| 22) Dante, la bestia e l'angelo Un saggio sul poeta della "Commedia" di Maria Zambrano La Repubblica, 03/04/2007 |
Anticipiamo un brano tratto da Dante specchio umano di Maria Zambrano, in uscita presso Città aperta (a cura e con un saggio introduttivo di Elena Laurenzi, testo spagnolo a fronte). È una raccolta di saggi inediti questo nuovo libro della grande allieva di Ortegay Gasset, scomparsa a Madrid nel '91, interprete acuta e sensibile dell'opera di Miguel de Unamuno e di Antonio Machado. Del dattiloscritto Dante espejo humano si conosce la data di stesura - febbraio '66 - ma finora è mancato uno studio che affrontasse in modo critico l'interesse peculiare della Zambrano per il poeta italiano.![]() Ogni opera umana si rivela sempre, com'è ovvio, uno specchio in cui gli uomini possono guardarsi. L'immagine di sé che l'uomo cerca instancabilmente non si riduce alla sua sola figura, per la ragione, anch'essa ovvia, che l'uomo non arriva a darsi una figura, nemmeno sbozzata, se non in relazione a tutto ciò che lo circonda. Ed è sempre stata una peculiarità dell'uomo sentirsi in relazione: vale a dire effettivamente circondato dall'universo nella sua totalità, quale un mediatore tra tutte le cose esistenti. E esattamente questa l'idea dell'uomo che Dante professa in tutta la sua opera, in maniere diverse. Una tra le più belle è quella che riporta nella Monarchia, attribuendola ad alcuni filosofi: l'idea che l'uomo sia come un orizzonte — assimilato all'orizzonte — perché media tra i due emisferi. Mediatore tra l'emisfero degli esseri naturali irrazionali e la ragione, tra la bestia e l'angelo, capace di attraversare, come illustra simbolicamente il suo poema straordinario, tutti gli stati dell'essere, dal centro dell'inferno fino all'ultimo cielo, proprio ai piedi del centro supremo, del trono della Santa Trinità. Quel che ci offre nella sua opera è, in effetti, la condizione umana in tutta la sua pienezza, nella piena attuazione delle sue possibilità: fin qui può abbassarsi l'uomo, fin lì può ascendere; fino a tali confini estremi dell'afflizione e della beatitudine e, semplicemente, sulla terra, dove l'uomo può espandere la sua potenza e il suo intelletto. A questa idea verificata dall'esperienza risponde l'opera di Dante. È uno specchio poliedrico. Giacché nessun uomo ha potuto mai raggiungere i confini estremi dell'umano senza appurare, sorso dopo sorso, i conflitti del proprio tempo, del proprio paese, senza attraversare le barriere delle circostanze spazio-temporali. A Dante spettò in sorte di vivere uno dei periodi più complessi e conflittuali della storia occidentale; viverlo dal di dentro e non subirlo semplicemente. Non fu uno spettatore. Non poteva esserlo in virtù dell'unità della sua mente, della sua anima, della sua morale, in questo tipicamente medievale. L'uomo del Medio Evo è infatti il meno differenziato e scisso tra quelli conosciuti. La specializzazione dell'essere, che si produsse molto prima di quella del conoscere caratteristica dei tempi moderni, era inconcepibile per un uomo medievale. Poiché la concezione dell'universo — più che del mondo, come si dice oggi — era concentrica, cioè unitaria in forma pluricircolare. Il centro della sfera totale in cui è racchiuso l'universo è la divinità — Dio Uno e Trino—. Ma l'uomo che si sapeva decaduto, caduto sulla terra — la valle di lacrime —, portava in sé, proprio al centro di sé, sia pur offuscata, la presenza viva della divinità. Emanuele, come si sa, vuol dire questo: Dio nell'uomo. E tale presenza non si manifestava solo in un sentimento di quello che in seguito si è concepito come cuore, ma attraverso la ragione. La ragione era divina. Una ragione trascendente che muovendo dalla divinità attraversava l'intera creazione e stabiliva una dimora prediletta nella mente umana. Questo significa che la ragione era una scala mediatrice, che per mezzo di lei e attraverso di lei si poteva viaggiare, transitare per i mondi diversi che compongono l'universo visibile e invisibile. La ragione illuminata dalla fede e dall'amore. Itinerarium mentis in Deum, così San Bonaventura, discepolo di San Francesco tanto caro a Dante, intitolava la sua opera insieme filosofica e teologica; guida di conoscenza e d'amore. E quelli che più si addentravano nei misteri dell'essenza divina la descrivevano o la manifestavano come il fuoco della luce. L'intimità della religione veniva vissuta come mistero di luce e di amore; di una luce-ragione-parola che discese e si fece carne in un corpo umano. La scienza — poiché esisteva una scienza, erede della tradizione greca e di quella egizia, sua madre o almeno nutrice, e forse anche di altre tradizioni — non era solo congiunta al divino, ma veniva altresì intesa come una forma svelata del mistero. Le stesse Arti Liberali — Trivium e Quadrivium — rivestivano un significato teologale: erano cioè, al pari dei sette Pianeti — incluso il Sole — una scala per ascendere fino al centro supremo. Non c'è dunque da stupirsi se Dante dichiara a sua volta che per cieli intende le Arti. Perciò il cosiddetto sistema geocentrico, che concepiva la Terra come il centro del ruotare del Sole, andrebbe definito, più esattamente, teocentrico. Dante infatti non inventa nulla quando, nel verso finale della sua Divina Commedia, dichiara «L'Amore muove il Sole e le altre stelle»: cioè tutti i corpi che ruotano nei cieli. Questa unità essenziale di che scienza, teologia, religione unificava nell’uomo la mente con il cuore, o almeno se lo proponeva e nel contempo lo rendeva possibile. Per questa esclusiva ragione, o magari per qualche altra ragione convergente, la virtù per eccellenza dell'uomo medievale era la lealtà. Essere tacciato come sleale, o all'estremo come traditore, era l'ombra peggiore che potesse cadere su un uomo. La lealtà è alquanto diversa dalla sincerità, che è ciò che più le assomiglia. Essere sincero tuttavia non significa affatto essere leale. La sincerità è la virtù dell'uomo isolato, confinato nella propria individualità, sprofondato nell'incertezza e nel dubbio, dell'uomo rimasto solo con la propria coscienza e che non ha altra forma di rettitudine se non l'andar dichiarando o almeno dichiarandosi senza mentirsi ciò che sente e pensa in ogni momento, costretto a volte a spiarsi per questo, a frugare dentro di sé come in un estraneo le proprie segrete intenzioni, i desideri inconfessabili, trascinandosi per il labirinto della psiche solitaria. Lealtà è unità di mente, anima e azione che, in forma più esplicita, corrisponde all'autenticità molto più che alla sincerità. Ma non possiamo non riconoscere che l'«autenticità» non è stata finora formulata con l'ampiezza che sarebbe necessaria per eguagliare il livello morale della lealtà medievale. Ed è proprio questa lealtà che paradossalmente induceva e ancora induce chi ne è schiavo — poiché non si è estinta del tutto — a cacciarsi in situazioni spinose, irte di pericoli, compreso quello di apparire sleale. Cosa che può succedere a chiunque e in qualunque circostanza. A Dante successe di dover pagare la propria lealtà intatta con esilio, povertà, soggezione a occupazioni equivoche, condanna a morte crudele e infamante a un tempo: solitudine. La trama della sua vita non mostra quasi altra cosa, la trama della sua vita, la materia dei suoi sogni. E insieme la sua esperienza. Molti uomini del tempo di Dante passarono per situazioni analoghe e molti ne vennero letteralmente consumati, mentre lui riuscì a trasformare quel fuoco su cui la sua città lo aveva condannato a morire arso, in un fuoco che lo fece vivere ardendo fino alla morte. La sua opera travalica il destino. Ma fu necessario sopportare quel destino per portarla a compimento. Se sperimentare un destino siffatto non è sufficiente per creare la Divina Commedia o l'intera opera che, essendo dello stesso autore, impallidisce un poco sotto lo splendore di quella, tuttavia non sarebbe stato possibile portare alla luce tenebre tanto profonde e far discendere tanto celestiale chiarore, senza essere passato in vita, per opera delle circostanze storiche e dell'amore, attraverso tanti inferni, purgatori e cieli. Due centri si manifestano nella vita sperimentata da Dante, due centri che immediatamente ne rivelano un terzo. L'esperienza storica e l'amore che gli ispirò una giovane fiorentina quando entrambi avevano appena nove anni. È noto che tra loro non ci fu alcuna relazione, al di là del saluto che durò un tempo assai breve. Né lei durò molto più a lungo, poiché nacque nel 1266 — un anno scarso dopo Dante — e morì nel 1290. Difficilmente una donna può illuminare in modo più profondo e totale il cuore e la mente di un uomo. Ma non fu solo questo, un amore umano ancorché immortale, quello che Beatrice gli ispirò. Come vedremo, già nella Vita Nuova appaiono parole rivelatrici del fatto che l'amore lo condusse fino ai confini estremi della vita, che si tratta di un amore che trasforma, che di un semplice uomo quale era Dante fa un uomo nuovo; un amore che lo portò a morire e rinascere, per quanto è possibile restando un abitante della terra. Se poi consideriamo la Divina Commedia, opera capitale di Dante e forse della poesia occidentale, risulta quasi impossibile non pensare che ci siano due Beatrice sotto lo stesso nome. Dante stesso lo rivela, dal momento che di lei fa la guida che lo conduce di cielo in cielo cedendo il posto solo a San Bernardo, ormai nei pressi della suprema presenza divina. Quello che Dante ha sperimentato dev'essere qualcosa di più che l'amore umano. E Beatrice manifesta e veglia a un tempo un'esperienza di conoscenza amorosa che secoli dopo si sarebbe detta mistica. Non che la mistica sia un fenomeno moderno, visto che, come ben si sa, il trattato Teologia Mistica è opera di Dionigi Areopagita — del secolo IV — . Tuttavia all'epoca di Dante, quando negli animi più illuminati si accendeva un così grande fervore di contemplazione e di azione, non si adoperava quel qualificativo, «mistico», che invece è stato tanto usato e anche abusato a partire dal Rinascimento, dalla Riforma e dalla Controriforma. |
