| 15) Cézanne a Firenze Quando l'Atene d'Italia scoprì il nuovo della pittura. Ricostruite le straordinarie raccolte di Egisto Fabbri e Charles Loeser, tra i primi collezionisti del maestro. I dipinti portano il visitatore all'inizio del Novecento quando il capolavori erano ancora nel capoluogo toscano di Fabrizio D'Amico La Repubblica, 01/03/2007 |
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S’ impegna a seguire più strade, la mostra Cézanne a Firenze che s'inaugura domani a Palazzo Strozzi, promossa dalla Cassa di Risparmio di Firenze e curata da Francesca Bardazzi e Carlo Sisi: a rendere alla città, pur soltanto per alcuni mesi, una memoria concreta della quasi incredibile concentrazione di opere di Cézanne che vi trovò casa all'inizio del XX secolo, grazie al collezionismo illuminato di due uomini, Egisto Fabbri e Charles Loeser, che avevano, a partire dagli anni Novanta dell'Ottocento, acquisito a Parigi numerosi e importanti suoi dipinti; a rivisitare la grande mostra sull'impressionismo (la prima in Italia) tenutasi al Lyceum di Firenze nel 1910, per iniziativa e grazie agli studi e alle conoscenze di Ardengo Soffici, che aveva vissuto per lunghi anni a Parigi e che su La Voce aveva pubblicato alcuni fondamentali scritti di prima apertura sul movimento; a documentare, infine, l'impatto che quella mostra ebbe sulla cultura artistica italiana, e toscana in particolare, ben prima che la retrospettiva dedicata al padre della pittura moderna ospitata dalla Biennale di Venezia nel 1920 (anch'essa, peraltro, innervata soprattutto dai Cézanne "fiorentini") rendesse disponibile a un pubblico più vasto le sue opere.
Benché gelosamente custoditi - né paragonabili in questo alla divulgazione che i due collezionisti russi Schukin e Morozov facevano delle loro collezioni, aperte a scadenze regolari al pubblico che le volesse visitare - non è difficile immaginare come questa singolarissima concentrazione, in una città e in un Paese tutt'altro che pronti e capaci di volgere lo sguardo alle vicende più attuali della pittura europea contemporanea, non potesse rimanere senza conseguenze nell'orientamento delle più giovani generazioni. Che - unitamente alla nuova percezione, giunta solo dopo la morte del maestro livornese (1908), della grandezza del primo Fattori macchiaiolo, e della sua tarda produzione incisa -proprio da Cézanne infatti mostrarono di voler muovere i loro passi: e la mostra di oggi documenta questa suggestione largamente operante ad esempio in Alfredo Muller, Edoardo Gordigiani e Oscar Chiglia, oltre che negli stessi Egisto Fabbri e Gustavo Sforni, anch'essi pittori; e ancora, ovviamente, Soffici, Carena, Rosai, fino a Medardo Rosso, cui fu dedicata nel 1910 una intera sezione nell'ambito della mostra fiorentina sull'impressionismo. Fiore all'occhiello della rassegna odierna sono però i venti Cézanne che i curatori sono riusciti a richiamare a Firenze da tutto il mondo; quindici dei quali transitati attraverso le collezioni Fabbri (nove) e Loeser (sei), e molti dei quali non più presentati in Italia dopo la già ricordata Biennale di Venezia del '20: giacché presero presto, quei dipinti, le vie maggiori del collezionismo internazionale. E il nostro Paese li perse non solo per una oggettiva sua minorità sul piano economico, ma anche per cecità critica e trascuratezze amministrative, quando rinunciò a far valere una prelazione nella loro acquisizione ancora possibile: e rimane, questa perdita, non certo l'unica ma probabilmente la più grave che sia toccata alla vicenda del collezionismo italiano della pittura moderna.
Nei Cinque bagnanti di Detroit (appartenuto a Fabbri, che ne fece una bella copia) un colore singolarmente acceso, e racchiuso in un forte contorno marginale, è usualmente indicato come uno dei possibili antecedenti di Gauguin: che Cézanne, che aveva poca stima del più giovane compagno, accusò poi, forse proprio pensando a questo suo quadro, ‘di avermi rubato la mia piccola sensazione’. Nella Casa sulla riva della Marna è invece giunta a compimento quella scheggiatura del colore in porzioni geometrizzate iniziata quasi quindici anni prima e presente, oggi a Firenze, già in un paesaggio di Pontoise d'inizio decennio.
Questo dipinto ce ne offre forse una ragione: tanto definitivo vi appare il grado di adesione ai dettami del movimento - l'abolizione delle ombre, trasformate in un colore d'acqua, e l'adesione intera della figura, erosa nella sua massa, alla superficie - che Cézanne potè ritenere che, proseguendo su questa strada, egli avrebbe perso il possesso dell'integrità della cosa, cui non volle mai rinunciare. Tanto dopo, l'Uomo seduto di Oslo (1898-1900) è un altro immenso capolavoro: Cézanne, di cui s'approssimano gli anni ultimi, ha riconquistato da tempo il possesso del volume e della pesantezza della realtà: ma non rinuncia a porre queste sue conquiste in dialettica con l'imperio moderno alla superficie, dunque a una pittura che non sia mera imitazione del visibile. E la conflagrazione si chiude in quel corpo, immenso e gracile, che s'accampa al centro della tela come un gigante antico, e insieme a stento resiste ai colpi dello spazio che sembra ripiegarglisi addosso, come una oscura minaccia. |
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