storia dell'arte
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18) Piero della Francesca

Il monarca della pittura che dominava colore e prospettiva

di Antonio Pinelli

La Repubblica, 28/03/2007
Arezzo - Sebbene Piero della Francesca abbia avuto in sorte una vita assai più lunga di quanto mediamente non fosse concesso di vivere ai suoi tempi e abbia inoltre svolto un'attività artistica molto intensa e feconda, il catalogo delle sue opere giunte fino a noi risulta, sfortunatamente, quanto mai esiguo.

Battista Sforza Guido da Montefeltro
La moglie Battista Sforza
Giudo da Montefeltro

Se a ciò si aggiunge che parecchie di esse sono affreschi inamovibili o dipinti su tavola che è sconsigliabile spostare dai luoghi in cui sono custoditi, è facile comprendere perché di Piero non sia mai stata organizzata in passato, né potrà esserlo in futuro, una rassegna capace di esibire un cospicuo numero di sue opere autografe.
Né fa eccezione, da questo punto di vista, la grande mostra che si inaugura ad Arezzo (Piero della Francesca e le corti italiane, 31 marzo-22 luglio), la quale, tuttavia, anche per l'intelligenza con cui è stata progettata da due grandi studiosi come Carlo Bertelli e Antonio Paolucci, costituisce un'occasione straordinaria per assaporare in tutta la sua grandezza e complessità l'arte di questo «monarca della pittura» (Luca Pacioli),che l'abate Lanzi definì, a giusto titolo, «un de' pittori da far epoca nella storia».
L'esposizione sapientemente allestita nel museo statale di Arezzo fa infatti dialogare quei pochi capolavori di Piero che è stato possibile ottenere in prestito (il San Girolamo dell'Accademia di Venezia, il Ritratto di Sigismondo Malatesta del Louvre, il Dittico dei duchi di Urbino degli Uffizi, la Madonna di Senigallia) con una folta selezione di dipinti, disegni, medaglie, manoscritti e quant'altro è stato giudicato utile a ricostruire le tappe della carriera di Piero e la trama di intense relazioni che egli seppe intessere in tutte quelle città e corti dell'Italia centro-settentrionale — da Firenze a Roma, da Ancona a Ferrara, da Rimini ad Urbino — nelle quali agì da protagonista, assorbendo la lezione di artisti più anziani di lui, come Domenico Veneziano, Pisanello, Angelico, Luca della Robbia, Donatello, i maestri fiamminghi, segnandone indelebilmente altri (da Girolamo di Giovanni a Fra Carnevale, da Antoniazzo a Lorenzo da Viterbo, da Melozzo a Giambellino, da Bartolomeo della Gatta a Signorelli), e dialogando alla pari con umanisti e scienziati del calibro di Leon Battista Alberti, Guarino Veronese e Luca Pacioli.trionfo
Mai come in questa occasione, tuttavia, la mostra non va interpretata da chi la visita come la meta unica del proprio viaggio, ma come il punto di partenza ed il prezioso viatico di un itinerario che lo porti, innanzi tutto, davanti a quel vertiginoso capolavoro che è il ciclo con la Leggenda della Vera Croce nella chiesa aretina di San Francesco: un'opera il cui restauro, diretto non molti anni fa da Giorgio Bonsanti e dalla compianta Anna Maria Maetzke, può davvero aspirare a quell'aggettivo "miracoloso", che si dispensa fin troppo benevolmente a operazioni conservative assai meno ardue e felicemente condotte.
Da Arezzo, poi, il visitatore si recherà nella non lontana città natale dell'artista, quella Sansepolcro nel cui Museo civico potrà ammirare il maestoso Polittico della Misericordia e l'affresco con la Resurrezione, per poi spostarsi nella vicina Monterchi, dove si troverà a tu per tu con l'incantevole affresco della Madonna del Parto.
Dopo di che, perché no?, i più motivati potranno seguire le tracce del febbrile andirivieni di Piero tra Toscana, Umbria, Marche e Romagne, recandosi a Perugia (Polittico di Sant'Antonio), ad Urbino (la Flagellazione) e a Rimini (l'affresco nel Tempio Malatestiano). E qui mi fermo, anche se sarei tentato di segnalare ai tanti che neppure ne sospettano l'esistenza, che a Roma, dove Piero dipinse tante opere purtroppo andate perdute, una ne rimane, seppur ridotta quasi ad una larva, in S. Maria Maggiore, sulla volta di una cappella che per primo Roberto Longhi seppe riconoscere come indubitabilmente affrescata dal grande borghigiano.
Esibendo rari e preziosi manoscritti dei trattati di matematica e prospettiva redatti da Piero, la mostra mette anche nel giusto risalto questo meno noto risvolto della personalità dell'artista: egli non fu infatti soltanto un inimitabile pittore, ma investigò anche a fondo la matematica e, soprattutto, fu un grande studioso di geometria, ottica e prospettiva.
Arte e scienza, del resto, non furono mai per lui ambiti separati e non comunicanti: la rappresentazione del mondo che Piero distilla dal suo pennello è filtrata attraverso l'ordito concettuale dei numeri e delle proporzioni, così come è nutrita di scienza prospettica e di leggi ottiche sulla rifrazione luminosa e sui valori cromatici. trionfo2
L'incanto metafisico che emana dalla sua pittura discende da questo suo lucido e implacabile sguardo da scienziato della visione, che traduce il mobile spettacolo della realtà fenomenica in una rappresentazione calma e solenne, severamente impersonale,  che tuttavia non è astratta né incapace di cogliere la pelle sensibile delle cose, ma se mai è del tutto disinteressata ad esprimere le passeggere emozioni dei personaggi che ne animano le storie.
Ecco perché essi ci appaiono stagliarsi maestosi ed «impassibili come macigni», secondo la mirabile definizione coniata da Berenson per le tre celebri ed enigmatiche figure che giganteggiano in primo piano nella Flagellazione di Urbino.
Una tavoletta, questa, su cui si sono finora inutilmente accaniti gli esegeti che hanno voluto vedervi a tutti i costi chissà quali messaggi politici, mentre forse altro non è, come ho suggerito in un saggio che ha trovato eco favorevole nel catalogo della mostra, un'abbagliante dimostrazione pratica, offerta da Piero a Federico da Montefeltro, della sconvolgente rivoluzione operata dalla nuova scienza prospettica, che aboliva irreversibilmente le tradizionali gerarchie iconografiche e abitudini percettive, facendo giganteggiare le figure rappresentate in primo piano e rimpicciolendo proporzionalmente quelle dislocate in lontananza, e ciò del tutto indipendentemente dalla loro importanza all'interno del racconto visivo.
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