storia dell'arte
indietroindiceavanti
08) Gli eroi galanti di Tiepolo

un prodigioso talento d'interprete che mise in scena donne altere, vecchi maghi orientali, angeli in volo

di Antonio Pinelli

La Repubblica, 24/08/2006
Chiunque abbia calcato i gradini del glorioso scalone d'onore del Palazzo del Principe Vescovo a Wurzburg, sperdendosi nella contemplazione dell'immenso soffitto tiepolesco che lo sovrasta, è consapevole di aver assistito ad uno dei più inebrianti spettacoli che mai sia stato messo in scena dal pennello di un pittore.
Eppure è sorprendente constatare come la fortuna critica postuma di un artista dal talento figurativo così trionfalmente evidente sia stata tormentata da un continuo alternarsi di cadute e resurrezioni. Le prime avvisaglie si erano affacciate, del resto, quando il grande artista veneziano era ancora in vita e stava assaporando gli agi e gli onori tributatigli dalla corte madrilena, che non aveva badato a spese per assicurarsi i suoi servigi.01
Con perfidia teutonica, il temuto, autorevole Winckelmann se n'era uscito con questa lapidaria sentenza: “Dipinge più Tiepolo in un giorno che Mengs in una settimana, ma Tiepolo, appena lo hai visto lo hai già dimenticato, Mengs, invece, dura in eterno”.
Con questo crudo epitaffio, l'appassionato profeta e teorico dell'imitazione dell'Antico emetteva un giudizio senz'appello non solo su Tiepolo ma su tutto il Rococò, e non c'è dubbio che sia questa la chiave per interpretare l'eclisse in cui precipitò per oltre mezzo secolo la fortuna critica tiepolesca, oscurata dal culto del “Bello ideale” e dal freddo fulgore dei nuovi astri neoclassici.
Ma anche in tempi più recenti, chi non ricorda la definizione al vetriolo con cui il Viatico per cinque secoli di pittura veneziana di Roberto Longhi dileggiava i panneggi tiepoleschi, paragonandoli a “metrature di carta da pacchi”?
La verità è che Tiepolo non imita gli antichi, come prescriveva Winckelmann, ma neppure la realtà, come avrebbe desiderato un Longhi allora pienamente coinvolto nella pugnace stagione del Neorealismo postbellico. Prende a modello una realtà già nobilitata e impreziosita dal magico filtro dell'arte, la realtà ‘artifiziata’ diTiziano, Tintoretto, Rembrandt, ma soprattutto dell'ammiratissimo Veronese, e si serve di questa selezionatissima partitura di repertorio come di una rampa di lancio per spiccare il volo nei cieli dell'immaginazione, dispiegando le ali del suo prodigioso talento d'interprete, come uno strumentista principe, con licenza di variazione e d'improvvisazione.02
Tiepolo è il primo a non credere ai miti e alle allegorie encomiastiche che dipinge per accontentare le ambizioni autocelebrative della sua committenza veneziana e internazionale.
Le sue iperboli, i suoi cieli gloriosi di luce e gremiti di eroi e di deità dalle pose magniloquenti, lasciano trapelare, e a volte esibiscono sfacciatamente, arguzia e scetticismo.
Ma anche quando da sfogo alla sua vena più giocosa, la straripante immaginazione tiepolesca non può fare a meno di proiettarsi nella luce accecante del mito e di dar fiato alle squillanti fanfare dell'epica. Contrariamente al figlio Giandomenico, che preferisce il controcanto ironico della parodia e i mezzi toni del crepuscolo, Giambattista non sa rinunciare alla mirabolante spettacolarità delle sue composizioni. La sua ironia è una sapida goccia di scetticismo illuminista, che funge da indispensabile correttivo per un trionfalismo ormai incapace di credere fino in fondo a se stesso e consapevole di essere giunto agli sgoccioli, come l'ancien regime di cui è ancora chiamato a celebrare i fasti.
A ben vedere, del resto, Tiepolo si disinteressa del soggetto che gli è toccato in sorte di dipingere. Vuole esibire, non narrare. Canta e declama, non racconta. Come un regista affezionato ai suoi personaggi e al suo repertorio, porta in scena sempre gli stessi attori femmine altere, eroi galanti, vecchi maghi orientali dalle barbe canute e dai caffettani ondeggianti, cani agili e slanciati, angeli in volo, pittoreschi alabardieri ma i loro sguardi non s'incontrano quasi mai, i loro gesti non intrecciano un dialogo serrato e consequenziale.
Serratissimo è invece un altro e più essenziale dialogo, quello che il pittore affida all'inesauribile vivacità dell' astratto racconto, narrato dai colori e dalle forme che interagiscono nello spazio pittorico, stabilendo reciproci rapporti di attrazione e repulsione, affinità e contrasto.03
Tinte sgargianti che incendiano sfondi dai toni indistinti, membra intrecciate a formare indecifrabili grovigli che sfidano la perspicacia ottica di chi guarda, scorci arditi di corpi che si stagliano su quelle nubi che, nell'abbagliante spettacolo tiepolesco, hanno la stessa funzione e la stessa variabile geometria dei ‘praticabili’ di scena nel teatro barocco.
Le immagini che l'artista fa scaturire dal suo pennello con la rapidità e la destrezza di un prestigiatore nascono l'una dall'altra, come per geminazione, oppure l’una contro l'altra, per contrasto: accanto ad un vecchio rugoso si alterna un paffuto bambino, al turgore muliebre fa eco l'asciutto vigore virile, all'impalpabile evanescenza di una visione celeste l'opacità dei fondi terrosi, alle piatte distese orizzontali le cime aguzze dei monti o una selva irta di pennoni e di alabarde.
A forza di insistere sul fatto, per certi aspetti incontestabile, che Tiepolo è l'ultimo, magnifico rappresentante di una grande tradizione al tramonto, quella della pittura italiana di matrice illusiva, si è perso di vista quel che c'è nella sua pittura di più moderno: l'astratto, mobilissimo gioco delle forme e dei colori, il gusto di provocare e alimentare fino alla sazietà il più ingordo dei nostri sensi, la vista.
indietroindiceavanti