| 17) Pierre Auguste Renoir La luce candida dei paesaggi. A Londra una settantina di opere del grande pittore francese. Sono dipinti realizzati ‘ en plain air’ negli anni dell’impegno impressionista di Fabrizio D'Amico La Repubblica, 23/04/2007 |
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| Londra. “Ma, ahimè, sono un pittore di figure!” Così confessa, a Monet, ma prima di tutto a sé stesso, Pierre-Auguste Renoir nel gennaio del 1884. Monet, gli stessi giorni, sta per partire per una "campagna di pittura" sulla costa ligure, e ne scrive, accennando a un precedente breve viaggio in Italia fatto con Renoir, al suo mercante Paul Durand-Ruel. “Vi chiedo però di non parlare di questo viaggio con nessuno”, aggiunge, “tanto mi è stato piacevole fare il viaggio da turista con Renoir, altrettanto mi sarebbe ingombrante farlo in due per lavorare. Ho sempre lavorato meglio da solo e seguendo solo le mie impressioni”. La confessione di Renoir sembra presentire l'esclusione che gli impone il compagno, e della quale, trovandole una giustificazione, Renoir saprà non rammaricarsi troppo.
A rivedere questa radicata consuetudine critica è destinata la mostra ora aperta alla National Gallery di Londra (andrà a giugno ad Ottawa e ad ottobre a Philadelphia), interamente dedicata ai “Paesaggi di Renoir, 1865-1883”, che raccoglie oltre settanta dipinti degli anni "impressionisti" di Renoir: da quando, poco più che ventenne, egli lavorò seppur episodicamente nella foresta di Fontainebleau, (resa celebre da quei "pittori di Barbizon" - fra cui Rousseau, Diaz, Troyon, ma anche Corot, Daubigny, Millet -cui si deve l'affermarsi, attorno alla metà del secolo, della pratica della pittura "en plein air", condotta prevalentemente all'aperto e sul motivo) e fino all'avvio del nono decennio del secolo, quando Renoir, dopo un viaggio che l'aveva condotto in ltalia sulle orme della pittura pompeiana e di Raffaello, iniziò a dubitare del modo di dipingere, fondato sul colore e dimentico del disegno, che era stato per tanto tempo anche il suo. In questo tempo, che s'usa indicare quello "impressionista" di Renoir, circa un quarto della sua produzione fu destinata al paesaggio: ed anche soltanto da ciò si desume la scarsa fondatezza dell'antica opinione che toglie importanza a questo suo impegno. Che il "genere" del paesaggio, d'altronde, stesse rapidamente risalendo la china del secolare sospetto che l'aveva relegato all'ultimo gradino della scala gerarchica della pittura, era già sulla metà del XIX secolo un fatto inequivocabile, e in occasione del Salon ufficiale del 1859 molta parte della critica, percependo la stanchezza della pittura di storia che aveva sino ad allora occupato i primi posti di quella gerarchia, aveva considerato come proprio il paesaggio fosse il genere principe della indiscussa primizia dell'arte francese moderna in Europa. Nonostante ciò, Renoir cercò soprattutto la sua fortuna nella pittura di figura, e raramente inviò ad esempio al Salon - la vetrina principale per gli artisti, visitatissima dal pubblico e dai collezionisti - i suoi ébauches, i suoi "schizzi" condotti su natura. Mantenne, poi, un resistente sospetto - seppur in un grado minore rispetto a quello di Degas -nei confronti del dogma del "plein air": “bisogna aggiungere - dirà - al lavoro dal vero un po' di lavoro in studio; bisogna sapersi allontanare dall'ebbrezza della vera luce e digerire le proprie impressioni nel grigiore di un appartamento".
Ma tutto ciò non toglie che, in un breve giro d'anni, dal 1869 al 1877-78, egli diede capolavori assoluti, e interamente impressionisti, proprio nel genere del paesaggio. I primi di quei dipinti furono forse le tele che egli dipinse - assieme a Monet; mettendo il suo cavalletto proprio a fianco di quello dell'amico: e come potè fìngere di dimenticarlo, Monet, nella sua lettera a Durand-Ruel del 1884? - alla Grenouillére nella tarda estate del 1869 (a Londra, oggi, sono presenti, di quella serie straordinaria, gli esemplari di Mosca e di Stoccolma). Sulla rotonda della Senna, Renoir ha ritratto - con più garbo e più affettuosa attenzione di quanto non abbia fatto Monet, tutto concentrato sul brano di natura - la borghesia parigina in gita domenicale a quel luogo di nuova mondanità; ma è infine il riverbero sull'acqua, la luce candida che batte eguale sulla corteccia dell'albero e sulla vela che scorre sul fiume, ad attrarre il pittore. Come in Monet, la profondità della scena è elusa, e rinnegato il cono prospettico dell'occhio sul mondo: tutto si ripercuote sulla retina con improvvisa evidenza senza che un vecchio canone visivo si sovrapponga od ostacoli l'impressione dell'attimo: e la superficie diviene l'unico luogo della pittura. Passano gli anni; Renoir tenta l'ingresso al Salon con alterna fortuna, ma sempre con composizioni o dipinti di figura. Nel '70 invia due opere che sono silenziosi omaggi rispettivamente, a Delacroix e a Courbet. Ma le giurie ufficiali delegate all'ammissione delle opere, dopo la guerra franco-prussiana del '70-'71, divengono ancor più retrive; la misura è ormai colma, e gli "indipendenti" - i futuri impressionisti - aprono finalmente la loro prima mostra, nell'aprile del 1874, nello studio del fotografo Nadar.
Il dipinto inviato da Nadar è I mietitori, del 1873: piccole macchie bianche e nere nel giallo del campo, mentre il filo dell'orizzonte si confonde con la luce della terra. E un quadro cruciale per l'avvio dell'impressionismo, come altri di quell'anno (in mostra oggi, ancora, L'abbeveratoio, mentre è purtroppo assente il Sentiero tra l'erba alta del Musée d'Orsay), nei quali Renoir immagina il suo spazio concavo, stretto nel giro breve di un pugno, senza fughe prospettiche e senza racconto: con una radicalità "moderna" che non rimane indietro di nulla rispetto a quella coeva di Monet. Verrà ancora, negli anni seguenti, qualche paesaggio così, fatto solo di luce: semmai di una luce ovattata, che per qualcosa sembra ricordare quella tarda di Corot (Primavera a Chatou). Poi, negli anni oggi indagati, qualche prova che il catalogo odierno nomina "ai limiti dell'astratto", come Nel bosco, del 1877. |
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