| 12) Gli enigmi della metafisica Quando la realtà diventa un mistero. Con le sue dodici sezioni la retrospettiva a Palazzo Zabarella fa risaltare i diversi stili maturati dall'artista nel corso della sua lunga vita di Paolo Vagheggi La Repubblica, 18/01/2007 |
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Padova:“Et quid amabo nisi quod aenigma est?”, cosa dovrei amare se non l'enigma? Scrisse Giorgio de Chirico sul fondo della cornice del primo autoritratto.
L'artista aveva superato il periodo simbolista. Cominciava la grande avventura alla ricerca di una poetica che in seguito sarà definita metafisica, destinata a segnare la storia del Novecento, da cui prenderà linfa vitale il Surrealismo o la Nuova Oggettività e addirittura la Transavanguardia. Ma allora nessuno poteva prevederlo come si capisce e come racconta la mostra allestita a Padova a Palazzo Zabarella dove poco meno di cento dipinti ricostruiscono il percorso di questo straordinario artista la cui pittura era basata non tanto sulle innovazioni formali quanto su un nuovo modo di vedere le cose e di indagare sul loro significato più profondo e nascosto. Pittura filosofica è stato detto, che sposava l'intuizione di Charles Baudelaire: “Tutti i veri disegnatori dipingono dall'immagine scritta nel loro cervello e non dalla natura”. Fonte di ispirazione e di approdo in quel sorgere del nuovo secolo per de Chirico fu l'idea dell'enigma, la capacità del pittore di far capire un'angosciosa estraneità dell'uomo dal reale attraverso un figurativo dove qualsiasi oggetto, pur essendo perfettamente riconoscibile, diventa carico di mistero: ecco una bambina con un cerchio, un treno, un guanto, una torre, un colonnato, un termometro... È questo il segno di Giorgio De Chirico, "pittore antico", come fu definito da Maurizio Fagiolo dell'Arco, e non perché lo rivendicò l'artista ("Pictor classicum sum") ma perché l'approccio con le sue opere dovrebbe avere una metodologia tipica degli storici di arte antica. E fu Dell'Arco a "vedere" chiaramente i dodici pittori, i diversi stili che maturò de Chirico nell'arco della sua lunga vita, dagli esordi simbolisti all'ultimo periodo neometafisico, che lo accompagnò fino alla morte, avvenuta a Roma nel 1978. E dodici sono le sezioni della mostra di Palazzo Zabarella che presenta una selezione (con punte eccelse) delle opere di questo pittore, che non fu assai prolifico come molti credono. Nell'arco di ventotto anni, tra il 1908 e il 1935, dagli esordi al viaggio americano, dipinse circa seicento quadri. Pochi e questo spiega i molti falsi, alcuni acclarati, come i trenta che realizzò il surrealista Oscar Dominguez (che poi si suicidò), altri al centro di clamorosi blitz giudiziari (a metà degli anni Settanta furono sequestrati 300 dipinti) chiusi da controverse sentenze assolutorie.
E il fantasma dei falsi seguì l'intera vita di de Chirico, anche se lui stesso aveva contribuito a creare una situazione abbastanza complicata. Intorno al 1925 e al 1940 sicuramente dipinse un gruppetto di quadri antedatati. Forse anche questo faceva parte della sua fede nell'enigma, della volontà di celare gelosamente le sue invenzioni più affascinanti, della voglia di dimostrare capacità da Superuomo di nietzschiana maniera. Non a caso i suoi padri, oltre a Nietzsche con cui aveva in comune l'amore per l'enigma e l'adesione al mondo mitico della classicità, Giorgio de Chirico era andato a cercarli tra i filosofi del negativo, Schopenhauer e Weininger, e tra i pittori romantici tedeschi, Klinger e Bócklin. E i suoi primi dipinti trasudano di simbolismo tedesco, quasi fino al plagio. Ma fu durante un soggiorno a Firenze, nella patria adottiva di Bòcklin - era il 1910 - che ebbe la prima "rivelazione" metafisica. Era in piazza Santa Croce "il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle cose per la prima volta, e la composizione del dipinto si rivelò all'occhio della mia mente... ". Prese forma L'enigma di un pomeriggio d'autunno dove gli elementi architettonici si trasformarono in una straniante composizione di figure e simboli: il timpano della chiesa diventò un tempio antico, il monumento a Dante fu trasformato in una scultura greco-romana raffigurante un pensatore. Fu il primo dipinto ascrivibile alla pittura metafisica dell'artista, allora ventiduenne. Giorgio de Chirico era nato il 10 luglio del 1888 a Volos, in Grecia, figlio di Gemma ed Evaristo, ingegnere incaricato di realizzare la rete ferroviaria della Tessaglia. Per questo motivo durante l'infanzia di Giorgio e del fratello Andrea Alberto, nato nel 1981, anche lui pittore che in seguito assunse lo pseudonimo di Alberto Savinio (che fu davvero il suo alter ego), la famiglia viaggiò molto e soltanto alla fine dell’ottocenti si stabilì ad Atene. Vide i primi giochi olimpici (1896) e mitizzò le origini: Volos secondo la mitologia graca è la città da cui gli Argonauti partirono alla ricerca del Vello d’oro. Seguì i corsi di disegno all’istituto Politecnico di Atene e tornò in Italia, a Firenze, dopo la morte del padre, intorno al 1905, ospite dello zio Gustavo. Ci furono anni di viaggi e di studi fino alla folgorazione di piazza Santa Croce e all’approdo a Parigi dove al Salon d’Automne del 1912 espose L’enigma dell’Oracolo e L’enigma di un pomeriggio di autunno. Fu l’ufficializzazione internazionale della Metafisica, magica etichetta per far capire che questa pittura era "al di là delle cose fisiche", così come il termine Surrealismo, alla cui fondazione De Chirico partecipò ma che poi rinnegò, fu coniato per spiegare che si era "al di là della realtà".
Fu in questo periodo che avvenne l’incontro, determinante, con il poeta Apollinaire, con il mercante Paul Guillaume, con l'intellighentia parigina di cui erano parte pittori come Matisse, Picasso, Picabia. Ma fu altrettanto importante con l'arrivo della Prima Guerra Mondiale il rivendicare la propria italianità con l'arruolamento e il conseguente trasferimento a Ferrara, dove lo raggiunse anche il fratello. Furono le impalpabili atmosfere di Ferrara a rendere ancor più magici i dipinti di de Chirico. Ma risentì degli incontri con Filippo De Pisis, prima, e con il futurista Carlo Carrà, poi, insieme al quale tra la primavera e l'estate del 1917 si ritrovò nell'ospedale Villa del Seminario per malattie nervose.
Nel racconto biblico Tobia riceve da un angelo il consiglio di porre il fegato di un pesce sugli occhi del padre per guarirlo dalla cecità. Il tema di questo quadro è dunque la rivelazione dell'invisibile sulle cui tracce si è messo l'artista metafisico, messaggero di una nuova visione del mondo. E lo saranno molte altre opere negli anni a venire. Cambiò stile, i rossi, i gialli, gli azzurri si accesero e si spensero. Apparvero e scomparvero piazze silenti, manichini, ritratti baroccheggianti. Restò l'enigma. Scrisse Breton presentando una mostra di de Chirico del 1922, prima della rottura tra i due: "Raffigurarsi la sfinge come un leone con testa di donna fu, un tempo, un fatto poetico. Penso che una vera mitologia moderna sia in formazione. È a Giorgio de Chirico che spetta di fissarne imperituramente il ricordo". Per capire se avesse ragione basta attraversare le sale di Palazzo Zabarella. I documenti, le dichiarazioni, le memorie e i saggi, compresi quelli dell'artista che fu un grande scrittore, si scontrano con la realtà dell'opera. Il vero testimone alla fine è sempre il quadro. |
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