| 28) All'ombra del nichilismo la filosofia del nulla in un saggio di Volpi di Umberto Galimberti La Repubblica, 15/11/2004 |
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| Zarathustra, il profeta dell'eterno ritorno, è anche il testimone del più radicale nichilismo che prelude l'esperienza decisiva di una metamorfosi, di una rinascita a una nuova «grande sanità», dopo la grave malattia e la struggente disperazione. «Vidi una grande tristezza invadere gli uomini — scrive Nietzsche —. I migliori si stancarono del loro lavoro. Una dottrina apparve, una fede le si affiancò: tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto fu! Abbiamo fatto il raccolto: ma perché tutti i nostri frutti si corrompono? Cosa è accaduto quaggiù la notte scorsa dalla luna malvagia? Tutto il nostro lavoro è stato vano, il nostro vino è diventato veleno, il malocchio ha disseccato i nostri campi e i nostri cuori. Aridi siamo divenuti noi tutti. Tutte le fonti sono esauste, anche il mare si è ritirato. Tutto il suolo si fenderà, ma l'abisso non inghiottirà! Ah, dov'è mai ancora un mare dove si possa annegare: così risuona il nostro lamento sulle piatte paludi».
La tristezza che invade è la tristezza del tramonto, quando il sole cede il posto a una luna che è malvagia perché giunge a concludere un giorno in cui il lavoro è stato vano, perché la terra si è disseccata, i frutti non hanno risposto alle attese, le fonti si sono estinte, e nessun abisso si è dischiuso a inghiottire l'uomo, che dunque resta testimone dell'aridità della terra, del niente che ne è nato. Il nichilismo conclude la «terra della sera» e custodisce il senso del tramonto. Nietzsche, infatti, concepisce l'uomo moderno e il suo tempo come una fine, la fine del movimento morale e spirituale di più di duemila anni, la fine della metafisica e del cristianesimo, la fine di ogni giudizio di valore. E perciò alla domanda: «Che cosa significa nichilismo?» risponde: «Che i valori supremi perdono ogni valore». A parere di Heidegger il nichilismo denunciato da Nietzsche non è un evento casuale, un fatto storico che poteva anche non accadere, è: «Il processo fondamentale della storia dell'Occidente, e l'interna logica di questa storia». Per questo l'annuncio nichilista di Nietzsche, connesso all'annuncio della morte di Dio, non è determinato da un'insana mania di profanazione. Nietzsche non è Erostrato che incenerì il tempio di Diana a Efeso per una perversa smania di gloria. Per Nietzsche l'epoca finisce perché non crede più in ciò che l'aveva promossa e per secoli animata. E perciò: «Il nichilismo, il più inquietante degli ospiti, è alle porte». Attraverso un'analisi storico-concettuale davvero magistrale, Franco Volpi ci fa conoscere quest'ospite inquietante a partire da Turgenev (1818-1883) che gli ha dato il nome, con il quale il nichilismo si è fatto strada nel romanticismo e nell'idealismo, ha contaminato il pensiero sociale e politico francese e tedesco, ha animato l'anarchismo e il populismo del pensiero russo, ha proclamato la morte di Dio con Nietzsche, aprendo quella cultura della crisi connotata da relativismo, scetticismo e disincanto. Si è fatto evento estetico e letterario, per poi diventare sigillo della storia dell'essere con Heidegger, Junger e Severino. Ha permeato di sé l'esistenzialismo di Sartre, la teologia politica di Carl Schmitt, fino ad annunciare la fine della storia con Kojèvee Gehelen per l'avvenuto incontro tra l'ospite inquietante, il nichilismo, e quell'impassibile convitato di pietra che è la tecnica, la quale, con la sua fredda razionalità, relativizza e manda sullo sfondo tutte le simboliche e le immagini che l'uomo s'era fatto di sé per orientarsi nel mondo e dominarlo. Il nichilismo è il titolo del libro di Franco Volpi ripubblicato in questi giorni da Laterza con l'aggiunta, rispetto alla prima edizione (1996), di due importanti e densi capitoli dedicati al nichilismo europeo nella storia dell'essere, con Nietzsche e Heidegger suoi testimoni, e alla tecnica che è entrata in profondo conflitto col primato che l'uomo aveva assegnato a se stesso nella storia dell'essere. Infatti, nell'assuefazione con cui utilizziamo strumenti e servizi che accorciano lo spazio, velocizzano il tempo, leniscono il dolore, vanificano le norme su cui sono state scalpellate tutte le morali, rischiamo di non chiederci se il nostro modo di essere uomini non è troppo antico per abitare l'età della tecnica che non noi, ma l'astrazione della nostra mente ha creato, obbligandoci, con un'obbligazione più forte di quella sancita da tutte le morali che nella storia sono state scritte, a entrarvi e a prendervi parte. In questo inserimento rapido e ineluttabile portiamo ancora in noi i tratti dell'uomo pre-tecnologico che agiva in vista di scopi iscritti in un orizzonte di senso, con un bagaglio di idee proprie e un corredo di sentimenti in cui si riconosceva. L'età della tecnica ha abolito questo scenario «umanistico», e le domande di senso che sorgono restano inevase, non perché la tecnica non sia ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientra nel suo programma trovar risposte a simili domande. La tecnica infatti non tende a uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica «funziona». E siccome il suo funzionamento diventa planetario, finiscono sullo sfondo, incerti nei loro contorni, corrosi dal nichilismo i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo, ma anche quelli di natura, etica, politica, religione, storia, di cui si nutre l'età pre-tecnologica e che ora, nell'età della tecnica, dovranno essere riconsiderati, dismessi, o rifondati dalle radici. L'Occidente, che è nato il giorno in cui ha lasciato alle sue spalle il pessimismo degli antichi greci che, a sentire Nietzsche: «sono stati gli unici ad avere la forza di guardare in faccia il dolore», si è consegnato senza riserve all'ottimismo della tradizione giudaico-cristiana che, sia nella versione religiosa, sia nelle forme laicizzate della scienza, dell'utopia e della rivoluzione, ha guardato l'avvenire sorretta dalla convinzione che la storia dell'umanità è inevitabilmente una storia di progresso e quindi di salvezza. Oggi questa visione ottimistica è crollata. Dio è davvero morto e i suoi eredi (scienza, utopia e rivoluzione) hanno mancato la promessa. Inquinamenti di ogni tipo, disuguaglianze sociali, disastri economici, comparsa di nuove malattie, esplosioni di violenza, forme di intolleranza, radicamento di egoismi, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il futuro dall'estrema positività della tradizione giudaico-cristiana all'estrema negatività di un tempo affidato alla casualità senza direzione e orientamento. Il futuro, come scrivono il filosofo Benasayag e lo psichiatra Schmit ne L'età delle passioni tristi (Feltrinelli) da «promessa» è diventato «minaccia». E questo perché se è vero che la tecnoscienza progredisce nella conoscenza del reale, contemporaneamente ci getta in una forma di ignoranza molto diversa, ma forse più temibile, che è poi quella che ci rende incapaci di far fronte alla nostra infelicità e ai problemi che ci inquietano e che paurosamente ruotano intorno all'assenza di senso perché, come scrive Franco Volpi: «Abbiamo perduto i tradizionali paradigmi per orientarci. I miti, gli dèi, le trascendenze, i valori sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico-tecnica ha prodotto l'indecidibilità delle scelte ultime sul piano della sola ragione». Nata con i Greci per emancipare l'uomo dall'oscurantismo delle credenze infondate, la ragione si era imposta sulle favole dei miti, sull'approssimazione delle opinioni diffuse, sull'infondatezza delle sedi, sul nichilismo degli scettici. In seguito, perfezionandosi, si è contratta nella razionalità tecnico-scientifica che non promuove altro senso se non il proprio potenziamento afinalizzato. E così in un orizzonte desertificato, dove ogni fine ha la consistenza dell'ingannevole miraggio, manca la direzione, il senso, lo scopo. A questo punto Volpi annuncia un possibile «Oltre il nichilismo» dove l'uomo, non più protetto dalla verità, dalla fede, dall'ideologia (perché queste figure sono state investite da quello che Nietzsche chiama «il vento del disgelo»)«impara quella ragionevole prudenza del pensiero che ci rende capaci di navigare a vista tra li scogli del mare della precarietà, nella traversata del divenire, nella transizione da una cultura all'altra». Qualcosa che, se non leggo male, assomiglia a quella che io vado chiamando «etica del viandante», dove senza meta e senza punti di riferimento, che non siano punti occasionali, il viandante, con la sua etica, può essere il punto di riferimento dell'umanità a venire, se appena la storia accelera i processi di recente avviati che sono sotto il segno dell'assenza di protezione. Fine dell'uomo come l'abbiamo conosciuto sotto la tutela della fede, della verità, della certezza scientifica, e nascita di quell'uomo più difficile da collocare, perché viandante inarrestabile, in uno spazio che non è garantito neppure dall'aristotelico «cielo delle stelle fisse», perché anche questo cielo è tramontato con noi. E con il cielo la terra, perché è stata scoperta come terra di protezione e luogo di riparo. «Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! — scrive Nietzsche — abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle, e non è tutto. Abbiamo tagliato la terra dietro di noi. Ebbene, navicella! Guardati innanzi! Ai tuoi fianchi c'è l'oceano: è vero, non sempre muggisce, talvolta la sua distesa è come seta e oro e trasognamento della bontà. Ma verranno momenti in cui saprai che è infinito e che non c'è niente di più spaventevole dell'infinito. Oh, quel misero uccello che si è sentito libero e urta ora nelle pareti di questa gabbia! Guai se ti coglie la nostalgia della terra, come se là ci fosse stata più libertà. E non esiste più terra alcuna!». Il bel saggio di Volpi sul nichilismo avvia a questi pensieri. Sono pensieri che chiedono di essere pensati perché il paesaggio da essi dispiegato è già la nostra instabile, provvisoria e inconsaputa dimora. |
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