storia dell'arte
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09) Intervista al critico Germano Celant

un mondo di capolavori: un filo rosso unisce l'antico con il contemporaneo

di Paolo Vagheggi

La Repubblica,28/09/2006
Le convenzioni dividono, ma la storia dell'arte è una sola.
C'è un filo rosso che unisce tutto e tutti, l'antico e il contemporaneo. Sostiene Germano Celant, critico d'arte, padre nobile dell'Arte povera, che "proprio in questo momento la situazione contemporanea riflette una condizione storica assoluta, che possiamo definire il globalismo barocco dei linguaggi".
Cosa vuoi dire?
"In questo momento tutti i linguaggi si uniscono per una grande spettacolarità. 03
Non c'è più differenza se non l'effetto teatrale, comunicativo. Se guardiamo quello che sta accadendo nell'architettura, nella moda, nell'arte, nel cinema, cioè in tutte le espressioni della comunicazione e della creatività, ci accorgiamo che non ci sono più limiti.
Tutto è democraticamente parificato o utilizzabile. Le nuove generazioni non hanno più una certa idea del moderno, del linguaggio specializzato, ma sconfinano o transitano da una materia all'altra, da una tecnica all'altra, da un'espressività all'altra.
Di fatto siamo in una condizione di recupero "post rinascimentale", dove il moderno è il momento rinascimentale dell'arte, in cui si razionalizza, si concettualizza, si formalizza, con una visione precisa, articolata. Se guardiamo a quello che è accaduto nell'arte negli ultimi cinquant'anni ci accorgiamo che c'è stato questo momento fortemente rinascimentale. Oggi siamo in un momento di fusione e confusione delle lingue, per me tipicamente barocco”.
In passato l'artista era scultore, pittore, architetto. Un artista totale. Oggi c'è un recupero di questa figura?
“La figura leonardesca è fondamentale. L'idea dell'onniscienza o della potenziale onniscienza, nella consapevolezza dei limiti, è fondamentale. Non a caso oggi stanno nascendo dei nuovi musei dove non ci sono più distinzioni assolute. Issey Miyake sta lavorando con un designer, con un graphic designer, con un artista per far nascere un centro della comunicazione progettato da Tadao Ando, che si aprirà nel mese di ottobre.
Visione totale dunque e l'architettura in questo momento coagula queste cose, c'è un rapporto di fluidificazione tra tutti i modi di espressione. L'artista a questo punto è un registratore sismico, sta attento con le sue antenne e non ha paura di buttarsi a fare un film, primordiale o professionale, a fare un concerto... Non c'è più paura. C'è un buttarsi in un vuoto... in realtà con il paracadute”.
Il nuovo millennio ha dunque cambiato la figura dell'artista.
"E' cambiato il significato del termine artista. Il termine artista si è allargato oppure è scomparso. Sono queste le due possibilità. 02
Ha allargato la sua traiettoria operativa nel senso che può mettersi a progettare degli abiti o delle architetture. Si sta riscoprendo che i semi del modernismo, l'idea di contaminazione, di transito, tipici del Futurismo ad esempio, oggi sono un fatto. Non sono più posti come rottura ma come affermazione e come possibilità affermativa".
E lo studio ha una funzione diversa?
"Lo studio è uno studio di produzione dove l'artista progetta e poi va a cercare il team, a grandi livelli. C'è ancora chi dipinge e scolpisce, ma più come difesa di una tecnica perché lo studio è diventato il luogo di progettazione dove si preparano i modelli, dove i programmi vengono messi a punto virtualmente con il computer, dove si disegna un'idea. Un po' come il produttore di cinema, come l'architetto che poi si avvale di uno staff di collaboratori. Non a caso Anish Kapoor lavora con Norman Foster, Anselm Kiefer realizza le scenografie, Mimmo Paladino arriva a dirigere un film... Non c'è più l'idea della manualità estrema. La manualità rimane sulla concezione, sulla produzione del modello che con il computer puoi verificare su larga scala. Le opere monumentali richiedevano molto lavoro artigianale, oggi le puoi verificare sullo schermo, decidere se sono realizzabili. Oldenburg oggi è diventato possibile”.
In questo quadro quant'è e com'è cambiata anche la committenza?
“La committenza è diventata molto più illuminata. La vecchia tradizione dell'appartamento, che chiamo la cultura casalinga dell'arredo, non è più un valore assoluto. Con lo sviluppo mondiale del paesaggio urbano l'arte è diventata uno strumento di comunicazione.
La committenza non è più solo quella del collezionista, piccolo o grande, non c'è più solo l'operazione d'archiviazione di tipo museale, siamo entrati in un'era di interventi di grande scala, come la metropolitana di Napoli ad esempio, che cambiano la visibilità non solo della città ma della regione e poi del pianeta”.
Il secolo che s'è appena chiuso è la fotografia. Quanto ha cambiato il fare artistico?
“Nel passaggio di rivalutazioni della comunicazione la fotografia è passata dalla documentazione alla creatività. Oggi la fotografia non è più solamente un documento del reale, l'artista si inventa il reale per fotografarlo. 01
Cindy Sherman realizza uno stage per arrivare a fare uno scatto. E' un salto di creatività comunicativa. E' come il virtuale per l'architettura, oggi possiamo vedere contestualizzato il progetto di un edificio.
La storia della fotografia è interessante perché è legata a decisioni culturali e politiche: nel 1949 il settimanale Life lanciò Pollock con la fotografia, nel 1972 un meeting che si tenne al Moma, a cui partecipai, lanciò la fotografia come linguaggio”.
L'artista che usa il mezzo fotografico guarda ancora il passato? Lei ha messo a confronto disegni antichi e foto di Mapplethorpe.
“Gli artisti che usano la fotografia guardano al passato, vengono dal mondo della storia dell'arte. Quello che è interessante è vedere i vari momenti.
Inizialmente vengono documentate le realtà. Poi la realtà diventa quella personale, come avviene con Mapplethorpe o la Goldin.
Ora sparisce la realtà, la si costruisce ma con riferimenti storici, al paesaggismo ottocentesco o a De Chirico.
Fondamentalmente la visione degli artisti è ancora legata alla storia dell'arte antica e moderna. Ma cosa accadrà dopo, tra dieci anni? Con la fusione dei linguaggi questi rapporti non si faranno più, sarà linguaggio quotidiano”.
A proposito di futuro. Ci sarà una preminenza del mezzo fotografico, dei video?
“Fondamentalmente sì. La comunicazione elettronica permette tutta una serie di accelerazioni. Puoi realizzare o cancellare nello stesso momento una immagine, montarla o non montarla.
È una creatività istantanea diversa dalla creatività lenta della storia che ci ha preceduto.
Lo vedremo nei prossimi anni”.
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