| 14) I Simbolisti Quel ponte verso il Novecento sospeso tra sogno e mistero: persuasi che la pittura non trascrivesse la realtà, indagarono la dimensione dell'immaginazione. di Fabrizio D'amico La Repubblica, 26/02/2007 |
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Il Simbolismo. Da ‘Moreau a Gauguin a Klimt’, ora aperta a Palazzo dei Diamanti di Ferrara (andrà alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma in giugno), è una mostra colma di capolavori, e più ancora di suggestioni e di rinvii, anche se certo non è una mostra facile. Facile a intendersi non è, d'altronde, il movimento che essa vuol rappresentare, che scavalca tempi e modi d'espressione, involge poesia, letteratura, musica, arti visive, ha radici molto profondamente affondate nel diciannovesimo secolo, dilatandosi poi ben oltre il suo 'cuore' -
Da Baudelaire, ‘il primo dei veggenti’, a Rimbaud, da Mallarmé a Verlaine (e, in letteratura, a Huysmans) - in un tempo prossimo e fortemente coeso, dunque - già il simbolo diverge, si sdoppia, e da un canto punta a divenire ‘reciproco, convertibile, corrispondente’, demone mutante e incontrollabile, insomma libero da ogni obbligo di rapporto con il reale; demone attraverso il quale giungerà ad erodere uno scaduto, algido nitore della parola, del verso come del sentimento dell'umano; dall'altro si apparenta alla metafora, vincolandosi così ancora una volta alla realtà, semmai vagheggiata in forme d'armonia parnassiana, o di una perfezione che aspira a confrontarsi con purezze proprie di secoli andati, o a un sentimento religioso dell'esistenza. Dalla poesia e dalla musica - tutti i grandi poeti francesi iscrivibili ad un sentire simbolista guardarono da subito alla musica come all'arte gemella: da quella di Wagner a quella di Debussy - la complessità del simbolo si riversa sulla pittura. E si è a lungo ritenuto che ciò avvenisse, ancora e quasi unicamente, in Francia. Oggi Geneviève Lacambre, nel saggio che introduce in catalogo la mostra da lei curata a Ferrara, attesta invece come "fu l'importante esposizione organizzata da Luigi Carluccio a Torino nel 1969 - Il sacro e il profano nell'arte dei simbolisti -a fare emergere finalmente l'intera portata del movimento", nella quale per la prima volta si aprivano frontiere (a dismisura, forse: arrivando sino a Kandinsky), si abbattevano confini cronologici accertati.
Ed ecco quella mostra remota ma così presente nelle successive indagini sul simbolismo - compresa l'odierna - dirsi, un po' paradossalmente, dedicata ‘al vasto pubblico anonimo dei curiosi e dei semplici’: quando semmai i guai (per chiamare così la problematica complessità della nuova nozione storica cui ormai ambiva il simbolismo) sarebbero cominciati proprio da lì. Così oggi a Ferrara si va dall'Inghilterra di Rossetti, Watts e Burne-Jones (gli ultimi due celeberrimi a Parigi, alla fine degli anni Ottanta) a Bòcklin; dalla Francia di Moreau, Puvis de Chavannes e Redon (e poi dei 'Rosacroce', riuniti sotto la tutela dell'autonominatosi 'Son Allesse Royale' Joséphin Péladan, fra i quali l'arduo Alexandre Séon; e ancora dei Nabis - Gauguin e Denis, Sérusier, Ranson) alle Secessioni monacense, viennese e berlinese (con, fra molti altri qui rappresentati, Franz von Stuck, Klimt, Hodler, Munch); da Bruxelles (con i 'Groupe des XX', e poi la 'Libre Esthétique') all'Europa tutta: Rops e Khnopff, ancora in Belgio, poi Toorop, Kupka, Kubin, e in Italia Previati, Segantini, Pellizza da Volpedo; infine personalità assai meno note, che scopriamo a Ferrara, come quella del finlandese Hugo Simberg.
Sappiamo oggi che la verità va molto oltre questa banale semplificazione; che Monet e Cézanne conquistarono prima di tutto la nozione di una pittura autonoma, nelle due dimensioni che le spettano, dal servaggio naturalistico; ma Cézanne non ancora compreso, e Monet preoccupato soltanto - sul finire del secolo - d'asserire la sua primazia come primo paesista di Francia, non poterono opporsi a quel ritorno di mistero, di ombra, di allucinazione, e insieme di secoli che tornavano con il loro bagaglio fatto di sapienze accademiche e di diverse fedi, ossessioni, fedeltà a miti e leggende, a fiabe e visioni. Mentre i poeti predicavano che sola cittadella dell'arte è la fantasia, colui che teorizzerà il simbolismo nelle arti figurative, Albert Aurier, proclama che la pittura, lasciata la pallida mimesi della realtà, aveva da essere ‘ideista, sintetica, simbolica e decorativa’.
Quell'anno stesso esordisce in pubblico, al Salon des Indépendants, forse il maggiore pittore ‘irrealista’ del suo tempo, Henri Rousseau; e Zola pubblica l'Oeuvre, il romanzo del fallimento e del suicidio di un pittore impressionista (nel quale Monet e Cézanne si videro rappresentati). Contemporaneamente, su La Vogue, per iniziativa di Verlaine, escono Les illuminations di Rimbaud. Si danno alle stampe, intanto, numerose nuove riviste, per lo più di vita effimera ma tutte d'orientamento spiritualista: La Plèiade, Le Décadent, Le Scapin, Le Simbolyste, La Revue Wagnérienne. Il simbolismo, ve ne fosse uno solo, avrebbe avuto davvero casa in quegli anni, a Parigi. |
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