storia dell'arte
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01) Caravaggio, fu vera gloria

raccomandato e maledetto, libertino e forse omosessuale, la sua carriera influenzò il mondo intero

di Claudio Strinati

La Repubblica 13/08/2006
Caravaggio sembra l'unico grande personaggio della storia dell'atte italiana capace di dividere un'idea di "passato" da una idea di "presente", comunque si vogliano definire termini così labili.
Come il Napoleone di Alessandro Manzoni, Michelangelo Merisi si colloca tra due secoli, il Cinquecento e il Seicento, per allontanare il primo verso un'epoca superata e irrecuperabile e per spingere il secondo verso un futuro che è ancora vigente. 03
Alla domanda se "fu vera gloria" si può ben rispondere che i posteri hanno sviscerato a fondo "l'ardua sentenza", affermativa senza se e senza ma.
E' probabile, quindi, che un discorso del genere, considerato l'eccesso di retorica che contiene, non funzioni, anche se tutti ci credono e basta andare a vedere qualunque mostra in cui ci sia il Caravaggio per convincersene.
La vulgata su di lui è questa: Caravaggio è il prototipo dell'uomo mascalzone che piace enormemente alle donne e convince i seduttori, in vita fu perseguitato e malmenato, le sue opere vennero rifiutate, subì la condanna della censura sempre inflitta agli intelligenti, guardò, contrariamente agli altri, al Vero, prese i modelli dalla strada e rappresentò una prostituta come Vergine Maria, fu conflittuale e violento fino a diventare un assassino; fu, nel contempo, un raccomandato e un maledetto, forse omosessuale ma anche un gran libertino, tutto in lui è mistero, la sua tragica morte non fu mai chiarita e c'è chi sospetta che sia stato a sua volta ucciso, la sua carriera durò pochi anni e influenzò, con un numero di opere esiguo, il mondo intero.
C'è quanto basta per consacrare la fama imperitura non di uno ma di qualche decina di personaggi e da quando ci sono stati James Dean, Elvis Presley, la Beat Generation, Kerouac, i nostri Pavese e Tenco, i Rolling Stones, i Doors, i Sex Pistols, per arrivare in crescendo fino a questi giorni, si capisce come l'artista fatale, bello e impossibile, trovi adesso una venerazione che forse altre epoche non poterono tributargli con altrettanta convinzione. 04
Naturalmente nessun mito nasce e si sviluppa nella menzogna.
La verità del Caravaggio è forse un po' diversa ma la potenza che ha generato un'arte incomparabile è comunque vera.
Ci si può chiedere in che senso abbia diviso epoche diverse e se siano state cosi diverse.
Indubbiamente Caravaggio non fu né un colto artigiano, come erano stati tanti suoi predecessori, e neppure un intellettuale volto alla speculazione teoretica, una tipologia di artista molto diffusa e molto importante prima di lui. Quella che impressionò tutti fu l'immediatezza.
Caravaggio era veloce e infallibile e questo lo sapevano i colleghi e i critici e si è sempre saputo.
Roma era l'ambiente internazionale per antonomasia quando Caravaggio vi arrivò dalla Lombardia e si poteva conoscere tutto e valutare tutto. Niente di strano. La storia si ripeteva.
Sempre c'era stato questo singolare rito consistente nella discesa dei maestri ticinesi e lombardi, espertissimi in ogni arte e dotati di capacità manuali invidiabili, che venivano verso il centro e il sud d'Italia a compiere grandi imprese di architettura, di scultura e di pittura. Di quella gente c'era da fidarsi e non disprezzavano affatto i meridionali.
La stima era grande e reciproca e Caravaggio era uno di loro.
Se ne accorsero i collezionisti e i cultori d'arte che, dopo il passaggio del Caravaggio in questo mondo, volevano solo opere come le sue e, in pochissimo tempo, spuntarono emuli, seguaci veri o presunti, copisti, cultori della sua arte, imitatori. Ma il maestro era morto troppo presto, nel 1610 a trentanove anni.05
Aveva inventato un genere nuovissimo che nessuno prevedeva, anche se in questa novità c'era una dottrina profonda e remota.
Di cose ne sapeva tante il Merisi ma questo segreto se lo è portato nella tomba. Sembra conoscere tutto, o almeno tutto quello che di importante era stato fatto nel grande secolo sedicesimo, che oggi noi disprezziamo sotto l'ingiuriosa categoria del "manierismo"'.
Ancora adesso si sente qualche indotto delle Belle Arti che, per liquidare un artista non gradito, la spiega così: "è una pittura di maniera". Ma le buone maniere, sembrerebbe, non sono state mai da disprezzare e non c'è motivo per condannare qualcuno solo perché ci sembra così educato da rasentare l'affettazione e la falsità.
Prima di condannare pensiamoci due volte, perché il Caravaggio ci pensò e come!
Pensò ai grandi fiamminghi che nessuno mai saprà se ha visto dal vivo, tanto bene dimostra di conoscerli, veri e profondi indagatori delle cose umane.
Pensò ai suoi lombardi che avevano il culto della bellezza e della forma.
Pensò ai maestri Veneti e toscani che pure dimostra di avere amato e rispettato sopra ogni altro.
Pensò alla pletora dei romani che lavoravano incessantemente quando giunse a Roma.
Pensò alla grande arte di apparato che si faceva a Roma alla mitologia antica trasformata in pittura, al culto del Ritratto e della Natura Morta, che dilagava per tutti l'Europa.
Aveva forse capito che dopo di lui sarebbe sorta la grande cultura accademica, si sarebbero rafforzate le Scuole artistiche e la figura del Genio in grado di dare una faccia convincente al proprio tempo affermando un nuovo rapporto con il potere costituito. 06
Ma certo non potè prevedere Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Borromini e tutta la produzione stimolata dagli Ordini religiosi trionfanti, primi fra tutti i Gesuiti, eh avrebbero dettato legge sull' idea stessa dell'eccellenza artistica.
Si sarebbe stupito non poco che qualcuno successivamente avrebbe potuto iscriverlo nell'arte barocca di cui non ebbe il minmo sentore.
Il Seicento, dopo Caravaggio, fu un età di decadenza?
Lo si è detto e ripetuto e, indubbiamente, anche qui qualcosa di vero c'è.
Il secolo che vide in Italia l'affermazione della figura di pittore-filosofo, come furono di giganti quali Poussin, che passò quasi tutta la sua vita a Roma, e Pier Francesco Mola, un altro ticinese che oggi pochi ricordano, generò da se stesso l'idea della decadenza dell'arte.
Lo ha spiegato Hegel oltre cento anni dopo: quando l'attività artistica invade ossessivamente, e in i modo che è avvertito come necessario dagli stessi addetti ai lavori, campo d'azione della Filosofia e della Religione, si avvicina ai territori della sterilità. Ma è una bella lotta!
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