rassegna stampa
indietroindiceavanti
35) Armati di benevolenza

le proteste dei monaci buddisti sono in linea con la loro tradizionale fede non violenta. Una lezione, teorica e pratica, di tolleranza.

di Giuliano Boccali

IlSole24Ore, 30/09/2007
«Certo con l'odio non si placano mai gli odi qui nel mondo,
con l'assenza di odio si placano: questa è Legge eterna».
Se qualcosa di radicale c'è, nel buddhismo, è l'affermazione assoluta della non-violenza, come in questa antichissima strofa del Dhammapada.
Oggi colpiscono e commuovono, nello stesso senso, le immagini dalla Birmania: monaci inermi ma determinati, vestiti d'amaranto o zafferano, sfilano sfidando i manganelli, le galere e le pallottole di una delle dittature più ottuse e corrotte.

religiosi birmani

Un regime decotto, ridotto a dare la caccia e sopprimere i reporter stranieri nell'illusione grottesca, ma micidiale per i cittadini soggiogati, di celare al mondo la verità.
Rispetto alle guerre sante e alle crociate di altre religioni, alle rivendicazioni di superiorità e unicità, con eventuali più o meno sarcastici inviti alla conversione, rispetto alle contrapposte ragioni, urlate o minacciosamente insinuate da paludate tribune internazionali (e universitarie) o dalle inafferrabili connessioni di internet, qual è invece la ragione profonda della serenità, della benevolenza, della compassione buddhista?
Sentimenti e atteggiamenti come questi non si improvvisano, né si indossano come un abito da esibire quando piace o conviene. E infatti le radici della non-violenza buddhista affondano nell'origine stessa di questa religione; i fattori della scelta sono molteplici e intrecciati in modo strettissimo.
Alla base c'è uno dei fondamenti del buddhismo, la "nobile verità" del dolore annunciata dall'Illuminato: il dolore è intrinseco all'esistenza stessa, accomuna e affratella tutte le creature senzienti, che tutte aspirano egualmente a dissolverlo.
Quanto alla via da lui mostrata per vincerlo definitivamente, il Buddha invita i suoi primi ascoltatori a seguirla non per supina adesione alle sue parole, ma solo dopo averne valutato e sperimentato il beneficio sopra se stessi.
Il sentimento dell'universalità della sofferenza e la solidarietà che esso richiama sono potentemente rafforzati dalla convinzione che il mondo non è fatto da soggetti e oggetti statici antosufficienti, assoluti, ma da relazioni fittissime e transitorie di interdipendenza. Questo porta davvero a decongestionare l'importanza che si da a se stessi, l'arroganza e le pretese perse, mentre il buddhismo nega, fra l'altro, l'esistenza di un "sé" stabile: tutto è interdipendente, "vuoto" di realtà propria; e come non esiste in realtà un proprio "io", non esistono il "mio paese", la "mia religione", le "mie ragioni" nelle quali si tende invece a investire la propria identità.
La conseguenza più immediata è che nessuno è assolutamente e permanentemente buono o cattivo, e che nessuno rimane per l'altro immutabilmente nemico, amico, o neutrale.
Non solo: nel peregrinare di vita in vita, secondo la nota concezione del ciclo delle rinascite (il samsara), tutti siamo stati, infinite volte, reciprocamente uniti, o avversi, o strettamente imparentati, o estranei; abbiamo alternativamente sperimentato la condizione umana, ma anche quella dell'animale o dell'albero...
Ne deriva - seguendo la traccia offerta dal Dalai Lama in La via dell'amore - che l'ostilità, o l'attrazione o l'indifferenza attuali sono sempre approcci distorti in quanto fissano una relazione che è invece perennemente fluida: l'attitudine esatta, allora, è l'equanimità, benevola perché sorretta dal sentimento che tutti siamo abitati dallo «stesso desiderio di essere felici e di non soffrire».
E l'equanimità è il primo passo verso l'intimità e l'amore.
Se queste sono le premesse poste dal principio, perché l'atteggiamento della non-violenza duri e si prolunghi fino a incarnarsi in una società, fino a diventare stile di vita anche dei monaci e dei laici d'uno dei Paesi più oppressi e infelici del mondo, è necessario che le premesse restino vitali, scelte e riscelte di continuo.
Così si narra che Aryadeva (II-III secolo d. C.), uno dei maestri del Grande Veicolo, fosse trafitto a morte dal giovane seguace di una scuola antagonista. Con le interiora sparse, dolcemente sorridendo, Aryadeva donò all'omicida il proprio saio e la ciotola per le elemosine, in modo che potesse fuggire travestito e fermò poi i propri discepoli pronti all'inseguimento con le parole: «Tutto è vuoto. Colui che conosce il vero, per lui, non c'è né amico né nemico, né assassino né vittima».
L'episodio sfiora la leggenda, e mostra indirettamente che anche i buddhisti sono soggetti, come tutti, alle stesse pulsioni di reazione e di sopraffazione.
Se questo è innegabile, nel corso della sua storia millenaria il buddhismo manifesta però la tendenza a coesistere pacificamente con le altre religioni: innanzi tutto in India con l'induismo, poi nell'Asia centrale antica con lo zoroastrismo, il cristianesimo nestoriano e anche lo sciamanismo, in Cina con il taoismo e il confucianesimo, in Giappone con lo shintoismo, oggi con tutte le fedi con cui è in contatto in uno scenario ormai mondiale.
Quello che forma lo stile, dunque, è il ritorno costante, irrevocabile, sulle stesse scelte non-violente, sull'equanimità e sulla compassione anche nei confronti degli oppressori, testimoniate nei decenni scorsi e fino a oggi tra gli altri da Thich Nhat Hanh (Vietnam), da Maha-Ghosananda (Cambogia), dal Dalai Lama e, naturalmente, dal Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi in Birmania.
indietroindiceavanti