| 32) Fare la cosa giusta sbagliando sospeso tra conscio, inconscio e ossessioni, ora una serie di libri cerca di spiegare che cosa esprime (e perché è utile) l'errore di Claudia Marchionni D La Repubblica, 22/12/2007 |
||
| Di fronte all'errore, gli atteggiamenti più frequenti sono due, e opposti: o lo si considera un fatto del tutto casuale, o si tende a psicologizzarlo troppo (specie se l'errore è degli altri), rischiando di deformarne il significato originario. «La psicoanalisi», spiega Marìnella Linardos, psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico, «ci insegna a collocare l'errore nella posizione che più gli è opportuna, considerandolo come un atto di compromesso tra un'intenzione cosciente e un desiderio inconscio, o l'angoscia che ne deriva».
«L'errore non mente. L'errore è un concentrato di inconscio», aggiunge Linardos. «Freud -in una delle sue opere più lette, Psicopatologia della vita quotidiana, un libro divertente e assolutamente consigliabile ancora oggi - lo chiamò atto mancato: le dimenticanze, i gesti inopportuni, gli sbagli, lo smarrimento di oggetti, i lapsus... Riconoscere e analizzare i propri errori provoca resistenze enormi, in quanto significa lasciar cadere la pretesa narcisistica di avere sempre un perfetto controllo sulla propria vita cosciente. Quindi, il lavoro di dare significato agli errori è lungo e faticoso. L'analisi e la psicoterapia sono il luogo privilegiato, per evitare interpretazioni selvagge e attribuzioni fin troppo facili di significati riferiti all'inconscio, per definizione luogo del non cosciente». È possibile capire qualcosa dei propri errori senza ricorrere allo psicoanalista? «Nella vita quotidiana, la capacità di leggere i propri errori dipende molto dalla capacità dell'individuo di farsi sorprendere da essi, di considerarli sempre significativi non tanto in sé, ma come punto di appoggio per ulteriori significazioni, opportunità di riflettere su di sé. L'errore, parafrasando Lacan, è un discorso perfettamente riuscito che dice moltissimo su noi, sulle nostre angosce, sui nostri desideri. Ma solo se ci si lascia sorprendere, accettando quel decentramento per cui, ogni volta che diciamo io, non sappiamo mai quale io in realtà stia parlando». Sul tema sono interessanti, tra i libri appena usciti, Sbagliando s'impara. Una rivalutazione dell'errore di Luigino Binanti (Armando Editore). Il libro considera l'errore come elemento necessario per progredire, per cui "non dei nostri errori dovremmo vergognarci, ma del fatto che spesso, per un motivo o per un altro, li copriamo e li proteggiamo". Affronta l'errore nella scienza, nella pedagogia, nella medicina. Se poi si parla di lavoro o di vita in azienda, utili La qualità delle valutazioni. Una metodologia per riconoscere e misurare l'errore (Luigi Guatri, università Bocconi) oppure L'errore che non c'è. APA Model: una fenomenologia del cambiamento (AA.W., FrancoAngeli). Un flusso di desideri. «Non è vero che o ci sbagliamo o non ci sbagliamo. L'errore c'è sempre, ma le nostre decisioni sono per lo più buone, convergono verso qualcosa di giusto. Se le immaginassimo come un lancio al bersaglio, vedremmo che le freccette tendono a disporsi intorno al centro: una o nessuna l'avrà raggiunto, ma poche saranno lontane da esso». Brunella Antomaini, docente di estetica e di filosofia contemporanea alla John Cabot University di Roma, è felice di testare sulle necessità quotidiane, sugli interrogativi e le incertezze, la tenuta del suo libro Pensare con l'errore (Codice edizioni), che tratta la positività dell'errore, la sua energia, l'importanza della flessibilità davanti a ogni bivio della vita. Secondo lei, decidere è indovinare. ![]() «Per fortuna siamo un insieme di impulsi sia razionali sia non razionali, sia intuitivi sia non intuitivi. Pensiamo con lentezza; poi, però, dobbiamo decidere in fretta. Quindi la razionalità c'entra fino a un certo punto con la decisione, perché prima ragiono e cerco di orientarmi, ma al dunque devo decidere, e decidere non è un pensiero ma un comportamento. I pensieri risultano in comportamenti, di questo sono profondamente convinta. Un pensiero che non risulti in comportamento può essere anche il pensiero contrario. Secondo me, l'intelligenza è un comportamento, non un pensiero. Comunque: indovinare significa che tiriamo la nostra frec-cetta un po' in base al ragionamento e un po' in base a qualcosa che ci unisce al bersaglio». Che cosa ci unisce al bersaglio? «Siamo parte di un tutto più ampio, dove le decisioni non dipendono completamente da noi. Semplicemente, seguiamo l'equilibrio del momento. Siamo immersi in una situazione determinata da tanti fattori: l'educazione che abbiamo ricevuto, la nostra emotività, il momento culturale e politico, il consiglio di un'amica, l'esperienza di cui però non ci si deve fidare troppo perché nulla è fisso... Le cose non succedono perché noi le decidiamo. La nostra decisione pretende di modificare la realtà, quando invece si inserisce in un flusso di eventi, di decisioni di altri, di eterogeneità di volontà e di desideri che confluiscono nel risultato finale. Siamo sempre parziali». Indovinare, però, fa venire in mente il terno al lotto, la roulette. «Indovinare non è intuire, non è casuale: il ragionamento c'è sempre. Un esempio è la scherma. Meravigliosi trattati orientali dicono che il grande schermidore non ha l'immagine di sé che colpisce un oggetto, bensì di una totalità a cui lui appartiene, di cui fa parte: è la spada che indovina, non lui. Quando non sappiamo esattamente dove sta il bersaglio, lo indoviniamo perché facciamo parte di esso. Sto pensando a che aiuto possa trarre da queste considerazioni la signora straniera che, quasi in lacrime, poco fa mi ha confidato la paura di aver sbagliato a far trasferire la figlia in Italia. Questa donna è triste perché si sente causa di effetti. A lei dico che l'errore assoluto non esiste: esiste solo una decisione parziale e una parziale coincidenza di circostanze. Se la figlia si troverà bene, la signora dirà "avevo ragione io"; se si troverà male, dirà "ho sbagliato". Ma non è così! Siamo sempre immersi in un bacino circostanziale, nuotiamo nelle contingenze, in un'interazione in cui possiamo muovere una piccolissima parte. È giusto che la signora abbia dubbi, ma angoscia no. Il vero errore, secondo me, c'è quando si nega la circostanzialità della cosa giusta, quando non si crede nella coincidenza temporanea. Quando la ragazza si dirà contenta di stare in Italia, sarà un momento di coincidenza tra sé e le circostanze, che comunque cambiano sempre. Entrambe le donne, allora, dovranno rimettersi in gioco daccapo, con nuovi rischi, in nuove circostanze». Dunque, neppure i rimpianti hanno gran senso. «I rimpianti sono un assurdo. Io rimpiango perché tendo a pensare che sono effetto di una causa, vittima di una colpa. Invece sono solo l'interazione tra quello che ricordo del passato e l'immagine che ho di me adesso. Il passato, in realtà, è quello che io ne ricordo. E il rimpianto è il fraintendimento che ho di me stessa. È un pensiero sbagliato di sé. Se io, invece, penso con l'errore, e quindi lo includo in ogni scelta, so sempre che c'è una possibilità di tenermi in questo equilibrio mobile, simile a quando si va in bicicletta. E ricorderò me stessa come una persona che è arrivata qui anche grazie all'errore. Si tratta di pensare al proprio passato come a una selezione che ha portato cose positive e cose negative». Le sue parole sottintendono un invito all'azione? «Sì, perché in questo modo ci abituiamo a mantenerci flessibili. Spesso ci paralizziamo perché pensiamo, sbagliando, che dobbiamo fare la scelta assolutamente giusta». |
||

