| 20) Vivere secondo i proverbi può una Repubblica Felice essere governata a forza di massime o di quella che si dice la "saggezza dei popoli"? Ecco quello che succede. di Umberto Eco La Repubblica, 20/12/2006 |
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Nessuna copia NUC. E fosse solo questo: non menzionato da Brunet, Graesse, assente malgrado il tema dalle bibliografie di occulta (Caillet, Ferguson, Duveen, Verginelli Rota, Biblioteca Magica, Rosenthal, Dorbon, Guaita e via dicendo) è pertanto difficile avere notizie di questo libello anonimo che, oltretutto, privo di data, e pubblicato presso una delle solite città fantasma (Filadelfia, per li tipi di Secundus More) reca un titolo peraltro appetitoso come De la Nuova Utoppia (sic) o vero de Insula Perdita, ove un Legislatore d'Ingenio aveva cercato di realizzare la Repubblica Felice attenendosi al principio per lo cui li Proverbi sono la Saggezza de' Popoli, 8° (2) 33; 45 (6) (I bianca). Il volumetto si divide in due parti: nella prima si enunciano i principi in base ai quali era stata fondata la Repubblica Felice, nella seconda si elencano gli svantaggi ed incidenti conseguiti alla costituzione di quello Stato, e dunque le ragioni per cui l'Utopia era fallita nel corso di pochi anni.
Il Principio Utopico fondamentale da cui partiva il Legislatore era che non solo i proverbi sono la saggezza dei popoli ma che voce di popolo è voce di Dio: dunque uno Stato perfetto deve essere costituito sulla base di questa unica saggezza, tutte le altre ideologie e progetti morali, sociali, politici, religiosi avendo prima fallito perché per hybris intellettuale ci si era allontanati dalla prisca sapienza (impara dal passato credi nel futuro e vivi nel presente). Dopo pochi mesi dallo stabilimento di questa Repubblica Felice ci si era subito accorti di come il Principio Utopico rendesse difficile la vita quotidiana. Erano nate subito difficoltà per la caccia e l'approvvigionamento di generi di prima necessità perché si partiva dal principio che chi non ha cane, caccia con gatto (con scarsi risultati). Ci si era inizialmente limitati alla pesca ma, convinti che chi dorme non pigli pesci, i pescatori consumavano dosi esagerate di eccitanti e, distrutti nel fisico come nello spirito, terminavano la loro carriera in giovanissima età. In crisi perenne era l'agricoltura, poiché si riteneva che quando la pera è matura cade da sola, per non dire della falegnameria (e persino dell'affissione di quadri nuovi alle pareti) in quanto ritenendo che chiodo scaccia chiodo, si martellava senza costrutto cercando di infilare un chiodo nuovo su un chiodo vecchio. Impossibile costruire e vendere pignatte a causa di una inveterata diffidenza nei confronti dei calderai, dato che come è noto è il diavolo che fa le pentole (i calderai cercavano di fabbricare e vendere solo i coperchi, ma siccome nessuno comperava pentole la loro offerta si scontrava con una totale assenza di domanda). La circolazione stradale era difficile: assunto che chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia ma non sa quel che trova, erano state proibite sia le svolte a U (per cui non si poteva mai tornare da dove si era partiti) sia gli svincoli (chi imbocca tutti i vicoli, troverà tanti pericoli). D'altra parte erano stati proibiti tutti i veicoli (chi va piano va sano e va lontano) e non si poteva viaggiare neppure sugli asini a causa del puzzo insopportabile di questi animali (a lavar la testa all'asino ci si rimette il ranno e il sapone) e in genere erano scoraggiati non solo i viaggi ma tutte le attività produttive perché chi vive di sogni ha meno bisogni (il che incoraggiava anche l'uso di droghe). Aboliti erano stati persine i servizi postali in quanto chi vuole vada, chi non vuole mandi. Difficile la difesa della proprietà privata dato che, se can che abbaia non morde, per impedire a questi animali di latrare venivano loro applicate museruole estremamente costrittive, così che i ladri se ne facevano beffe. L'igiene si era ridotta ai minimi termini visto che chi si è scottato con l'acqua calda ha paura anche dell'acqua fredda. Un malinteso principio di cooperazione aveva stabilito che a ben condire l'insalata ci vuole un avaro per l'aceto, un giusto per il sale e uno strambo per l'olio (si sapeva che olio, aceto, pepe e sale fan saporito pure uno stivale): in tal modo ogni volta che si voleva far cucina (poiché con le mani di un altro è facile toccare il fuoco) si doveva cercare la collaborazione di un conoscente ritenuto adatto (e chiunque si candidava per tale funzione) e non era difficile trovare uno strambo e obbligarlo a condire perché chi è nato citrullo è per gli altri un trastullo, ma sorgevano seri problemi per l'avaro, sia perché nessuno intendeva definirsi tale, sia perché se qualcuno è avaro lo è anche del proprio tempo (l'avaro è come il porco, è buono dopo morto). Alla fine si rinunciava di solito a condir l'insalata perché tanto la fame è il miglior condimento. Lo stesso problema dell'insalata si poneva per la toeletta mattutina perché il miglior specchio è un amico vecchio, e trovare ogni mattina un amico vecchio a disposizione non era facile, salvo che due coetanei di età avanzata decidessero di specchiarsi a vicenda, con risultati disastrosi quando si doveva lavorare di rasoio. La vita associata si era peraltro ridotta allo scambio di pochi monosillabi, dato che il silenzio è d'oro, spesso è una predica eloquente, a buon intenditor poche parole, in bocca chiusa non entrano le mosche, parla poco, ascolta assai e giammai non fallirai e la parola che esce indebolisce l'uomo, quella trattenuta lo rinforza (la prudenza non è mai troppa). Inoltre si sapeva che un po' di vino lo stomaco assesta ma il troppo rovina stomaco e testa, che il vino rende lieti ma fa svelar i segreti e che disgrazia e osteria fanno la stessa via, e quindi si evitavano gli incontri conviviali - i quali, le rare volte in cui si verificavano, conducevano a risse furibonde poiché chi mena per primo, mena due volte. Sempre a causa di un malinteso principio di cooperazione era reso impossibile anche il gioco d'azzardo, perché chi al caso s'affida prende un cieco per guida, e non era facile disporre di un cieco per ogni giocatore - e poi bastava che arrivasse un monocolo e risolveva il gioco a suo favore perché nel paese dei ciechi anche un guercio è re. Proibiti erano pure i giochi di abilità come i poligoni di tiro perché gira gira, la freccia cade addosso a chi la tira. Difficile era condurre un qualsiasi negozio: difficile per i pasticcieri in quanto, visto che chi la fa l'aspetti, ricevevano sempre torte in faccia dai clienti. Le negoziazioni degeneravano in liti sgradevoli perché, se è vero che chi disprezza compra, ovviamente chi compra disprezza, e quando un cliente entrava nel negozio chiedendo come mai fosse in vendita della spazzatura di quella fatta il negoziante rispondeva piccato "spazzatura sarà lei e quella sgualdrina della sua signora madre!", provocando quella che era stata definita sindrome di Zidane. Infine, si sa, a pagare e a morire c'è sempre tempo, e i negozianti venivano rovinati dalla costante e abituale morosità dei clienti. In ogni caso si lavorava pochissimo perché a ogni santo la sua festa, e pertanto esistevano 365 giorni festivi l'anno (naturalmente passata la festa, gabbato lo santo) dedicati ovviamente a continua bisboccia, perché a tavola non s'invecchia (per non dire di San Martino, quando ogni mosto si fa vino). Data questa ossessiva venerazione dei santi, a Carnevale, quando ogni scherzo vale, si era obbligati a sbeffeggiare soltanto i fanti, con una perdita di decoro dell'intero esercito. Anzi, partendo dalla convinzione che dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io, erano poi state abolite le forze armate. La stessa vita religiosa poneva delle difficoltà: anzitutto era difficile riconoscere i sacerdoti perché l'abito non fa il monaco e questi uomini di Dio viaggiavano sempre sotto mentite spoglie. In secondo luogo, in considerazione del fatto che Dio ama parlare con chi ama tacere, era scoraggiata la preghiera. Faticosa era l'amministrazione della giustizia. Non si poteva quasi mai giudicare perché peccato confessato mezzo perdonato e in caso di condanna non si potevano rendere pubbliche le sentenze poiché si dice il peccato ma non il peccatore. Ricorrere agli avvocati era proibitivo poiché a buon consiglio non si trova prezzo, e i giudici erano restii a convocare testimoni ai processi ritenendo che chi ascolta troppa gente conclude poco o niente (i pochi escussi venivano cercati tra i malati incurabili pensando che da ospedale e cimitero si esce sempre più sincero). Non si potevano punire reati compiuti nei confronti dei famigliari (a casa sua ognuno è re), non si indagava sugli omicidi sul lavoro e si dava per scontato che chi troppo in alto sal cade sovente (precipitevolissimevolmente), ma per i reati più gravi si ricorreva al patteggiamento e si poteva evitare la pena capitale accettando il taglio della lingua (con bocca e lingua castigate, molte pene avrai risparmiate, e infine è meglio un magro accordo di una grassa sentenza). Si praticava talora la decapitazione ma poi barbaramente si cercava di organizzare gare di velocità tra i giustiziati (chi non ha testa abbia gambe) con risultati ovviamente deludenti. Si aggiunga che era arduo incriminare i rapinatori i quali, convinti che con le buone maniere si ottiene tutto, non si presentavano armati ma semplicemente riuscivano sottrarre denaro e merci usando modi insinuanti e trincerandosi poi dietro al fatto che i rapinati avevano offerto volontariamente i loro beni. In generale, comunque, ci si asteneva dal comminare pene perché a chi non teme il sermone giova poco il bastone. A un certo punto si era riconosciuto che chi di spada ferisce di spada perisce, e si era istituita la pena del taglione, eseguita in pubblico. La pratica aveva dato buoni risultati per reati come l'omicidio, ma aveva creato situazioni imbarazzanti nelle pubbliche esecuzioni per reato di sodomia, e il costume era stato abbandonato. Non era reato la diserzione perché soldato che fugge, buono per un'altra volta, ed era invece curiosamente punito chi scriveva con inchiostro simpatico dato che chi non intende la propria scrittura è un asino di natura. Proibite le immagini dei defunti sulle tombe perché, se chi non muore si rivede, necessariamente chi muore non si rivede. Infine i giudici erano screditatissimi in base al cosiddetto Primo Principio della Bandana, chi ha torto fa clamore contro l'accusatore (il Secondo Principio asseriva che chi ruba poco va in galera, chi ruba tanto fa carriera). In una repubblica così palesemente fondata sull'ingiustizia, tragica era la situazione delle donne: la sapienza dei popoli non era mai stata tenera nei loro confronti, stabilendo che col fuoco con la donna e con il mare c'è poco da scherzare, da curati compari e cognati tieni lontana tua moglie perché son malfidati, donna che piange e cavallo che suda sono più falsi di Giuda, donna nana tutta tana, donna e uomini gelosi son troppo pericolosi, dove ci son donne innamorate è inutile tener porte serrate, la donna ne sa più del diavolo, la donna è prima tutto miele poi tutto fiele, nel pollaio non c'è pace se canta la gallina e il gallo tace, chi dice donna dice danno. Le mogli erano condannate ad ascoltare tutto il santo giorno lamentele riguardanti la madre del marito, poiché si pensava che si dovesse parlare a nuora perché suocera intendesse, quando avevano la sventura di sposare un marito amorevole erano sottomesse a continue punizioni corporali perché chi ama bene castiga bene (amor senza baruffa fa la muffa), e le nubili non potevano neppure sperare di trovare un marito anziano meno focoso perché se ai sessanta sei vicino lascia le donne e scegli il vino. Questa fondamentale misoginia rendeva faticosa la vita sessuale in genere: anzitutto si sapeva che Bacco, Tabacco e Venere riducon l'uomo in cenere, meglio soli che male accompagnati, e si diffidava delle profferte amorose perché chi ti accarezza oltre quel che suole di sicuro ingannarti vuole. Ma di converso era molto praticato l'adulterio in quanto amar la vicina è un gran vantaggio, si vede spesso e non si fa viaggio. Ritenendo che anno nuovo vita nuova, si pensava che i bambini dovessero nascere solo in gennaio e quindi ci si dovesse accoppiare solo a inizio aprile, ma siccome Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi, ad aprile si avevano solo accoppiamenti adulteri (si sa, Natale sul balcone e a Pasqua col tizzone, e in quella festività i mariti inseguivano mogli infedeli e rivali con tizzoni fiammeggianti), così che la Repubblica Felice era composta quasi totalmente di illegittimi. Queste difficoltà sessuali non erano neppure compensate da pratiche onanistiche o da commerci pornografici perché (se è pur vero che chi si contenta gode) vedere e non toccare è una cosa da crepare. Caso mai non erano infrequenti i casi di omosessualità perché si pensava che chi si somiglia si piglia (perché no? non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace). Né si pensi che molte difficoltà potessero essere risolte dai medici, nei confronti dei quali vigeva la massima sfiducia. Anzitutto si riteneva che fa più danno l'apprensione che il malanno che una grande paura nessun medico la cura, che gli errori dei dottori li ricopre la terra, che il dentista mangia coi denti degli altri, e infine che non tutti i mali vengono per nuocere e finché c'è vita c'è speranza (al massimo si ricorreva all'eutanasia perché a mali estremi estremi rimedi). Siccome una mela al giorno leva il medico di torno e a far la barba si sta bene un giorno, a prender moglie si sta bene un mese, ad ammazzare il maiale si sta bene un anno, piuttosto che andare dal medico si ammazzava un maiale. Al cuore non si comanda e dunque erano sconsigliate le cure dei cardiologi, né migliore reputazione godevano gli otorinolaringoiatri (al naso non si fa caso), per non dire della sfiducia verso i veterinari in quanto a caval donato non si guarda in bocca, ed essi potevano curare solo cavalli acquistati a caro prezzo. Eppure erano frequenti le affezioni polmonari: convinti che alla candelora dall'inverno semo fora, dopo quella festa si indossavano solo abiti leggerissimi, anche se imperversavano ancora tempesta e grandine. Comunque gli stessi medici non amavano frequentare gli ospedali pensando che chi va con lo zoppo impara a zoppicare. L'ultima consolazione di quel popolo infelice avrebbe potuto essere giochi e trastulli. Ma qualsiasi competizione sportiva veniva sempre decisa prima di iniziare (è a bocce ferme che si saprà chi ha vinto). Siccome a buon cavalier non manca lancia erano praticamente impossibili le corse di cavalli dato l'impaccio che la lancia procurava al fantino. Non valeva la pena di far le tradizionali lotte nel fango perché a combatter con il fango, che si vinca o che si perda, sempre ci si infanga. Il solo gioco praticato era una sorta di altissimo palo della cuccagna raggiungendo la cima del quale si poteva rosicchiare un osso di pollo (chi non risica non rosica). Non si pensi che, a causa delle difficoltà nel praticare gioco e attività sessuale, i cittadini si rifugiassero nell'educazione. Anzitutto si diffidava della scuola logica perché con i se e con i ma la storia non si fa. Gli insegnanti erano pessimi perché chi sa fa e chi non sa insegna (né gli scolari se ne avvedevano perché chi domanda non fa errori). Lo studio delle matematiche era ridotto ai minimi termini: i ragazzi apprendevano certamente che non c'è due senza tre, ma non arrivavano alle cifre successive perché non si poteva dir quattro se non lo si aveva nel sacco - ed era rimasto imprecisato che cosa il ragazzo dovesse avere nel sacco, né si poteva millantare di avervi la pelle dell'orso, se non si poteva provare di averlo ucciso. Non parliamo delle matematiche superiori perché esisteva il tabù della quadratura del cerchio (chi nasce tondo non può morir quadrato). I ragazzi più svegli erano discriminati (chi presto parla, poco sa) e comunque si ammalavano subito in quanto chi capisce patisce. Dunque, si pensava, meglio un asino vivo che un dottore morto. Alla fine degli studi era proibito cercar lavoro presentando un curriculum in quanto chi si loda si sbroda. Si incoraggiava la disoccupazione o il sottoimpiego (impara l'arte e mettila da parte). D'altra parte chi a vent'anni non ne ha, a trenta non ne fa, a quaranta perde quel poco che ha. Le conoscenze tecnologiche erano ridotte al minimo: erano proibiti i sistemi di riciclo (acqua passata non macina più), e si praticavano solo lentissimi metodi arcaici (è a goccia a goccia che si fa il mare, campa cavallo che l'erba cresce, la fretta è cattiva consigliera e la gatta frettolosa fece i gattini ciechi). Insomma, è evidente che la Repubblica Felice rendeva infelicissimi i suoi abitanti, che a poco a poco abbandonarono l'isola e il suo legislatore, il quale dovette riconoscere il fallimento della sua utopia. Meglio tardi che mai. Come saggiamente commenta l'autore anonimo di questo libello, nel criticare l'eccessiva fiducia nei proverbi, la saggezza del passato non nutre l'affamato, tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e il troppo stroppia. Il Legislatore pensava che da cosa nascesse cosa, ma dal frutto si conosce l'albero e tutti i nodi vengono al pettine. Se tutto è bene quel che finisce bene e chi la dura la vince, è di converso male quel che finisce male e chi è causa del suo mal pianga se stesso perché chi nasce afflitto muore sconsolato, chi semina sulla sabbia raccoglie solo rabbia e chi semina vento raccoglie tempesta. Un bel gioco dura poco. Averlo saputo prima, che ogni legno ha il suo tarlo e ogni medaglia il suo rovescio... Ma del senno di poi sono piene le fosse e finché l' uomo ha denti in bocca non sa mai quel che gli tocca. E questo vale anche per il nostro anonimo del tempo che fu. Chi muore giace e chi vive si da pace. Io ho riferito quello che ho letto, e ambasciator non porta pena. |
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