| 11) Giorgio de Chirico Cento capolavori di grande forza evocativa e poetica ricostruiscono il percorso di questo maestro, dagli esordi simbolisti ai dipinti metafisici, dai manichini ai bagni misteriosi, al periodo barocco. È un viaggio nella pittura per capire uno dei maestri che hanno rivoluzionato l'arte moderna e l’intero mondo della comunicazione, che fu accolto da inauditi entusiasmi e feroci polemiche perché dipingeva "ciò che non si può vedere " di Fabrizio D'amico La Repubblica, 18/01/2007 |
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| Padova:“Avevo cominciato a dipingere soggetti ove cercavo di esprimere quel forte e misterioso sentimento che avevo scoperto nei libri di Nietzsche: la malinconia delle belle giornate d'autunno, di pomeriggio, nelle città italiane”. Così Giorgio de Chirico ricordava l'insorgere di quella straniata percezione del reale che chiamerà "metafisica" , già nitida in lui nei mesi iniziali del primo, lungo soggiorno parigino (1911-1915), che sarà interrotto solo dalla guerra. ![]() I temi della sua pittura sono ben noti, e a cicli sempre ritornanti: l'uomo solo dinanzi al baratro dell'infinito, la metamorfosi del vivente nella fissità della statua, la solitudine di una lunga prospettiva architettonica disabitata, e ancora il viaggio, il manichino da sartoria, certi temi mitologici, l'autoritratto. Più ancora che nei soggetti mai prima immaginati e dipinti (i Mobili nella valle, i Bagni misteriosi...) è in questa "normalità" della pittura che de Chirico trova se stesso, e la sua capacità di stupire, di allarmare sospendendo il senso quotidiano degli "oggetti più comuni" (come chiamò quelli che abitarono il breve periodo metafisico di Morandi), o comunque delle immagini con cui l'esperienza ci abbia abituato a convivere. E dando ad essi - "elementi disparati ed eterogenei" del mondo stretti provvisoriamente insieme, uniti per un attimo, incongruamente, sullo stesso palcoscenico - quel talento d'essere insieme se stessi ed altro: l'altro che non ti attendi, e che d'improvviso si carica d'un mistero inquietante. Tutto ciò, che costituisce l'enigma inesauribile della sua pittura, è troppo noto per essere ribadito e ripercorso in ogni tappa d'un tragitto durato più di sessant'anni. Di fronte alla grande mostra oggi allestita, a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos, a Palazzo Zabarella di Padova (catalogo Marsilio), che non per la prima volta ma certo con rara ricchezza ripercorre tutti gli anni della creatività dechirichiana, occorre invece interrogarsi di nuovo sulla portata di un'opera così lungamente distesa e al suo interno così coesa. Non possono ormai bastare, infatti ed ovviamente, dopo la messe di studi che la storiografia non solo italiana ha dedicato a de Chirico, gli anatemi surrealisti della seconda ora (dopo le entusiastiche adesioni di Breton e compagni al de Chirico padre della poetica ancora in nuce: “penso — scriveva Breton nel 1922, presentandolo alla vasta mostra riassuntiva della sua intera attività presso la galleria di Paul Guillaume — che una autentica mitologia moderna sia in formazione, e che spetti a Giorgio de Chirico di fissarne imperituramente il ricordo”) a sminuire i suoi grandissimi anni Venti, per una metà nuovamente trascorsi in Francia, e a gettare il seme del discredito sul tempo post-metafisico del pittore: come se l'uomo nuovo che era stato si fosse prematuramente ripiegato su una pallida accademia di sé stesso. Né a farlo bastano l'isolamento in cui tutto sommato egli fu relegato in Italia nel successivo decennio; o ancora, dopo la guerra, che una delle ultime sezioni della rassegna padovana nomina della "bella materia", mostrando — soprattutto attraverso il tema prediletto dell'autoritratto, che assurge adesso a paradigma di titanica e solipsistica sfida contro i suoi giorni — come non siano andati dispersi nemmeno in questa età ormai colma tutti i fantasmi e tutte le ossessioni che hanno fatto di de Chirico un pittore con altri non scambiabile; e come fino a date molto avanzate si possa parlare d'una coerenza di propositi di un artista usualmente circoscritto agli anni di formazione e di prima maturità.
Allora e dopo, non scambiabile, fu in primo luogo la sempre eguale consapevolezza di de Chirico d'essere un uomo di un altro tempo rispetto all'attuale. Un uomo venuto da lontano, senza patria né radici né meta, "costretto ad andare sempre di gente in gente", seguendo vaghi segnali: il filo di fumo di una locomotiva nascosta dietro un muro, o la vela di una barca sola sul profilo remoto del mare, che spesso appaiono, come un monito, al fondo delle sue opere. Un uomo tormentato dalla inguaribile sfiducia che nutriva nei suoi simili, e nella storia che essi andavano scrivendo. Un uomo nemico dunque - fatalmente - d'ogni avventura moderna: ma che pure, mentre gridava contro di essa e dichiarava di rimpiangere l'ordine, la lenta applicazione e il faticoso apprendistato della vecchia accademia, seppe dare ai suoi anni l'unico modo nuovo di guardare il mondo che, nella pittura dell'avvio del ventesimo secolo, sia stato immaginato al di fuori del solco delle avanguardie.
I suoi occhi riflessi in quello specchio, nei suoi autoritratti (soprattutto, ma non solo, in quelli meravigliosi distesi in gran numero fra '19 e '24), sono indimenticabili: un fuoco li abita, d'una tale intensità che raramente s'era vista in pittura. Un fuoco malato, o appena convalescente (nietzschianamente - come ha scoperto Maurizio Fagiolo - da convalescente de Chirico dirà d'aver immaginato il suo primo quadro metafisico); un fuoco annidato nella cenere, ma pronto a divampare, se appena lo consentirà la statua che de Chirico ha al suo fianco, se lo permetterà l'iscrizione segnata sulla lapide che regge, e che parla di tragedia, promettendo gloria. Il superuomo che ha appreso dai filosofi amati si scontra così con il malessere del suo vivere, con una sua profonda, invincibile malinconia. Fino al sublime Autoritratto pietrificato, del '25: ove "L'artista ci guarda mentre sta diventando una statua e il volto è ancora di carne, oppure al contrario viene da molto lontano e nasce statua", in procinto di farsi umana (Fagiolo, ancora). "La vita, si vive o si scrive", aveva detto Pirandello (che gli fu amico). La vita si vive o si sogna, avrebbe detto de Chirico. |
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