tanti soldi da spendere in uno shopping sfrenato non sono neanche arrivati in classifica. Spiega la psicologa Laura Bislenghi, psicoterapeuta e docente dell'Associazione italiana Analisi e Modificazione del Comportamento: “I soldi sono soltanto un mezzo, usati per raggiungere il benessere, che oggi si intende come essere attivi e sentirsi produttivi, trovare il tempo per socializzare e sviluppare rapporti soddisfacenti. Si pensi per esempio a chi vince la lotteria: l'improvvisa ricchezza non aiuta, ma distrugge perché può stravolgere l'equilibrio di una persona, i valori sui quali aveva costruito la sua vita, le aspettative sul futuro e le convinzioni. Tutti i grandi cambiamenti, se non si percepisce di avere il controllo e di mantenere la libertà di scelta, possono rivelarsi negativi. È come se ci si ritrovasse con un potenziale enorme senza sapere come poterlo usare e cosa farne”. Il gene della gioia La cosa che maggiormente ha colpito i ricercatori è che la 'formula della gioia' è scarsamente influenzata dalle 'circostanze macroscopiche' (livello di istruzione, posizione sociale, guadagni) ma dipende fortemente dal carattere delle persone e dalle circostanze "microscopiche" come l'aver dormito bene, essere soddisfatti del pranzo, sentire la pressione del lavoro. Questi risultati confermano la teoria della 'molla edonistica' dello psicologo britannico Michael William Eysenck della Royal Holloway (Università di Londra), secondo la quale gli esseri umani sono geneticamente programmati per tendere al massimo del benessere, oltre il quale però non si può andare. Il ricco è consapevole del suo status, quindi ha bisogno di trovare altri stimoli. Chi è soddisfatto del proprio lavoro, si potrebbe invece concentrare su come migliorare l'arredamento della propria casa. La spiegazione? Eysenck pensa che ci adattiamo rapidamente alle 'buone situazioni' e tendiamo poi a recepirle come prevedibili. ![]() Ecco perché il ricco può permettersi molte più esperienze piacevoli di un povero, ma entrambi avranno bisogno di sempre maggiori stimoli per sentirsi ugualmente in una condizione di benessere. E trovare sempre nuovi eccitanti traguardi non è facile. Questo spiega come mai secondo gli studiosi, la vera soddisfazione arriva nel momento in cui riduciamo le nostre aspettative. E non diamo più nulla per scontato. Sulla stessa linea è la chiave del benessere del filosofo francese Thierry Paquot, autore del nuovo libro Elogio del Lusso, ovvero l'utilità dell'inutile (Castelvecchi). Dice Paquot: “Il vero benessere, assoluto, consiste nel non dover fare i conti per soddisfare i propri desideri. Lo sappiamo tutti, quando la nostra disponibilità economica è limitata, si devono fare delle scelte, un eccesso comporta una privazione, la giusta misura diventa allora il mezzo per non sentirsi frustrati e vivere intensamente. Una persona che è obnubilata dalla difficoltà ad arrivare a fine mese non ha lo spirito libero e non si può 'lussare': in francese questo verbo significa 'slogarsi' un muscolo, un arto, io ne giro il senso in 'slogarsi' dalla società del consumo e dalle sue ingiunzioni e penetrare nella società del non-consumo, voluta scelta. Ma non è il consumo per il consumo che mi interessa, è la pienezza dell'esistenza che privilegia l'otium al negotium, che trova nel tempo vissuto una delizia, nello spazio apprezzato un respiro e nel silenzio inteso come una pausa esistenziale la vera espressione della felicità. Non è semplice. Nonostante questo, mi sembra che ciascuno, qualsiasi sia il suo impiego, abbia un margine dì manovra per organizzare i suoi orari e che un parco, una foresta, un bosco siano territori dello spazio il cui uso è gratuito, per quanto riguarda il silenzio, in un mondo meccanizzato e rumoroso, è più delicato da trovare. Ci resta il silenzio interiore”. Un'impostazione diversa Se il benessere impregna la nostra vita, difficilmente poi ce ne rendiamo conto. Secondo Martin Seligman, infatti, il nostro cervello è 'tarato' sulla percezione dei problemi. Questa percezione dei problemi. Questa impostazione pessimistica sarebbe colpa del nostro passato preistorico. Il cervello catastrofico ci ha sì aiutati ad arrivare fin qui, ma adesso forse ci impedisce di essere felici e ci costringe a ricordare preferibilmente gli eventi dolorosi piuttosto che quelli gioiosi. Per fortuna abbiamo una via di fuga, come spiega il professor Secondulfo: “Pensiamo per esempio al primo amore, al primo bacio: sono emozioni positive che ricorderemo per tutta la vita come se fossero accadute il giorno prima. Direi però che il problema è un altro: riconoscere il benessere, ridefinito nell'ambito della nostra società odierna. Se pensiamo che quest'anno per la prima volta, più del 50 per cento della popolazione vive in città, ecco che i nostri desideri cambiano: lo spazio è un bene 'materiale'" fortemente desiderato, così come il silenzio”. Prezioso come il tempo Come sottolinea Paquot: “Il dominio del proprio tempo quotidiano è diventato un lusso perché le condizioni della sua organizzazione ci sfuggono. L'individuo è costretto dagli orari e dalle attese imposte. È per opporsi a questa occupazione esterna del nostro tempo che ho fatto appello a resistere, valorizzando per esempio, la siesta (L'arte della siesta, Il Melangolo 2000) un momento intimo che non ci possono imporre o confiscare”. |

