storia dell'arte
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03) Etruschi: quell'antica Avanguardia

con gli Etruschi gli artisti avevano soprattutto lavorato per i privati ribaltando la tradizione greca

di Giuseppe M. Della Fina

La Repubblica, 19/08/2006
Quanto a me, la  prima volta che ho osservato con attenzione delle cose etrusche, nel Museo di Perugia, sono stato subito attratto.01
Con gli Etruschi pare che succeda sempre così: o c'è immediata simpatia, o disprezzo e indifferenza altrettanto immediati.
Moltissima gente disprezza tutto quello che di non greco c'è stato prima di Cristo, perché vorrebbe che fosse greco anche se non lo è.
Così l'arte etrusca viene minimizzata come una pallida imitazione greco-romana. Così si esprime David Herbert Lawrence in Etruscan Places, il bel volume, pubblicato postumo a Londra nel 1932, dove racconta un viaggio compiuto in Etruria nella primavera del 1927 raggiungendo i centri di Cerveteri, Tarquinia, Vulci e Volterra.
La sua non voleva essere una posizione critica, ma di fatto lo è.
Intorno al rapporto tra la produzione artistica greca ed etrusca e sugli influssi della prima sulla seconda ha ruotato in passato e continua in parte a ruotare ancora oggi il giudizio degli storici dell'arte antica. Dopo una stagione che aveva occupato buona parte del Settecento, denominata non per caso etruscheria, durante la quale all'Etruria era stato attribuito ogni primato tra cui quello artistico, Johann J. Winckelmann ridimensionò l'arte etrusca e le antepose quella greca lasciandole soltanto la priorità cronologica.02
Ai nostri occhi moderni colpisce la spiegazione dell'inferiorità degli Etruschi esposta con una motivazione di carattere psicologico: pare che questi fossero più dei Greci inclini alla malinconia e alla tristezza.
All'uomo dotato di sì fatto temperamento, atto certamente ai più profondi studi, troppo vive e profonde riescono le sensazioni; "per la qual cosa non si produce in lui quella dolce emozione che rende lo spirito perfettamente sensibile al bello."
Un capovolgimento completo della posizione teorica di Winckelmann, ribadita nella sostanza anche nel primo manuale dedicato all'arte etrusca di Jules Martha apparso a Parigi nel 1889, si ebbe nei decenni iniziali del Novecento.
Nel frattempo non erano mancate intuizioni critiche di notevole spessore ad opera di Luigi Lanzi, considerato il padre dell'etruscologia moderna, di Heinrich Brunn che aveva osservato come in Grecia l'arte era stata soprattutto un fatto pubblico, mentre i Etruria aveva svolto una funzione prevalentemente privata.
Un giudizio critico rivelatosi in seguito di notevole interesse, ma che sul momento non incontrò grande favore.
La riscoperta del valore dell'arte etrusca avvenne a seguito di un ritrovamento eccezionale, l'Apollo di Veio, accaduto nel 1916. La statua restaurata di recente è oggi tra i capolavori ospitati all'interno del Museo d Villa Giulia a Roma, una sorte di grammatica dell'arte etrusca.
Nella ritrovata attenzione influì in maniera considerevole anche la mutata temperie culturale che, liberatasi dai pregiudizi accademici, andava elaborando nuovi modelli interpretativi in grado di comprendere meglio un'arte diversa da quella naturalistica.
Non si deve nemmeno nascondere che la rivalutazione dell'arte etrusca, interpretata come anticlassica, fu portata avanti soprattutto da artisti di avanguardia spesso lontani dal mondo degli archeologi e degli storici dell'arte antica e talvolta in polemica anche vivace con essi. D. H. Lawrence si muove proprio in tale ambito.
L'attenzione incentrata su Roma e sulla romanità durante il ventennio fascista offuscò la considerazione per il mondo etrusco, ma non la cancellò.
Gli Etruschi tornarono protagonisti negli anni Cinquanta del Novecento con nuovi fortunati ritrovamenti avvenuti soprattutto a Tarquinia e con la Mostra dell'arte e della civiltà etrusca che, nel giro di un anno tra il 1955 e il 1956, toccò Zurigo, Milano, Parigi, L'Aja, Oslo e Colonia.
Un successo che stimolò l'interesse del mondo letterario: Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani si apre con una visita alla necropoli di Cerveteri.
Un'escursione alla stessa area archeologica era stata descritta alcuni anni prima da Alberto Savinio in Dico a te, dio.
Il rinnovato interesse per l'arte etrusca venne a saldarsi con un quadro storico meglio delineato grazie soprattutto all'azione di Massimo Pallottino e della sua scuola.03
Si è arrivati così ad ancorare i giudizi di tipo estetico allo sviluppo storico della civiltà etrusca con le sue accelerazioni e i suoi arresti, con le sue differenze profonde tra una città-stato e l'altra pur in un quadro di coerenza di fondo assicurato da una lingua e da una religione comune.
Un etruscologo, Mauro Cristofani, vicino sia a Pallottino che a Ramiccio Bianchi Bandinelli e molto attento ai fenomeni artistici ha parlato di periodi d'intensa produttività, come nel periodo arcaico, con l'Etruria inserita a pieno nelle dinamiche artistiche mediterranee elaborate nel mondo greco, alternati ad altri, quali i decenni successivi alla sconfitta nella battaglia navale di Cuma del 474 avanti Cristo, di stasi e con accentuati caratteri provinciali.
Sempre a Cristofani si deve l'accento posto sul rapporto tra l'artista e il committente, con un ruolo subordinato del primo, e l'individuazione di fenomeni artistici legati alle singole realtà territoriali. Un'Etruria simile, se il paragone può essere consentito, all'Italia centrale di età medievale e rinascimentale: la prima stagione dell'arte nella penisola italiana legata in qualche modo alla sua età più splendida.
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