| 19) In viaggio con Piero Quella luce che incantò Camus, Huxley e Pasolini di Paolo Vagheggi La Repubblica, 00/00/2007 |
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Arezzo - Quando Aldous Huxley arrivò davanti alla Resurrezione di Piero della Francesca ebbe una folgorazione: «È il miglior dipinto del mondo», annotò nel suo diario. E Pier Paolo Pasolini fu ispirato dalla Battaglia di Eraclio e Cosroe: “Quelle braccia d'indemoniati, quelle scure/schiene, quel caos...”.
È un'indagine sulla capacità dell'artista di incidere nella cultura del suo tempo, il suo decisivo contributo alla formazione dell'arte ferrarese, umbra, marchigiana.
Sansepolcro, anticamente Borgo San Sepolcro, è il paesino dove cominciò il percorso artistico di Piero, dov'era nato nel 1412, come dimostrano le ultime ricerche di James Banker e come racconta la prima delle nove sezioni di questa evocazione di un tempo di splendori e di profondi turbamenti. È un viaggio tra i gialli, i rossi, i cieli tersi di capolavori assoluti del maestro arrivati ad Arezzo — il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, prestato dal Louvre, il Dittico dei Duchi d'Urbino degli Uffizi, la Madonna di Senigallia della galleria nazionale delle Marche — circondati da un centinaio di opere di artisti che lo influenzarono o che attinsero alla sua lezione: Domenico Veneziano, Fra Carnevale, Pisanello, Leon Battista Alberti, Bono da Ferrara, Jacopo Bellini, Luca Signorelli, Rogier Van der Weyden, Pietro Perugino, Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano, Pedro Berruguete. È un complesso telaio di ascendenze e discendenze (che Roberto Longhi portò fino a Cézanne), dagli esordi semplici e modesti: uno dei primi pagamenti di Piero, nel giugno del 1431, fu per "dipegnere l'aste dei ceri" della Confraternita dei Laudanesi di S. Maria della Notte di Borgo San Sepolcro.
A Borgo e nelle sue vicinanze restò a lungo, tra il 1437 e il 1438 probabilmente arrivò a Perugia, a fianco di Domenico Veneziano, insieme al quale lavorò a Firenze dal 1439. Sono date importanti per capire la maturazione dello stile di Piero di cui ad Arezzo viene presentata una Madonna con Bambino, una tavola proveniente dalla collezione Contini Bonacossi ora di proprietà straniera, in Italia esposta una sola volta, nel 1954. È per un gruppo di storici il primo dipinto dell'artista a noi arrivato, ora datato dai curatori, Carlo Bertelli e Antonio Paolucci, 1435, lasciando intuire visite e incontri antecedenti a quelli ormai statuiti e che lo videro, negli anni, oltre che nel capoluogo toscano a Urbino, Pesaro ed Ancona, a Roma e Ferrara, a Rimini e Loreto. Frenetici spostamenti, pittore davvero "globale", Piero entrò nella piena maturità artistica a metà del XV secolo. Lo testimoniano in mostra il San Girolamo e il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Matalesta ("figlio" dell'affresco che eseguì dopo la metà del Quattrocento a Rimini), a Sansepolcro il Polittico della Misericordia, ad Arezzo La leggenda della Vera Croce che l'artista realizzò nell'arco di quattordici anni, dal 1452 al 1466.
Ma è la luce di Piero, chiara, solare, a giocare un ruolo fondamentale in questo affresco eseguito nella fase più matura dell'artista, sopravvissuto a mille ingiurie: dalla costruzione del campanile che insiste sulla zona dominata dal "Sogno di Costammo", il primo notturno della storia, agli incendi che affumicarono gli smaglianti colori della Leggenda. Per ottenere fantastici effetti di luce sui 275 metri quadrati della cappella, al «buon fresco» Piero affiancò una esecuzione a secco e tecniche tipiche della pittura su tavola: usò lacche, pigmenti legati con sostanze grasse. Arrivarono così i verdi, gli azzurri, i rosa, i bianchi delle vesti, che hanno il candore di quella che indossava Giovanni VIII Paleologo, imperatore d'Oriente, che arrivò a Firenze nel 1439 e che probabilmente Piero ammirò quando era insieme a Domenico Veneziano. È da collocare nel periodo di questo ciclo la Flagellazione, dall'enigmatica e controversa lettura (ma non è stata spostata da Urbino) e, nella seconda metà degli anni Sessanta la Resurrezione di Sansepolcro e la Madonna del parto che è a Monterchi, straordinariamente affascinante nella sua semplicità.
Sono invece degli anni Settanta, dell'ultimo periodo, la Madonna di Senigallia, dal volto più squadrato ma anche più dolce dove il dominio dei grigi diventa più intransigente castigando l'effetto coloristico, e il Dittico con i ritratti di Battista Sforza e Federico da Montefeltro, che aveva radunato un cenacolo di cultura "internazionale": accanto a Piero lavorarono Francesco di Giorgio Martini, Laurana, Guido di Gand, Berruguete. È un dipinto segnato dall'estrema finezza della tavolozza e da un paesaggio profondo e chiarissimo, dove le catene dei monti quasi si dissolvono tra terra e cielo. È un ambiente rarefatto, che rende quasi inafferrabile il soggetto, anche se la compostezza imperturbata del Duca porta sul volto tracce che rivelano vicende personali, il suo carattere e la sua interiorità. Il condottiero è presentato di profilo con il cappello calato sulla fronte, di cui è leggibile un breve tratto verticale, e tra fronte e naso compare un brusco salto, quasi un'innaturale interruzione, innaturale perché determinata da una ferita di spada subita da Federico in guerra, e non da un tratto anatomico originario.
È una sacralità teorizzata da Piero nel De Prospettiva Pingendi (in mostra) dove si spiegano le tre parti della pittura: "disegno, commensuratio et colorare". "Commensuratio" ovvero la misurazione geometrica, proporzionale e prospettica, quasi a sottintendere un'identificazione della pittura con la prospettiva i cui piani sono il luogo d'incontro tra disegno e colore. «E i maggiori lumi che di tal cosa ci siano sono di sua mano...», commentò nelle Vite Giorgio Vasari. È il maestro dei maestri, della luce, di cui fu privato, come in una sorta di contrappasso dantesco, negli ultimi anni di vita. Piero della Francesca morì il 12 ottobre del 1492, cieco. Quello stesso giorno Cristoforo Colombo scoprì l'America. Una delle tre caravelle, la Santa Maria, secondo la tradizione, portava conficcato nell'albero maestro un pezzo di legno della croce di Cristo, argomento trattato dal maestro nel suo capolavoro, La leggenda della Vera Croce, il ciclo che ad Arezzo ancor oggi domina la chiesa di San Francesco. Molti scrittori furono folgorati dallo splendore della "Leggenda della Vera Croce ". In mostra anche le opere di artisti che lo influenzarono o ne rimasero segnati come Veneziano Signorelli, Perugino e Alberti.
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