| 42) il ricordo? é un'illusione sulla scia di Borges. La memoria ci inganna. La mente ci ripropone in maniera talmente plausibile scene del passato che non teniamo conto dei disturbi del tempo. di Patrick McGrath La Repubblica, 26/06/2008 |
| M i ricordo di aver letto da qualche parte che Borges raccontava spesso un aneddoto su suo padre, che era cresciuto a Buenos Aires ma non ci viveva da molti anni. A quanto affermava Borges, una volta il padre gli aveva detto che, quando ripensava alla città, non sapeva più se si ricordava davvero Buenos Aires, o se si ricordava soltanto l'ultima volta che se l'era ricordata. ![]() In questo è facile riconoscere uno dei tanti modi in cui la memoria ci inganna. La mente ci ripropone in maniera talmente plausibile la scena di un dramma a cui abbiamo preso parte, l'eco di un'emozione o, come in questo caso, l'impressione di una città, che ci convinciamo di avere accesso, diretto e immediato, a una realtà da cui ci separa soltanto il tempo. Ma guardate l'aneddoto più da vicino. Non solo il padre di Borges riconosce l'inaffidabilità della propria memoria, ma Borges presental'episodio come qualcosa che lui stesso, a sua volta, ricorda, il che destabilizza ulteriormente il racconto perché, se la memoria del padre non è del tutto degna di fede, che motivo abbiamo di credere al figlio? (E notate anche che io sto raccontando qualcosa che mi ricordo. E possibilissimo che "abbia distorto ciò che ho letto tanto tempo fa sul ricordo di Borges dei ricordi di suo padre di Buenos Aires.) La nostra archiviazione mentale delle esperienze fatte è disturbata dal tempo, ma ci sono altre forme, magari più sinistre, di distorsione e alterazione mnemonica. Esse nascono come funzione dell'ego, in tutta la sua vanità, grandiosità e follia. Ciascuno di noi è il protagonista del dramma della propria esistenza, col ruolo di eroe o di vittima, o un misto fra i due; e per vivere a nostro agio con noi stessi dobbiamo assicurarci che la nostra performance, per come la conserviamo nella memoria, sia se non impeccabile quantomeno dignitosa. Ciò richiede che modifichiamo o edulcoriamo i ricordi che gettano una luce sfavorevole sui nostri moventi e sui nostri gesti, o che ci causano dolore in qualche altra maniera. A volte questo implica una soppressione dei ricordi. Ecco un esempio estremo: chi ha subito un trauma psicologico tende a seppellire l'esperienza talmente in profondità da renderla inaccessibile alla coscienza. Ma quel ricordo traumatico non è scom parso. Viceversa, a volte riaffiora alla mente sotto forma di flashback o di incubo, con effetti distruttivi, e continua a farlo finché non viene recuperato grazie alla psicoterapia e riassorbito nella memoria conscia, diventando così parte del passato della persona, parte della sua identità. Ricordo che una volta ho scritto un romanzo su un uomo che aveva la memoria talmente disturbata da credere che il padre avesse ucciso la madre. E doveva necessariamente crederci, perché se si fosse permesso di riconoscere la verità sull'accaduto, sarebbe stato costretto ad affrontare il fatto che non era stato il padre a uccidere la madre, ma lui stesso! Poiché nel corso del romanzo questo personaggio - che si chiama Spider - si mette gradualmente con le spalle al muro fino a non poter più sfuggire alla verità, appare evidente che quando alla fine comprende gradualmente la propria responsabilità, per la morte della madre, non solo viene a crollare il falso ricordo, ma anche l'uomo in sé. Il significato di tutto questo è chiaro, almeno per me: la memoria non costituisce solo il passato di una persona, ma ne costituisce l'identità stessa; e una crisi dell'una implica necessariamente una crisi dell'altra. Di conseguenza, per sostenere un'idea di chi si è, e per convivere conquell'idea di se stessi è necessario lavorare costantemente sul ricordo delle esperienze vissute, adattando, negando, dimenticando e inventando materiale in modo che la verità nuda e cruda dei fatti non crei una dissonanza violenta fra ciò che siamo davvero e ciò che ci piace credere di essere. Questa attività è perennemente in corso, quando siamo in bagno così come in camera da letto, a livello intimo e personale, ma si estende anche sul piano collettivo. Gran parte delle conversazioni di tutti i giorni non sono altro che un resoconto della nostra esperienza editato a beneficio della società, quando raccontiamo le nostre vicende agli amici, ai colleghi, al partner o al coniuge. Si tratta di una revisione, di una riformulazione creativa; e in certi casi di vera e propria falsità, tale è il livello di distorsione e censura che comporta; ma finché manteniamo un grado accettabile di plausibilità, va tutto più o meno bene. A volte non ci accorgiamo neanche di farlo. Se però ce ne accorgiamo, e persistiamo nella consapevole falsificazione dell'esperienza, cominciano ad avvolgerci la malafede e un senso di inautenticità. L'attività di presentazione di sé, a quel punto, diventa pesante e dolorosa, e la gioia scivola via dalla vita quotidiana, lasciandosi dietro malessere, ostilità e senso di colpa. T. S. Eliot scrive, in Burnt Norton, che "il genere umano / non può reggere troppa realtà". Distruggete le mie illusioni e distruggerete anche me. In questa analisi la memoria assume il ruolo di un'arma che, se maneggiata con prudenza, fornisce una difesa sicura contro le intrusioni altrui, ma che può essere letale se la si rivolge contro se stessi. L'unica soluzione potrebbe essere quella di aspirare alla condizione del padre di Borges, che apparentemente - verosimilmente - guardava i frutti della propria memoria con un affezionato scetticismo, come si farebbe con le chiacchiere di un bambino spaccone, o i goffi deliri di un folle. |
