| 33) Il mio stato di coscienza è rosso Per alcuni scienziati è molto più di un colore, è una sensazione della mente. E non ha niente a che fare con il cervello, ma forse con l'anima di Sylvie Coyaud D La Repubblica, 21/04/2007 |
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| Nella nostra e in altre lingue, "vedere rosso" significa andare in bestia. È l'espressione che invita gli altri a girare alla larga: stiamo per trasformarci in pericoli pubblici. Non s'è mai sentito di un torero incornato per aver sventolato sul muso del toro una muleta lillà. Il rosso segnala il caldo rovente, il piccante che fa lacrimare gli occhi, la rana velenosa, la bacca matura, il desiderio rivoluzionario. Richiama l'attenzione, non c'è dubbio, e mobilita i sensi.
Grosso modo, scriveva Daniel Dennett in Coscienza. Che cos'è? (Rizzoli, 1993), un quale è un'esperienza inferiore ineffabile, a sé stante rispetto all'indistinto delle altre percezioni, strettamente personale - non sapremo mai se i gerani che ci fioriscono sul balcone hanno lo stesso colore per noi e per il vicino - e di cui, soprattutto, siamo consapevoli: sentiamo subito di "vedere rosso". Come i qualia, i loro sostenitori hanno molte sfumature. I pro-qualia puri li considerano la manifestazione della coscienza che, per logica conseguenza, è anch'essa immateriale, inspiegabile e non riducibile a semplice attività cerebrale. Il più noto tra questi è il filosofo Thomas Nagel, che nel celebre saggio intitolato Che cosa si prova a essere un pipistrello? rispose: "Non lo sapremo mai". Secondo gli anti-qualia puri, invece, la coscienza è una facoltà del cervello complesso: un giorno se ne scopriranno le cause fisico-neuro-bio-chimiche e, nel frattempo, i qualia sono figli dell'ignoranza. I pro-qualia, pertanto, accusano gli avversari di "fisicalismo", di riduzionismo e di altre malefatte scientiste e arroganti. No, ribattono gli anti-qualia, siete voi a rimanere impantanati nel "dualismo", nella vecchia idea - di Cartesio e altri - che mente e corpo siano due entità separate. Ci sono poi specie ibride. Pro-qualia fisicalisti, come l'indiano Vilayanur Ramachandran, che dirige il Centro per il cervello e la cognizione all'università della California a San Diego. «Non buttiamo via i qualia», dice, «fanno comodo. Ne vanno però definite le proprietà, in maniera da poterne trovare traccia nei neuroni». Per lui, i qualia sono determinati dall'attenzione, stoccati nella memoria a breve termine, stabili, non illusori. La ciliegia è rossa. Posso chiudere gli occhi e dirmi che è celeste ma, quando li riapro, è rossa. Il fisicalista numero uno, Francis Crick, ripeteva spesso che la coscienza è il problema più difficile che ci sia. E siccome l'ambizione era un suo pregio, proprio a quella questione s'era dedicato negli ultimi vent'anni della vita, dopo aver svelato, con altri, la struttura del Dna, quella dell'Rna e altri misteri minori. Nel 1989, dall'alto della sua reputazione e del premio Nobel, lanciava la "decade del cervello". Quando è morto, nel luglio 2004 a 86 anni, né lui né altri avevano risolto il problema. In compenso, Crick aveva ridato dignità - e procurato finanziamenti - a ricerche prima sospettate di misticismo, e in apparenza pericolosamente vicine all'anima come dono divino, alla zona di conflitto tra scienza e religione. L'iniziativa di Crick ha avuto successo. «Il tema della coscienza è come una nevrosi: compare, tormenta, viene rimosso e un giorno o l'altro ricompare», diceva Francisco Varela (1946-2001), un biologo cileno che insegnava scienze cognitive all'École Polytechnique di Parigi. Adesso non è più rimosso. Se prima tormentava poche decine di filosofi e psicologi, ora tormenta migliaia di ricercatori in neuroscienze e scienze cognitive, ovviamente, ma anche in matematiche dei sistemi complessi non lineari e in fisica teorica. Sembra che meno abbiano familiarità con le cellule e più si alzino in volo senza rete. Superstar o ignoti al grande pubblico, tutti cercano un filo d'Arianna nel labirinto dei dati provenienti dagli studi sul cervello, in particolare sulle aree deputate all'attenzione, alla memoria, alle fantasticherie, ai calcoli, alle scelte morali, agli acquisti impulsivi e a quelli ragionati. Si tratta di arrivare ai "correlati neurali" della coscienza, in descrizioni chilometriche di circuiti concatenati e rientranti, di ormoni e neurotrasmettitori che influiscono sulla qualità - emotiva, affettiva - degli stati mentali. Una volta trovati, i correlati dovrebbero rendere conto del fenomeno che conosciamo tutti, da svegli: il sentire di essere presenti nel mondo e di portarcelo dentro, noi compresi, in un flusso ininterrotto di vissuto, con la certezza intima e potente di essere noi. Questo, in breve, è il contesto di Rosso. Uno studio della coscienza (Codice, Torino), un saggio di cento pagine il cui titolo evoca volutamente Uno studio in rosso di Arthur Conan Doyle, protagonista Sherlock Holmes. L'autore, Nicholas Humphrey, un fisicalista moderatamente pro-qualia che insegna psicologia alla London School of Economics, ha già scritto parecchi volumi sulla mente. Anni fa aveva studiato la "vista cieca" di Helen, una scimmia che un esperimento aveva privato della vista, per capire come ne erano alterati i comportamenti. Dopo qualche mese, e una paziente rieducazione, l'animale riusciva a riconoscere e raccogliere gli oggetti. Accade - raramente però - anche a pazienti con lesioni dei cervello o della retina, alcuni dei quali riescono persine a identificare un colore. Perciò vedere rosso, scrive Humphrey, non è la percezione, secondo lui sempre inconscia, di uno stimolo visivo. È diverso, e ne siamo consapevoli perché i nostri occhi "fanno l'esperienza di una sensazione". Da tali esperienze nasce quella di avere una coscienza. L'idea presume l'esistenza di un doppio circuito neurale, uno per le percezioni e l'altro per le sensazioni. Il salto successivo è che ogni sensazione è conscia perché non è passiva, anzi, è un'"azione espressiva". Vediamo rosso quando compiamo un "rosseggiamento", un'azione simile a quella di gridare o di salutare con la mano. Come si giustifica l'evoluzione di quel sistema, dispendioso in termini di energia? Un'ameba sfiorata da una sostanza tossica, scrive Humphrey, manda al punto di contatto con lo stimolo un "segnale di comando" che basta a farla allontanare. Ma agli animali più complessi - nei quali, lungo la catena di trasmissione, possono avvenire tanti errori - conviene controllare la fonte del segnale di comando, tenerla a mente. Perciò ci formiamo una rappresentazione dello stimolo "privatizzata", interiore, impalpabile ma reale e accessibile, anche quando lo stimolo non c'è più. In questo modo acquisiamo un Sé, un'identità costante nel "presente esteso" in cui scorre il ''tempo denso della coscienza", un soggetto della propria esperienza che decide delle proprie azioni, lo sa e ne è fiero. "È un Sé che vale la pena avere", scrive ancora Humphrey. "Gli esseri umani, in quanto soggetti di qualcosa di così notevole, acquistano una nuova fiducia e un nuovo interesse nella propria sopravvivenza individuale. Inoltre cominciano ad attribuire un valore anche al Sé degli altri individui". La coscienza conta, proprio perché a contare è il suo scopo. Non è detto che Humphrey abbia ragione. È stato aspramente criticato da John Searle - un omaggio: il maestro non recensisce il primo venuto - perché postula quello che dovrebbe dimostrare: la "vista cieca" è dovuta alla plasticità del cervello più che a "un'azione espressiva"; nessuno ha mai notato un qualche doppio circuito, i pittori che chiama a testimoniare a favore delle sue tesi non fanno testo. Ma lui non se ne cura, e sta già scrivendo capitoli aggiuntivi per rispondere agli attacchi. E non ce ne curiamo nemmeno noi, non specialisti, perché leggerlo procura grande soddisfazione intellettuale. Humphrey fa di noi il suo Watson, un testimone dell'inchiesta, delle ipotesi in cui incastra gli indizi. Un po' indietro rispetto a Humphrey-Sherlock Holmes, sentiamo di partecipare alla costruzione dell'edificio fragile e insieme audace che gli scienziati chiamano teoria. Sullo stesso tema del Sé e della sua autorappresentazione nella mente, a fine marzo è uscito negli Stati Uniti I am a strange loop ("sono uno strano anello", Basic Books) di Douglas Hofstadter, matematico, cognitivista, musicologo, un poliglotta incantevole che possiede in italiano, francese, inglese, e probabilmente in altre lingue a noi ignote, una ricchezza e una competenza lessicale sbalorditive. Il libro è il proseguimento di Godel, Escher e Bach (Adelphi) che lo aveva reso famoso negli anni Ottanta, e una critica implicita ai fiscalisti. Perché mai credono che la coscienza s'incarni nel cervello, come il coraggio nel fegato e l'amore nel cuore?, chiede Hofstadter. Reale non coincide con materiale; della realtà fanno parte anche le astrazioni, un modello, un evento storico, un lutto, una ripetizione... Per spiegare la permanenza e "l'imminenza" del Sé, slegato da ogni supporto fisico, parla dell'immagine di una persona amata, che ci resta nella mente anche dopo la sua morte. Fa analogie con i romanzi russi, i cui personaggi conservano la propria identità anche quando ogni lettera dell'originale è stata sostituita da una traduzione. L'analogia più calzante, o forse la più seducente, è quella del sorriso. È capace di scolpirsi nella nostra memoria, lo riconosciamo ribaltato allo specchio e in fotografia, o quando lo rivediamo, decenni dopo, in un volto conosciuto, anche se i suoi tratti sono erosi e scavati dal tempo. Appare e scompare, privo di massa e dimensioni, non va da nessuna parte, rimane in potenza, una curva disegnata nella mente. La stessa curva che il sorriso del gatto del Cheshire, ormai lontano, disegna ancora nell'aria davanti ad Alice, nel paese delle meraviglie |
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